Coppie di fatto, un problema aperto
Per «coppie di fatto» — definite da sociologi e addetti ai lavori con il termine di convivenze more uxorio — si intendono tutte quelle combinazioni di un uomo e di una donna, di due uomini, di due donne, o magari di due fratelli, che per una serie infinita di motivi decidono di vivere insieme senza ricorrere al sacro o civile vincolo del matrimonio. Secondo l’Istat queste «coppie» in Italia sono quasi 400.000, e riguardano quindi 800.000 persone. Anche se in Paesi come l’Olanda, la Danimarca o la Svezia le cifre sono molto più consistenti, il fenomeno ha dunque anche da noi una sua innegabile rilevanza. Di qui un appassionato dibattito a livello politico e sociale.
Negli ultimi mesi l’argomento ha causato una frattura tra cattolici e laici di difficile composizione, complice anche l’ultima dichiarazione della Santa Sede (17 agosto) che ribadisce il no alla «regolarizzazione» delle coppie di fatto. Per quanto riguarda la legge per l’accesso alle agevolazioni nell’acquisto della casa e le leggi quadro regionali riguardanti la famiglia, c’è in atto un feroce scontro. Non è tanto una contrapposizione tra destra e sinistra, o tra governo e opposizione, ma piuttosto una spaccatura trasversale, tra una parte dei cattolici e i laici. I primi non vogliono sentir parlare di equiparazione tra coppie sposate e coppie di fatto, mentre i secondi vorrebbero eliminare le «discriminazioni» a livello legale.
Nella Commissione Finanze del Senato, durante la discussione del disegno di legge che prevede mutui agevolati per le giovani famiglie che vogliono comprare la prima casa, alcune forze politiche avevano chiesto di prevedere i benefici anche per le coppie che vivono more uxorio. All’immediata opposizione dei cattolici hanno ribattuto proponendo un compromesso: concedere le agevolazioni alle famiglie di fatto che abbiano almeno un figlio, garanzia, questa, di serietà dell’unione. Ma naturalmente viene subito da chiedersi: e le coppie che per qualsiasi motivo non possano o non vogliano avere figli? Perché dovrebbero essere discriminate?
Il problema si ripresenta anche a livello regionale: le Regioni, incaricate di legiferare in materia di politiche familiari, trovano grosse difficoltà nella discussione dei progetti di legge proprio a causa della contrapposizione tra equiparazione e distinzione di coppie sposate e di fatto. Oggi, solo quattro regioni hanno una legge quadro (Trentino, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Abruzzo), ma in quella dell’Abruzzo viene sottolineato il sostegno esclusivamente alle coppie fondate sul matrimonio, e nelle altre non si affronta chiaramente l’argomento. Per quanto riguarda le iniziative comunali, poi, la sola Pisa ha istituito un «elenco delle unioni civili» per iscrivere qualsiasi coppia, omo o eterosessuale, allo scopo di agevolarne i rapporti con l’istituzione. In questi giorni anche a Firenze, Torino e Bologna si sta discutendo una soluzione analoga.
Come ribadisce il portavoce nazionale dei Verdi Luigi Manconi, questi elenchi sono un’importante occasione per le coppie di fatto, sia eterosessuali che omosessuali, in quanto, in mancanza di una legge nazionale, rappresentano il segnale di un’importante conquista culturale e civile, anche se non comportassero cambiamenti giuridici nella vita delle famiglie in questione. Sempre secondo Manconi, le persone che hanno deciso di fondare i propri rapporti di coppia su principi differenti da quelli che caratterizzano la morale della maggioranza, a suo dire tre milioni, smetterebbero, almeno in parte, di essere cittadini di serie B, e la loro situazione finalmente verrebbe affrontata anche sul piano giuridico.
Molto più avanti di noi, almeno sulla carta, sono «i cugini d’Oltralpe». Il governo Jospin, infatti, dovrebbe licenziare in questi giorni un nuovo istituto coniugale parallelo a quello del matrimonio. Si tratta di un «contratto di coppia» che ha lo scopo di assicurare una serie di diritti, quali ad esempio la mutua, la dichiarazione dei redditi comune, congedi straordinari per motivi familiari, tasse di successione ridotte, a coppie etero o omosessuali unitesi fuori dal matrimonio. Certo anche in Francia le riserve non mancano, ma sembra proprio che il disegno di legge prima o poi riuscirà a passare.
E in Italia? Il ministro della Solidarietà Sociale Livia Turco, pur approvando l’iniziativa francese e definendola «un atto di democrazia pragmatico», sostiene che nel nostro Paese sarebbe una cosa impossibile. Impossibile perché, al di là di chi non intende legittimare la famiglia di fatto per questioni morali, la nostra Costituzione vuole esplicitamente la famiglia fondata sul matrimonio. Bisogna quindi modificare la Costituzione? No. Secondo Livia Turco, che riconosce la discriminazione nei confronti delle coppie di fatto, e di riflesso nei confronti dei loro figli, la strada per ovviare a questo problema è un’altra: non equiparazione tra matrimonio e «more uxorio», ma semplicemente riconoscimento e soluzione di situazioni concrete in cui la coppia non sposata viene discriminata, come nel caso delle pensioni, delle eredità, del possesso o dell’attribuzione delle case e degli sgravi fiscali.
L’Europa delle unioni libere. Diminuisce la foga del «matrimonio a tutti i costi» nei Paesi europei. L’Eurostat, il servizio statistico dell’Unione Europea, ha presentato il Rapporto relativo all’andamento del matrimonio nei Paesi membri con un’analisi sugli ultimi vent’anni, registrando un lento ma regolare declino dell’istituto. Nel 1980 sono stati celebrati in Italia 5,7 matrimoni ogni 1000 abitanti a fronte di 4,8 nel 1997; in termini assoluti, il numero dei matrimoni è sceso da 323.000 a 273.000. Ancora più marcato è il calo in Europa: la media UE ogni 1000 abitanti è scesa da 6,3 nel 1980 a 5,0 nel 1997. Anche le nascite di bambini al di fuori del matrimonio sono in aumento: in Italia sono passate dal 4,3% di tutte le nascite nel 1980 all’8,3% del 1996, mentre in Europa si è passati mediamente dal 9,6% al 24,3%. Il record fra i Quindici spetta alla Svezia, dove nasce in una famiglia di fatto il 53,9% dei bambini, quello mondiale all’Islanda con il 60,7%.
Le decisioni della Corte Costituzionale. La contrapposizione tra le leggi, scritte nero su bianco, e il costume che si evolve costantemente è inevitabile. Lo spazio che resta tra le une e l’altro è spesso il terreno di azione dei giuristi. È il caso delle seguenti sentenze, con le quali la giurisprudenza ha riconosciuto alcuni diritti ai conviventi: la sentenza numero 404 del 1988 della Corte costituzionale ha stabilito che in caso di morte dell’intestatario del contratto d’affitto, il convivente può succedere nella locazione; con la stessa sentenza la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di parte dell’articolo 6 della legge 392/78, per cui anche l’altro convivente può succedere quando vi siano figli; l’ex convivente cui vengano affidati i figli ha diritto a vivere nella casa familiare; ed è stato riconosciuto risarcibile il danno, morale e materiale, subito dal convivente per la morte del partner provocata da un terzo.
La SOCREM e le coppie di fatto. Anche la Società per la Cremazione, in funzione alle sue competenze, ha affrontato il problema delle coppie di fatto. Durante l’Assemblea straordinaria dei soci tenutasi l’11 giugno 1998, ha infatti approvato la seguente proposta di modifica allo Statuto: «La concessione delle cellette della SOCREM per la conservazione delle ceneri e dei servizi accessori è riservata ai Soci della Società, ai coniugi, conviventi, parenti ed affini di Soci ancorché deceduti, con le modalità e previo pagamento del corrispettivo fissato dal Consiglio Direttivo». La Società per la Cremazione comprende quindi nelle sue agevolazioni tutte le coppie di fatto, comprese quelle omosessuali.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1999, a firma di Maurizio Dematteis.