È invisibile, fa paura
Il grande medievista Georges Duby intervistato da Confini: «La perdita della fede ha trasformato la morte in un passaggio verso l’ignoto».
Gli uomini che vivevano dieci secoli fa erano inquieti proprio come noi. E le paure degli albori del Terzo Millennio non sono poi diverse da quelle del tramonto del Primo: paura della povertà, delle epidemie, dell’Altro, della guerra, della violenza. È la morte che è cambiata. L’immagine della morte nella nostra società è lontana, e forse più terrifica, di quella medievale. E probabilmente ne abbiamo più paura di un tempo.
Georges Duby, accademico di Francia, uno dei più grandi medievisti viventi, ha pubblicato l’anno scorso, presso le edizioni «Textuel», «An 1000 An 2000, sur les traces de nos peurs», un saggio per cercare di capire com’è cambiata l’immagine della paura — e della morte — nella società e nell’animo umano.
Professor Duby, come ha influito il progresso sull’immagine della morte?
«La differenza è semplice e angosciante nello stesso tempo. Nel Medioevo nessuno dubitava che esistesse un altro mondo, al di fuori della sfera delle cose visibili. Si imponeva un’evidenza: i morti continuavano a vivere nell’aldilà. L’uomo dell’Anno Mille possedeva la certezza di non sparire completamente, nell’attesa della resurrezione. Per l’uomo di fine millennio, la perdita del sedimento religioso ha fatto della morte una prova terrificante, il passaggio nelle tenebre e nel territorio dell’ignoto».
Quale immagine aveva della morte l’uomo medievale?
«La vita si prolungava oltre la morte, e i morti erano sempre presenti, in particolare alle cerimonie in cui venivano associati ai vivi, evocati da quelle comunità monastiche il cui compito principale era proprio di «servire i morti». La morte era un passaggio, e questo passaggio avveniva con una cerimonia. Ecco una differenza profonda con la nostra cultura».
Cioè?
«Per noi, la morte è una cosa imbarazzante: occorre sbarazzarsi del cadavere il più presto possibile. Nel Medio Evo, invece, tutta la famiglia, i servitori, i vassalli, i conoscenti si riunivano attorno al capezzale di chi stava per morire. Che doveva compiere un certo numero di gesti: spogliarsi, distribuire i suoi oggetti tra coloro che lo amavano, esplicitare le sue ultime volontà, esortare i superstiti a una migliore condotta di vita. Poi, dopo il funerale, sempre all’interno della chiesa avveniva un ultimo rito, segno della solidarietà che legava vivi e morti: un banchetto funebre, cui erano invitati familiari e compaesani».
Lei pare quasi rimpiangere quell’approccio con la morte, in confronto al nostro…
«È vero, lo rimpiango. Penso che la morte divenisse senza dubbio meno terrificante di quanto non sia ora, proprio per la certezza di non sparire del tutto. Mentre ora la morte, per molti di noi, è un viaggio nell’inconoscibile».
A cosa attribuisce questa differenza? Alla perdita di un certo sentimento religioso, alle conseguenze del processo tecnico o a una migliore conoscenza della biologia?
«Penso si tratti di un concorso di fattori. Quello principale, senza dubbio, è il tramonto della fede. E il secondo in ordine di importanza è la fine della solidarietà dei parenti e dei vicini, che in vita rinchiudevano l’uomo medievale in una cappa a volte insopportabile, ma lo aiutavano a superare le vicissitudini della vita e soprattutto la prova fondamentale del trapasso».
Oggi l’immagine della morte è resa ancora più paurosa dal timore per l’avvenire dell’umanità. Esisteva qualcosa del genere nel Medio Evo?
«Esisteva un’attesa, quella della fine dei tempi. Sarebbe venuto un giorno che sarebbe stato l’ultimo. Poi, il passaggio in un mondo impensabile, quello dell’eterno e dell’infinito. Quel che davvero temevano i nostri progenitori non era la morte, quanto il giudizio finale e le pene dell’aldilà. Lo testimonia l’arte medievale e il realismo con cui venivano raffigurati i tormenti dell’inferno: una bocca spalancata che inghiottiva i dannati, che venivano sottoposti ai tormenti più crudeli — gli stessi con cui in vita venivano puniti i criminali».
L’inferno era più inquietante allora, per la sua onnipresenza, o adesso, per la sua rimozione?
«Immagine ossessiva, l’idea dell’inferno viveva in ogni animo. Era forse il germe più virulento della paura che attanagliava le genti di quell’epoca. Si sentivano minacciati dal castigo, e tentavano di sfuggire alla dannazione con ogni mezzo: preghiere, penitenze, talismani. Se nel Duemila la credenza nella pena eterna inflitta da un Dio vendicatore si è stemperata, per non dire dileguata, mi appare una liberazione. Anche se, pure nel nostro tempo, nonostante il progresso della conoscenza, avverto che molta gente, anche tra gli intellettuali, crede ancora alle forze demoniache. Gli uomini restano meno armati di quanto non si creda di fronte a questa inquietudine».
Come si manifesta questa credenza?
«Nel successo straordinario che hanno nella nostra società i ciarlatani che vendono ogni sorta di talismani per tentare di vincere le avversità, di prevedere l’avvenire, di difendersi dalle forze malvagie. Il successo di coloro che promettono di guarirci, dai mali del corpo come da quelli dell’anima, mi induce a pensare che la paura dell’invisibile resta profondamente insita nei nostri visceri».
Al punto di trascendere il progresso scientifico?
«Sì, perché, nella misura in cui la conoscenza si allarga, noi prendiamo coscienza che esistono cose inconoscibili. Molti dei mali dell’anima nascono certamente da questo sentimento di impotenza degli uomini di fronte al loro destino, e alla crisi delle terapie stabilite per rassicurarli. Il rito cristiano della confessione e della penitenza, cioè un insieme di gesti destinati a lavare i peccatori dalle loro colpe, aveva un ruolo equivalente a quello attribuito nella nostra società dalla psicanalisi. Questo rito attenuava la paura dell’inferno, tanto più grande dal momento che allora non esisteva un tertium tra inferno e paradiso: un vuoto talmente inquietante che la società ha inventato il purgatorio».
La morte della natura, la degradazione dell’ambiente, è uno specifico della nostra età?
«Sì, e questa è la differenza, a mio avviso, più netta. La questione ambientale non poteva porsi in un universo dove la potenza della natura era terrificante. Gli uomini non si ponevano la questione della fine della specie: ne erano certi. Non sapevano quando sarebbe accaduto ma non dubitavano che sarebbe venuto un giorno in cui la Terra sarebbe stata vuota di uomini, che sarebbero andati in cielo, o all’inferno».
L’uomo aveva coscienza della scomparsa delle specie animali?
«No. Si sapeva però che civiltà anteriori erano morte, come la civiltà romana. Esisteva il sentimento del deperimento delle cose. L’uomo aveva compreso che le civiltà erano mortali. Ma non concepiva che potessero esserlo anche le specie animali».
E la paura della morte del mondo, così viva nel Medio Evo, esiste ancora?
«Sì, è qualcosa che dura. Mia madre, ad esempio, non era affatto sicura che la fine del mondo non sarebbe arrivata presto. Noi siamo ancora condizionati da tutto quel che i nostri progenitori hanno fatto o pensato. Se scrutiamo le coscienze dei nostri contemporanei, troveremo molta gente convinta che la storia umana possa interrompersi bruscamente. Mi ricordo dei primi test atomici: c’era chi temeva che avrebbero innescato una reazione a catena capace di distruggere il pianeta. Ora la grande paura è la bomba demografica. E quando sentiamo che si trovano ancora uova di dinosauro non schiuse, benché quella specie sia scomparsa da milioni di anni, allora siamo portati a credere che qualche misteriosa crisi delle difese immunitarie possa far sparire anche la specie umana».
Lei vede oggi i segni di un risveglio spirituale?
«Quel che vedo soprattutto, è che il materialismo non soddisfa la grande maggioranza degli uomini. Che sono in cerca di qualcosa di più».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Aldo Cazzullo.