Estinguersi. Che male c’è?
Le immagini della natura contaminata sono uno degli stereotipi della morte. Ma non è affatto detto che il suicidio dell’uomo per inquinamento significhi la fine della vita sulla terra.
Un cormorano avvolto in una coltre di petrolio. Una immagine emblematica della morte contemporanea: quella da inquinamento. «L’uomo rischia di uccidere la vita sulla terra» dicono gli ecologisti. È certamente vero che l’uomo rischia di distruggere se stesso. Ma è vero che con lui morirebbe anche il pianeta? L’homo sapiens popola la Terra da qualche decina di migliaia di anni, in altre parole, è l’ultimo arrivato. Presuntuosissimo, tende a vedere nella propria apparizione l’evento fondamentale nella storia della Terra: il che non è. E tuttavia qualche motivo di presunzione non gli manca. In poche migliaia di anni ha imparato un sacco di cose. Con uno straordinario exploit di autocoscienza, è in grado di leggere, nel grande libro della natura, la storia del nostro pianeta e quella dei processi vitali dai quali egli stesso ha preso origine: una storia di catastrofi, come si vedrà.
In quel libro scopre che la Vita ha attraversato grandi vicissitudini ed ha svolto un ruolo poco conosciuto: quello di mantenere sulla Terra le condizioni che permettono lo sviluppo della Vita stessa. E vi legge anche il nascere e il morire delle specie. Per un umano pensante, la nascita e la morte (la sua nascita e la sua morte) sono i soli eventi che contano: uno dei motivi per cui è nata questa rivista. Nel grande libro della Natura si trova qualcosa di diverso: il singolo protozoo (come il singolo uomo) non conta nulla. Ma se miliardi di protozoi, durante il loro ciclo vitale, avvelenano il loro brodo, oppure se si estingue un gruppo importante di organismi, ecco che ciò altera l’ecosistema, o addirittura il clima, costruendo condizioni che possono essere gratificanti per certe specie, e nefaste per altre.
Come si viveva dunque tre miliardi di anni fa sul giovane pianeta? Le condizioni erano certamente molto diverse da quelle di oggi. L’acqua si era già formata e la sua quantità doveva essere più o meno quella dei tempi più recenti. Ma gli oceani erano alquanto più sottili ma estesi, anzi, non è escluso che inizialmente occupassero tutta la superficie del pianeta. L’atmosfera era molto diversa, essendo composta di azoto, ossidi di carbonio, acido cloridrico, acqua e metano. Vi mancava quindi una cosa importantissima, che è l’ossigeno.
Come si viveva dunque? Decisamente male. La temperatura sulla superficie terrestre era sui 70 gradi, quindi molto scomoda, anche se adatta per una vita precaria. Una temperatura moderata, comunque, in confronto a quella attuale di un pianeta come Venere che pure inizialmente doveva avere condizioni non dissimili. La temperatura su Venere è di circa 500°C, inadatta per qualsiasi forma di vita.
Se usciamo dal nostro pianeta constatiamo che le condizioni che rendono possibile la vita non si realizzano se non eccezionalmente. Prendiamo i due pianeti meno remoti, e cioè Marte e Venere. Venere ha una densa atmosfera di anidride carbonica e, in superficie, la temperatura che abbiamo detto. Marte ha un’atmosfera anch’essa di anidride carbonica, ma estremamente rarefatta, con una pressione bassissima, pari a qualche millesimo della nostra, e una temperatura media di oltre 100 gradi sotto zero. Siamo completamente fuori dall’intervallo compatibile con la vita.
In entrambi i casi abbiamo motivi per pensare che l’atmosfera iniziale fosse la stessa della Terra e cioè un miscuglio di vapor d’acqua e anidride carbonica. Perché allora la diversa evoluzione? Sappiamo che il regolatore della temperatura sulla superficie dei pianeti è l’anidride carbonica: più ce ne è e più fa caldo («effetto serra»). Che cosa determina oggi il bilancio di tale gas? L’attivo è fornito dalle eruzioni vulcaniche; il passivo, dalla sua fissazione nella materia vivente. Dopo lo stadio iniziale, ciò che ha differenziato il destino dei due pianeti è stato proprio il bilancio dell’anidride carbonica. Su Venere evidentemente la fornitura era superiore al consumo, e quindi la temperatura è salita, arrivando infine al valore attuale. Su Marte è successo il contrario. La temperatura è scesa. Il vapor d’acqua è diventato ghiaccio.
Nella Terra, lo stesso disastro non ha avuto luogo perché vi sono state delle «retroazioni» (meccanismi termostatici) che sono mancate su Venere e Marte. Ed ecco il punto più interessante: ciò che ha reso la vita possibile è stata la vita stessa. In altre parole, prima che sulla Terra le condizioni diventassero impossibili, la Vita si è sviluppata e ha fatto sì che le condizioni restassero compatibili con lo sviluppo della vita.
La geochimica isotopica ci dice che la fissazione di carbonio da parte di batteri era cominciata già 3500-3800 milioni di anni fa, cioè poco dopo la nascita del pianeta. I più antichi microrganismi conosciuti erano una comunità di batteri del tipo più semplice, a cellule prive di nucleo (procarioti). Incapaci di produrre ossigeno mediante fotosintesi. Riducevano anidride carbonica atmosferica fissando carbonio per costruire le loro cellule, le quali, alla morte, non finivano ossidate da fenomeni di putrefazione (anche perché non c’era ossigeno libero nell’atmosfera). Di conseguenza, il carbonio non veniva restituito all’atmosfera. L’azione di questi batteri impedì che l’effetto serra facesse fare alla Terra la fine di Venere.
Bisogna allora chiedersi che cosa salvò la Terra dal rischio opposto, e cioè quello di congelare, se i batteri lavoravano troppo bene. Rischio non piccolo, anche perché si calcola che la luminosità solare nell’Archeano fosse inferiore del 25% all’attuale. In quelle condizioni, per non surgelare serviva una concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera un centinaio di volte l’attuale. Da dove arrivò tutta questa anidride? Qualcuno pensa a grandi eruzioni vulcaniche, altri a un riciclo di materia organica già accumulata, da parte di batteri fabbricatori di metano. Quale che fosse l’origine, si era raggiunto un equilibrio.
Passa un miliardo di anni prima che cambi qualcosa e, come spesso capita in natura, il cambiamento è catastrofico (ecco perché la maggior parte dei biologi sono conservatori!): circa due miliardi e mezzo di anni fa nell’atmosfera fa la sua comparsa un micidiale inquinante, l’ossigeno. Perché e con che effetti?
Si è detto che inizialmente il sole scaldava poco. La luminosità divenne «normale» dopo circa due miliardi di anni e a quel punto, perché le condizioni ambientali rimanessero le stesse, la concentrazione di anidride carbonica doveva ridursi più o meno a un centesimo di quel che era. Come è che ciò è potuto avvenire? La chiave è stata l’apparizione di nuovi organismi, e cioè di cianobatteri capaci di fissare anidride carbonica producendo glucosio e di dissociare acqua producendo l’inquinante e cioè appunto ossigeno. Inquinante, perché i preesistenti organismi erano anaerobi, ovvero adattati a un ambiente privo di ossigeno. Per quei morituri, «respirare» ossigeno era come per noi respirare ammoniaca. E tuttavia l’ossigeno favorì un’«esplosione» della vita. Consentì infatti la formazione della «fascia di ozono» nell’alta atmosfera, e quindi lo sviluppo di tutte quelle forme di vita che non tollerano i raggi ultravioletti. Inoltre vi si associò una enorme diffusione di alghe azzurre note come «stromatoliti» che ebbero l’influenza decisiva sull’evoluzione climatica successiva.
Grazie alla grande estrazione di anidride carbonica dall’atmosfera, operata dagli stromatoliti, la Terra non si surriscaldò ed anzi vide la temperatura in superficie abbassarsi gradatamente. Gli stromatoliti in effetti lavorarono anche troppo bene, dato che circa 2 miliardi di anni fa si ebbe la prima delle glaciazioni: adattati a un clima caldo, avevano innescato un graduale raffreddamento climatico che praticamente comportò il loro suicidio. La Terra si era difesa mettendo ancora in opera un meccanismo termostatico. E ancora una volta, l’evento catastrofico comportò un’«esplosione» della Vita. Di altre forme di vita.
Circa 1500 milioni di anni fa, il posto delle alghe azzurre fu preso dagli eucarioti (organismi più complessi a cellula con nucleo) e poi dagli organismi superiori (metazoi). La differenza era importante dal punto di vista climatico. Gli stromatoliti infatti consumavano anidride carbonica atmosferica per costruire rocce calcaree. I metazoi invece, generalmente privi di guscio calcareo, tanto prendevano e tanto restituivano. Prendevano anidride carbonica per costruire le loro cellule, e alla morte la restituivano all’atmosfera con i fenomeni di putrefazione.
L’apparizione dei primi metazoi preludeva all’era moderna della storia della Terra cominciata 600 milioni di anni fa, l’era dei fossili, dominata dagli organismi superiori. Ma la vicenda di catastrofi era tutt’altro che finita. Al contrario, ne abbiamo notizia ancor più precisa grazie alla testimonianza conservataci proprio dai fossili. Ne sono conosciute almeno cinque, l’ultima delle quali, nota anche fuori dalla cerchia degli studiosi per aver «cancellato» i grandi rettili, è stata probabilmente provocata dallo scontro del nostro pianeta con un grande meteorite, avvenuto 65 milioni di anni fa. Queste «estinzioni di massa» hanno cancellato fino al 50% delle specie esistenti.
Eppure, da questa storia esce un quadro nel quale vita e morte si compenetrano come ying e yang, un quadro nel quale la vita porta morte e la morte porta vita. 65 milioni di anni fa un bolide colpì la Terra portando morte di una dimensione inimmaginabile, colpendo il mollusco, il dinosauro, l’albero in ugual misura. Eppure, senza questa tabula rasa sarebbe probabilmente mancato lo spazio ecologico per lo sviluppo dei mammiferi. Tra i quali il presuntuosissimo Re del Creato. Ma, popolata da mammiferi oppure da cianobatteri, la faccia della Terra non è né più bella né meno bella.
Sappiamo che dall’inizio della rivoluzione industriale il contenuto di anidride carbonica dell’atmosfera è salito del 25% per colpa nostra, per tutto il carbone che abbiamo bruciato. Questo «effetto serra» ci preoccupa molto perché a noi creerà grossi problemi. Eppure la variazione ambientale è infima in confronto a quelle che si sono verificate in passato naturalmente. L’inganno è nel farsi schermo dell’«ambiente» con professioni d’amore, quasi fosse un valore in sé, per nascondere i nostri piccoli, magari rispettabili egoismi. La verità è che amare il «panda» è molto più facile che amare il vicino di casa.
E la Natura? Continuerà a guardarci con carità e compatimento, e a programmare la prossima estinzione di massa, che questa volta magari servirà a compensare le fesserie da noi commesse, o magari a castigarci. Il che poi è un’idea presuntuosa: «ambiente» siamo anche noi, ma certo non importanti quanto il plancton e le alghe azzurre.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Lino Sacchi.