Cimitero, il luogo del riposo
Società

Cimitero, il luogo del riposo

1 Ottobre 2008
3 min di lettura

La parola «cimitero», nel linguaggio comune, ha una connotazione negativa, in quanto evoca l’immagine di un ambiente desolato o di una situazione squallida, in cui prevale il silenzio dell’abbandono. Nel parlare capita di usare questo vocabolo per definire paesaggi poco o per nulla accoglienti e luoghi bui, persino inquietanti: «Quel villaggio era così deserto, praticamente un cimitero», oppure «Una casa talmente spoglia e misera che pareva un cimitero». Ma si parla di cimitero anche quando ci si riferisce alle idee o ai sentimenti: «Non trovo l’idea giusta, la mia mente è un cimitero», «Non provo più alcun entusiasmo, sono come al cimitero», e così via. Ognuno di questi modi di dire, e il contesto in cui è usato e il tono con il quale è pronunciato, rimanda comunque all’idea di «assenza».

In realtà il termine «cimitero» deriva dal latino coemeterium, a sua volta dal greco koimetèrion, letteralmente traducibile in «dormitorio». In origine l’accezione era dunque «luogo di riposo» e successivamente ha assunto il significato di «luogo dei defunti». Il pensare ai morti come esseri umani annichiliti, e non vivi, fa del luogo di sepoltura il simbolo del «non esserci più» e così l’immagine del cimitero diventa tanto più paurosa e disperante quanto più è forte il bisogno di sentirsi imperituri ed eterni. Ritornando però alla definizione originaria, il cimitero non è il luogo degli assenti, del nulla, ma il posto in cui coloro che ci hanno preceduti giacciono e, in modo eufemistico, «dormono».

Vi sono cimiteri che più di altri riescono a dare l’idea del «luogo di riposo» e non necessariamente incutono angoscia: sono quelli in cui le tombe e le cellette cinerarie, anche se del tutto prive di carattere monumentale e di valore artistico, riflettono non tanto quello che i defunti sono stati ma piuttosto chi ancora essi sono. Dove è molto attiva la collettività, e ogni cosa ha una dimensione più umana, l’identità non si perde neppure con la morte. Specialmente nei piccoli centri abitati, ad esempio nei paesini di campagna ove il sentimento di comunità è più radicato che nelle metropoli, vi è una particolare cura dell’immagine del cimitero che dà riconoscibilità e senso al luogo, in considerazione anche dei vivi che lo vogliono ricordare. Nel paesino il cimitero è uno dei luoghi come la piazza o il campo di bocce, e «andare a trovare i morti» fa parte di una consuetudine, così come il preoccuparsi della pulizia delle tombe di estranei o il mettere fiori in vasi da troppo tempo vuoti, poiché non per tutti i defunti ci sono parenti in grado di provvedere, è un fatto abbastanza ordinario. Al di là degli atteggiamenti compassionevoli e delle abitudini, la scelta di mantenere questo spazio e di valorizzarlo è sicuramente parte di una tradizione che ha radici molto profonde e sottolinea l’importanza della memoria.

Si potrebbe fare una riflessione: agli occhi di coloro che necessitano di un luogo fisico per ritrovarsi con i propri defunti, il cimitero, ove il ricordo si conserva intatto, è il punto di collegamento tra i vivi e i morti, cioè una sorta di spazio intermedio tra qui e l’oltre, come il sonno. Forse per questo a denominare il luogo è la stessa parola che in principio significava «dormitorio».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 2008, a firma di Gisella Gramaglia.

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