Esiste il diritto alla morte?
Società

Esiste il diritto alla morte?

1 Gennaio 2000
6 min di lettura

Eravamo impegnati a impaginare la bella intervista pubblicata nelle pagine precedenti, quando Indro Montanelli, intervenendo a un incontro organizzato dalla Fondazione Floriani di Milano (che si occupa di malati terminali), ha riaperto da par suo il dibattito sul diritto di ogni uomo a scegliere il momento in cui morire. Montanelli ha detto di non temere la morte, ma il morire e la sofferenza che spesso lo accompagna. Ha detto che la sofferenza costituisce una tragica limitazione della libertà, e non una via capace di condurre alla libertà.

Gli ha risposto dalle colonne de «La Stampa» Lalla Romano: «Anch’io penso che la sofferenza tolga la libertà, dunque è un male. La sofferenza mi limita e mi rende peggiore». È intervenuta, con accenti non troppo diversi, Rita Levi Montalcini: «Anche io vorrei essere aiutata, se soffrissi in modo insopportabile, a morire». Aldo Pagni, presidente dell’Ordine dei Medici, ha affermato: «Il compito del medico è aiutare a vivere nel miglior modo possibile, e a morire nel miglior modo possibile», aggiungendo tuttavia che nessun medico potrà mai aiutare un uomo a morire.

Il filosofo Lucio Colletti si è detto d’accordo con Montanelli; il cardinale Ersilio Tonini è apparso ovviamente su posizioni assai diverse e preoccupato che le franche parole di Montanelli potessero essere strumentalizzate; il farmacologo Silvio Garattini, infine, ha espresso concetti non lontani da quelli enunciati dal collega Pagni: «Ritengo legittimo che qualcuno rifiuti delle cure e scelga di morire. Non accetto che qualcuno pretenda che un altro lo uccida. Ma non c’è un muro: il medico serio deve aiutare a vivere bene e a morire nel miglior modo possibile, dando dignità anche agli ultimi giorni».

Questo confronto di opinioni ha rappresentato una boccata d’aria pura in giorni in cui i quotidiani sembravano monopolizzati dai servizi dedicati ai calendari con le esibite nudità di attori e attrici, perché ci ha riportato sul terreno sodo e scabro della vita vera, quel terreno su cui, ci piaccia o no, siamo tutti protagonisti. E in pari tempo, però, ci ha mostrato una volta di più che su certi grandi temi la riflessione è incostante, insufficiente, incapace di vero rigore.

Montanelli afferma che «il diritto alla morte è un diritto non meno sacrosanto di quello alla vita». Può questo diritto essere formalmente e legalmente riconosciuto (fermo restando che toccherà a ciascuno decidere se e come farne uso)? E se sì, in quale modo può essere «garantito»? Che cosa significa, esattamente, «aiutare a morire nel miglior modo possibile» e che cosa significa, esattamente, «dare dignità agli ultimi giorni»? Se il medico non può aiutare né facilitare la morte di un paziente, chi è che può farlo, e come e quando? E se nessuno può farlo, mai e in nessun caso, e il morente non è in grado di farlo da solo?

Attorno al discorso sulla morte e sul morire si annodano tutti i possibili discorsi sulla vita, ed è per questo che l’argomento risulta per molti intrattabile, da eludere o da liquidare in poche parole. Accettare che la morte, in certe condizioni e a certe condizioni, possa essere una scelta liberamente compiuta dall’individuo, ma nello stesso tempo socialmente accettata e riconosciuta, significa postulare un certo concetto della vita, del suo valore e dei suoi valori. O significa quanto meno riconoscere alla società il ruolo di neutrale garante delle concezioni che ciascuno di noi può elaborare e praticare. Tutto questo non è scontato: non lo è per chi ha compiuto una scelta di tipo religioso, e non lo è neppure per molti di coloro che si professano laici.

Il discorso sulla morte e sul morire mette ciascuno di fronte ai propri dubbi, alle proprie incertezze, alle proprie inevitabili contraddizioni. D’altra parte, e forse per questo, esso è uno dei pochi discorsi che potrebbero davvero aiutarci ad argomentare — oggi — un discorso sulla vita e sul vivere di qualche consistenza. E scrivendo «consistenza», penso al fatto che ogni ragionamento sulla morte e sul morire ci riporta inevitabilmente al corpo, il grande assente di quest’epoca elettronica e virtuale.

Le trasformazioni che il tempo infligge al corpo — fino a quella ultima — sono nascoste, allontanate, rimosse, come se la percezione del limite, della deperibilità, della caducità rappresentasse un’esperienza oscena, da celare agli sguardi, da espellere dalla comunicazione. La presenza della malattia e quella della morte sono circondate di atti e misure il cui scopo sembra innanzitutto quello di circoscrivere, isolare, rinchiudere in una rassicurante asetticità. Paradossalmente la stessa medicina, mentre ci aiuta a fronteggiare con sempre crescente perizia le aggressioni delle malattie e degli anni, ha ridotto il nostro corpo a una serie di pezzi, instancabilmente sondati, rilevati, fotografati. Mille specialisti, mille esami, mille terapie lo hanno disaggregato, con il risultato di negarlo come insieme non soltanto organizzato, ma organico.

La perdita del corpo — inteso come entità unitaria e unica, nelle sue alchimie di sangue e di carne, nel suo rapporto con l’intelligenza, il carattere, la personalità, l’identità di ciascuno — ci impoverisce tutti, ci impedisce di elaborare in termini positivi la nostra finitezza, ci impedisce di elaborare il distacco dalla vita e dalle persone che abbiamo amato, ci impedisce di apprendere quella saggezza della vita (e della morte) di cui tutti abbiamo enormemente bisogno. Rappresenta anche una perdita di senso, di una parte importante del senso che ha o che può avere il nostro stare nel mondo.

Montanelli: «È il dolore morale che mi spaventa di più, la perdita della dignità di uomo». Da un’intervista di Claudio Altarocca a Indro Montanelli pubblicata da «La Stampa» sabato 4 dicembre 1999. Alla domanda se si sentisse cristiano, pur detestando la sofferenza, Montanelli rispose: «Se cristiano vuol dire rifiutare l’eutanasia, non sono cristiano. Sono piuttosto pagano. I grandi saggi dell’antichità dicevano: Punge, medice, svenami. Seneca, ad esempio. Ecco, io vorrei essere stoico, non solo a parole. Ripeto: non sono sicuro. Lo vorrei oggi, che posso pensare con la mia testa». Quanto all’eutanasia, precisava di esservi favorevole soltanto quando il malato la richieda e quando ci siano motivi fondati perché la richieda, e con molta cautela, perché dalla depressione — che pure può far invocare la morte — si guarisce. E concludeva: «È il dolore morale che mi spaventa di più, la perdita della dignità di uomo, il venir meno della volontà, dell’intelligenza, dell’orgoglio. Questo mi fa paura. Non tanto la sofferenza fisica».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2000, a firma di Ezio Quarantelli.

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