Così si spegne l’uomo-macchina
Oggi si muore con cuore e cervello innestati ai fili, che finiscono in uno strumento registratore: è la morte intubata. E il personale curante è ormai una équipe di meccanici impegnati a badare che la flebo sgoccioli e che l’ossigeno arrivi.
La morte moderna è la morte intubata: si muore tra macchine, con cuore e cervello innestati ai fili, che finiscono in uno strumento registratore. Italo Calvino si svegliò così dal coma, vide i fili che salivano dalla sua testa, e disse: «Mi pare di essere un lampadario». Fu sentita come una espressione banale, da dimenticare. Niente, in confronto al grandissimo: «Mehr Licht», più luce, con cui moriva Goethe. Pare però che Goethe si lamentasse perché le finestre erano semichiuse, la stanza era in ombra, e lui voleva vederci meglio. E probabilmente la frase di Calvino non era scherzosa-vanitosa: era interpretativa.
L’uomo-lampadario è un uomo-cosa, un uomo-macchina. In effetti, è così che si muore oggi. Il corpo-macchina diventa un rottame, da cui si può prelevare quel che serve, poi lo si butta via. Come si fa con le macchine-morte. Non so se siete mai stati da un rottamiere. Passandoci accanto, si vedono queste montagne di auto, moto, motorini, di tutte le marche e modelli, abbandonati sotto sole, pioggia, vento, neve, ad arrugginire giorno dopo giorno, ad andare in perdizione. Si ha l’impressione dell’inutilità. Volevo dire: dell’inutilizzabilità. È un’impressione sbagliata. Se ci entrate dentro, quello è un magazzino in piena attività. Gente che telefona, che arriva, che cerca, che trova: carburatori, fanalini, volanti, viti, bulloni, assali, cofani, paraurti, di modelli vecchi, non più in fabbricazione, che o li trovi lì o non li trovi da nessun’altra parte. Da quelle macchine spente i meccanici passano e ripassano: cavano fili, succhiano batterie.
Bene, la morte moderna avviene nello stesso modo: muori nel momento in cui sconnettono i fili che dalla tua testa vanno alla macchina che segue la vita del tuo cervello. È la macchina che decide quando muori. I medici non possono fare altro che prenderne atto. Il morente non muore scrutando i medici, che vede raramente, cercando di capire dal loro sguardo se hanno speranza o se si arrendono, se lottano o lasciano perdere: il malato terminale è quasi sempre solo con le macchine, e le fissa cercando di capire cosa dicono, cosa decidono. La sentenza è lì, in quel video, in quei grafici.
Non è sempre stato così, anzi non è mai stato così. Questa è la morte artificiale, in ospedale, tra personale curante che ormai è una équipe di meccanici, che non fanno altro che badare alle macchine: che la flebo sgoccioli, che l’ossigeno arrivi. La morte naturale avveniva in casa. Nella morte moderna o artificiale muore un corpo. Nella morte naturale moriva un uomo. La morte del corpo la guardi senza turbamento, il corpo ha avuto un’origine, ha una fine, tutto si spiega. La morte dell’uomo ti turba, richiama il mistero, dov’era prima, dove andrà dopo. Descrivere, nel senso di esaurire con le parole, la morte del corpo, si può. Le cronache lo fanno ogni giorno. Esaurire la morte dell’uomo è impossibile: le parole non sono fatte per comprendere il prima e il dopo dell’uomo.
Tolstoj s’è dato (o s’è sentito addosso) questo compito mentre scriveva «La morte di Ivan Il’ic». «La morte di Ivan Il’ic» è il più tenace tentativo di esaurire con le parole la morte dell’uomo, seguendola fin oltre il suo termine: oltre la coscienza della morte, la coscienza che ne hanno i presenti, che ne ha lo stesso morente. Dicono gli studiosi di Tolstoj che quello è un libro straordinariamente segnato dall’incuria: come se l’autore non ci fosse tornato sopra per correggerlo, o l’avesse ogni volta abbandonato. Non ce l’avesse fatta. È difficile farcela anche con la lettura: la lettura della «Morte di Ivan Il’ic» è l’accompagnamento del morente oltre la morte, oltre quel che sappiamo della morte, quel che possiamo accettare. Leggendo il romanzo, confrontando le diverse traduzioni che corrono in italiano, ho pensato, dentro di me, che la paura del lettore è stata, prima, la paura dell’autore. Tolstoj non ha corretto il libro, non ha avuto la forza, la resistenza di tornarci sopra, non lo ha retto, perché non ha retto la «propria» morte.
Oltre la morte intubata, la morte moderna, c’è la scienza, l’ingegneria, l’industria, l’università, la clinica, la casa farmaceutica. Oltre la morte naturale c’era l’anima, la chiesa, la creazione, l’eternità. La morte intubata sta dentro un orizzonte medico. La morte naturale stava dentro un orizzonte morale. Perché a un certo punto il medico si ritirava, impotente: e il morente restava solo, con i problemi dell’assoluto.
La moglie di Il’ic cerca di convincerlo a fare la comunione. Lo sforza, approfitta di una non-rinuncia, chiama il prete di famiglia, il rito si compie. Il’ic immagina la morte come una caduta, e non vuole cadere, ripete: «Non voglio», che in russo è: «Ne hocu», insiste sulla «u» finale, che diventa un urlo che dura ore: «Uuh!»: il rantolo. La caduta nella morte è come la caduta urlante in un buco nero. Proprio nel momento della resa e della precipitazione Il’ic scorge al fondo del buco una luce, un puntino, lo vede, guarda quel lumicino e in quel momento sente che qualcuno gli bacia le mani, è suo figlio, lo fa portar via, non vuole testimoni. La morte è umiliante, non bisogna offrire questo spettacolo a chi resta. È dolorosa, non bisogna far soffrire gli altri. Il morente «ha pietà» dei viventi. L’arrivo alla pietà coincide con l’«accettazione» della morte. L’accettazione della morte diventa una «sfida» alla morte. E al dolore. Il’ic chiama, morte e dolore, perché si facciano sentire: «Dove sei, male?… Sì, eccolo. Duole. Dolga pure». Non c’è paura, perché non c’è più morte. Invece della morte, c’è la «luce»: «Che gioia!». Il’ic sente i presenti, attorno a lui, che seguono il suo rantolo, e lo commentano, e si consolano quando possono dire: «È finita». Li sente dire così. Quando ancora per lui non è finita: la sua morte per gli altri avviene prima di quando avviene per lui. Vive tanto da poter dire, a se stesso: «La morte è finita, non c’è più». È uno scontro tra morente e morte in cui il morente esce senza la resa, che sarebbe una resa morale-conoscitiva: la paura.
È questo scontro che con la morte intubata sparisce, non c’è più. Ho visto, due mesi fa, un amico ormai anziano, ricoverato per un ictus cerebrale. Lo stanzino dove ricoverano i colpiti da ictus è di solito in fondo al reparto, separato da tutti. Affinché chi va a trovare i parenti non veda questi pazienti gravi, non colleghi le loro malattie a quelle dei parenti. Ignoro come fosse ricoverato Calvino. Il mio amico era in compagnia di due pazienti nelle sue stesse condizioni. Tre in una camera. Sui tre pazienti si innestavano trecce di fili che salivano dalle gambe, dal naso, dal cuore, dalla testa. Alle gambe arrivavano liquidi, zuccheri, sali, nutrimento. Goccia a goccia. Dal cuore partiva il grafico, che ne seguiva il ritmo, la forza, la regolarità. Al naso arrivava l’ossigeno, che scorreva nei tubi interni ai muri, il reparto è stato pensato per questa destinazione fin dalla costruzione.
L’amico era stato un sindacalista comunista, e aveva un rimpianto: non aver compreso la madre, cattolica. La madre aveva avuto sei figli, e quando si sentì mancare li fece venire tutti, dalle città dove abitavano, nella sua casa di campagna. Lei stava nel lettone, sul materasso di piume che si usava una volta, dove si sprofondava, e i figli intorno, tre da una parte tre dall’altra. Lei stendeva le mani sulla coperta, e chiedeva ai figli di stendere le loro. Così si sentiva in contatto con tutti. Voleva andarsene come stretta in una catena: «andarsene restando», «andarsene portandosi via ciò che amava», o anche: «andarsene lasciando uniti quelli che restavano, uniti tra loro». Andarsene superando quel senso di solitudine che è nella morte. Andarsene «vincendo» la morte. Ci è riuscita.
La differenza tra la morte «naturale» e la morte «artificiale» sta nel fatto che la prima aveva le sue ragioni, era accettabile e accettata, c’erano dei valori per cui morire; ora non ci sono più. Abbiamo soltanto delle ragioni per vivere. La morte è un assurdo, niente la giustifica: sia il comunismo che il capitalismo hanno trovato migliaia di ragioni per vivere, nessuna per morire. Per questo la morte viene nascosta. Si muore come i gatti, nell’ombra, in fondo ai reparti, dove non passa nessuno. Quando la morte è finita, si spengono le macchine, si cavano le spine, si arrotolano i fili, e si fa portar via il corpo, si manda in archivio la cartella clinica, il caso è chiuso, sotto un altro. Guardavo il mio amico, che fissava gli occhi nel vuoto, neanche mi riconosceva, era solo, teneva le mani sul letto ma nessuno gliele stringeva, e avevo l’impressione che lui si sentisse umiliato dalla «povertà» di quella morte, senza pensiero, senza meditazione, senza valore, senza senso: un segno che immiserisce la civiltà che l’ha resa possibile.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Ferdinando Camon.