Dulbecco: mai violentare la natura
Questo è il confine. Tutti gli interventi che rispettano la fisiologia della specie si possono invece fare. La responsabilità delle scelte, però, non deve ricadere solo sulla scienza, ma sull’intera comunità.
Renato Dulbecco, Premio Nobel per la medicina nel ’75 per le sue ricerche sul cancro, nato a Catanzaro nel 1914, laureato a Torino con Rita Levi Montalcini e Salvador Luria, altri due Nobel, è il padre del grande Progetto Genoma, che ha portato a disegnare la mappa del Dna. Vive tra il Cnr, a Milano, e il Salk Institute, in California.
Professor Dulbecco, la bioetica pone l’uomo di fronte a possibilità e pericoli mai affrontati prima. La fecondazione artificiale. La manipolazione genetica. Con quale strumenti trattarli? Devono prevalere quelli della scienza, della tecnica, o quelli dell’etica, della filosofia, della politica?
«Secondo me il problema è di natura mista. In primo luogo, è un problema scientifico. Spetta allo scienziato una valutazione precisa di quel che si può fare. Molta gente si attende cose straordinarie che non sono e forse non saranno mai possibili. Lo scienziato deve riportare il dibattito nell’ordine del fattibile, a quel che può essere raggiunto nei prossimi dieci-venti anni. Ma gli argomenti della bioetica devono essere valutati nel modo più vasto possibile, perché riguardano tutti. E tutti devono partecipare alla discussione: filosofi, politici, giuristi. E sono convinto che ogni istanza dovrebbe essere rappresentata».
È giusto che la politica abbia voce in capitolo? In particolare, gli organismi creati per disciplinare la materia devono essere composti in modo da rispecchiare le tendenze prevalenti nell’elettorato? O c’è il rischio di cadere nella lottizzazione?
«La rappresentanza dev’essere la più ampia possibile. Noi scienziati non possiamo decidere da soli. Consideriamo, ad esempio, la fecondazione assistita. Oggi abbiamo una grande possibilità: rendere madri donne che ieri avremmo considerato sterili. Ma in questo campo il progresso si scontra con una pluralità di valori — sociali e religiosi — ognuno dei quali ha diritto di essere tutelato. L’ideale sarebbe strutturare gli organismi che si occupano della bioetica come un governo. I saggi chiamati a decidere dovrebbero essere eletti, in modo che il Consiglio rispecchi la sensibilità prevalente nella società».
Parliamo di fecondazione assistita. Il tema cruciale ci pare l’embrione. È giusto congelarlo? Dove passa il confine tra l’aiuto a donne che non riescono a avere figli e il rischio di «forzare» la natura?
«Dal punto di vista tecnico, congelare l’embrione è possibile. Gli esperimenti su embrioni animali e umani sono riusciti, gli embrioni non hanno subito danni. Ma, in teoria, è possibile che il congelamento porti una piccola alterazione. Basta un errore da nulla per far nascere un individuo menomato. E allora al congelamento dell’embrione io dico no. Ma è un no che non si estende all’intero campo della fecondazione assistita».
Qual è la sua valutazione del fenomeno delle mamme-nonne e degli uteri in affitto?
«Tutti gli interventi che rispettano la fisiologia della specie si possono fare. Ma ogni intervento che non la rispetta non si può fare. Gli uteri in affitto rappresentano una forzatura della natura. La donna che dà la cellula uovo è solo la madre genetica. La madre biologica, che conosce i cambiamenti ormonali, vive la componente emotiva della gravidanza, stabilisce il legame di affetto, amore, devozione con il feto, è la donna che ‘affitta’ l’utero. Viene da chiedersi: di chi è il figlio? E non c’è un Salomone che possa decidere».
Cosa pensa della manipolazione del Dna? E di quella dell’embrione? Com’è possibile progredire sulla via della prevenzione, senza imboccare quella dell’eugenetica, che porta al miglioramento della razza per via medica?
«La risposta è semplice. Prevenire alcune malattie ereditarie è possibile. Migliorare la razza non lo è. Almeno, non se ne intravede la possibilità. Non so cosa ci riserva il futuro. Non conosco gli scenari dei prossimi vent’anni, né i pericoli che ci riserva. Per il momento, si lavora alla terapia genica, che consiste nell’introdurre un gene normale nelle cellule di individui con un gene alterato. Ad esempio, alcuni soggetti mancano dell’Ada, un enzima necessario per difendere le difese immunitarie dell’organismo. In questi casi la terapia genica ha funzionato. Ora si sta studiando come estenderla a altre malattie».
Quali?
«A forme di emofilia, e in genere a malattie del sistema immunitario. Alla fibrosi cistica. Alle distrofie muscolari. Ma la risorsa principale della terapia genica non è la cura, è la prevenzione. La si usa per impedire che i bambini nascano malati. Funziona così. Si identifica, grazie all’analisi genetica, il portatore sano di un gene malato. Un’analisi totale è impossibile, ma si può concentrare l’attenzione sulle popolazioni a rischio: ad esempio, i sardi per quanto riguarda la talassemia. Il problema è che un gene può essere malato in molti modi diversi. Quindi occorrono una, dieci, cento verifiche. Per la fibrosi cistica, ad esempio, si analizzano tredici diverse possibilità, e si può arrivare a neutralizzare il 90 per cento dei pericoli. Non è la certezza matematica, ma ci siamo molto vicini. Per la talassemia ha funzionato. L’analisi genica e la fecondazione in vitro, come dicevo, sono state usate anche per scongiurare casi di fibrosi cistica. Si fa così. Prendendo l’ovocita dalla madre e lo spermatozoo dal padre, si creano alcuni embrioni. Da ciascuno si estrae una cellula e se ne analizza il corredo genetico. Gli embrioni che hanno entrambi i geni malati vengono distrutti. Quello che ha entrambi i geni sani verrà inserito nell’utero della madre».
Il consiglio per la bioetica ha individuato nell’elettroencefalogramma piatto la soglia da raggiungere per espiantare gli organi che saranno poi trapiantati: è d’accordo con questo orientamento?
«Sì. Quando l’elettroencefalogramma è piatto, il cervello è distrutto, non esistono possibilità di ripresa: l’uomo è clinicamente morto, e presto lo sarà anche fisicamente. Ma è una soglia inviolabile. Espiantare prima sarebbe impossibile. Abbiamo avuto casi di ripresa straordinaria».
Quali sono i confini prossimi venturi della ricerca medica? Quali conquiste, quali rischi prevede?
«Verranno messe a punto altre terapie nuove che si affiancheranno a quella genica. Il gene, ricordiamolo, è portatore di informazioni. Ma chi fa concretamente le cose è una proteina, che agisce secondo le informazioni del gene. È possibile lavorare direttamente sulla proteina. Lo si è fatto per curare l’emofilia. Lo si fa per sopperire alla deficienza di Ada: l’enzima carente viene costruito in coltura e inserito in una vescicoletta che si inietta nel sangue: l’enzima si attacca alle cellule e vi penetra. Di recente è stato messo a punto anche un farmaco anti-Aids che blocca la proteasi del virus. I pericoli? Sul piano medico, il rischio è la diagnosi incompleta, che può non rivelare le possibili malformazioni. Resterebbe in questo caso la possibilità dell’aborto terapeutico, ma qui si apre una questione eticamente e religiosamente complessa. Per quanto riguarda i pericoli sul piano morale, è la società a dover dare una risposta».
Ma è possibile individuare un criterio per evitare abusi in futuro?
«Ci sono cose che si potrebbero già fare in laboratorio, ma che non si devono fare. Come sfruttare la fecondazione in vitro per predeterminare il sesso del nascituro. Un primo criterio dev’essere la coscienza dello scienziato. Devono essere medici e studiosi a dire quel che è tecnicamente possibile fare. A quel punto, però, la responsabilità non può ricadere solo sulla scienza, bensì su tutta la comunità».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Aldo Cazzullo.