Gasp! Paperone è defunto
Non è vero che nei fumetti la morte non esiste. Anche se di regola i protagonisti vivono un eterno presente, nei comics stragi e delitti sono da sempre routine. E adesso, per ragioni pubblicitarie, la vita «comincia a finire» anche per i «super eroi». Ci ha lasciato le penne nel ’67. Aveva 100 anni. Ma chi lo dice? Don Rosa, un importante autore americano che ha dedicato al «riccastro» una monumentale biografia. E sulle riviste per amatori si vede già Paperino che piange sulla tomba dello zio.
Il mondo dei comics soffre di almeno due pregiudizi. Il primo: «I fumetti sono roba per bambini». Il secondo: «Gli eroi di carta vivono in una specie di universo senza tempo: congelati in un mondo dove nessuno invecchia, nessuno si ammala, nessuno muore».
Bugie. Perché alla nascita del fumetto i giornali per ragazzi non esistevano, e le prime strisce uscirono sui quotidiani. E se è (quasi sempre) vero che i protagonisti vivono un eterno presente, risparmiandosi le ingiurie degli anni, è altrettanto certo che la Morte nei fumetti, anche quando non compare di persona con tanto di falce e cappuccio, è una presenza reale. Muoiono ammazzati i cattivi dei western o dei classici polizieschi. Muoiono i personaggi dalle vendite stantie, pronti a resuscitare dopo qualche numero, tanto per raccogliere i dollari dell’immancabile ripresa editoriale. Muoiono anche i supereroi delle serie americane, trasformate in gigantesche soap opera in cui qualche decesso ogni tanto aiuta gli sceneggiatori a districarsi in una struttura narrativa diventata troppo caotica. Muoiono quasi ad ogni numero le fidanzate di Dylan Dog, l’eroe cult degli anni Novanta.
D’altra parte il tabù dell’infermità e della morte, anche nella narrativa dichiaratamente per l’infanzia, è un evento recente e limitato alla produzione occidentale: basti pensare alle favole del secolo scorso, oppure ai fumetti e ai disegni animati che arrivano dal Giappone, popolati di robot e alabarde spaziali, ma anche di orfani e bambini malati. Oggi la morte si nasconde per pudore, ma ai primordi — quando guerre ed epidemie la rendevano «familiare» anche ai più giovani — nessuno aveva paura di rappresentarla. Un esempio? Il tedesco Wilhelm Busch e i suoi Max e Moritz, i monelli che molti considerano i progenitori del fumetto moderno. Busch era un pittore di poca fortuna che per campare si mise a realizzare storielle per bambini in cui i disegni si accompagnavano a filastrocche in rima. Divenne celebre per le sue storielle, ma le odiava perché gli ricordavano il suo fallimento. Così le infarcì di aggressività, di amarezza, di «violenza» al limite del sadismo. Gli stessi Max e Moritz — cui qualche anno più tardi si ispirò l’americano Rudolph Dirks per i più celebri Bibì e Bibò — vivono lo spazio di una sola avventura, pubblicata nel 1865, in cui tormentano un intero paese. Alla fine, però, la giusta punizione non è la consueta ripassata con il battipanni. I due bambini muoiono, in modo terribile: gettati dalla macina di un mulino e divorati da una coppia di paperi. Una condanna a morte accompagnata dalla vendicativa soddisfazione di parenti e compaesani: «Al villaggio la notizia / non fu accolta con mestizia / Una vedova dei polli / derubata dai rampolli / commentò piano e pacata / fine meritata». E ancora: «Lo zio Fritz che i due bricconi / con formiche e calabroni / molestarono nel letto / decretò con biasimo detto / ‘Questi sono i risultati / degli scherzi non garbati…’».
Un finale agli antipodi rispetto alle abitudini moderne, dove i fumetti per l’infanzia evitano accuratamente l’idea stessa della morte. Le tavole delle leggi non scritte cui si attengono gli autori italiani delle storie Disney, ad esempio, proibiscono da anni ogni rappresentazione di malattia, morte e violenza: riferite sia alle «persone» (gli animali antropomorfi) sia alle bestie vere e proprie.
La morte, per la Disney Italia di oggi, è un tabù assoluto, al punto che le ristampe delle storie di Carl Barks, il grande autore che ha dato corpo alla saga dei paperi, sono state emendate da ogni riferimento alla caccia e alla pesca. Con esiti a volte paradossali: personaggi seduti a meditare sulle sponde dei fiumi in atteggiamenti stranissimi (i «risori» hanno cancellato le canne da pesca), altri che «sparano al piattello» nei boschi. Un modo singolare di condannare la caccia, del tutto diverso — ad esempio — da quello firmato da Silver in un’altra celebre serie popolata di animali parlanti, Lupo Alberto e la fattoria dei McKenzie: tra gli abitanti della fattoria è comparso per qualche tempo Uccello, un pulcino di passero caduto dal nido cui il Lupo, in una serie di irresistibili gag, cerca di insegnare a volare. Alla fine la natura è più forte dei cattivi insegnamenti, e Uccello riesce a spiccare il volo. Un volo breve: il personaggio finisce abbattuto dal fucile di Mosè, il cane da guardia della fattoria. La vignetta in cui Lupo Alberto, in lacrime, tiene in mano il corpo di Uccello è in assoluto una delle più tristi nella storia del fumetto italiano, e insieme la dimostrazione di come si possa combattere la violenza senza negarla, mostrandone gli effetti più deleteri.
La Disney, al contrario, ha scelto la strada del silenzio. Lo stesso topos dell’eredità di Paperon de’ Paperoni, uno strumento che ha consentito al vecchio avaro di ricattare per anni il povero Paperino («Se non fai quello che voglio lascio tutto a Gastone») è scomparso, sostituito da più innocue minacce di sfratto per morosità o di rappresaglie per i prestiti non restituiti. Come se fosse meno dannoso mostrare ai bambini atteggiamenti che ricordano da vicino le pratiche degli usurai che far pensare alla morte.
Si tratta, sia chiaro, di scelte dei nostri tempi. In Donald’s dream voice, un cartone animato del 1948, Paperina arriva addirittura a meditare il suicidio, gelosa di un Paperino che, quasi per miracolo, anziché starnazzare come al solito si ritrova a parlare con una voce sensuale che fa di lui un gagà affascinante e corteggiatissimo. Sempre per gelosia, anche Topolino cerca di uccidersi in un fumetto disegnato da Floyd Gottfredson nel 1930, Mister Slicker and the Egg Robbers: con una pistola, buttandosi da un ponte, gettandosi in un fiume con una pietra al collo, provando ad impiccarsi con una corda che all’ultimo momento si spezza. Una scelta ardita, voluta — pare — dallo stesso Walt Disney, che oggi provocherebbe il licenziamento di qualunque sceneggiatore che osasse presentarsi con una storia del genere.
Anche nel mondo Disney, però, qualcosa sta cambiando. Recentemente Topolino ha pubblicato un paio di storie in cui alcuni «character» muoiono. Si tratta di avventure che hanno per protagonisti personaggi occasionali, entrati nell’universo Disney con l’artificio delle «storie intorno al fuoco»: i racconti con cui Nonna Papera, di tanto in tanto, intrattiene i parenti. In una di queste, Martin il marinaio e le perle nere del Pacifico, di Rodolfo Cimino e Giorgio Cavazzano, l’equipaggio di Martin scompare in un naufragio. Il capitano trova scampo su un atollo, ma gli altri non vengono mai ritrovati. La parola «morte» non viene pronunciata, ma la fine dei marinai è chiarissima. «Si sono imbarcati su una grande nave, la più grande che c’è. Li ha accolti a bordo il miglior capitano che abbia mai solcato i mari…».
Le novità più sconvolgenti, però, si stanno preparando all’estero. Don Rosa, un autore americano che molti considerano l’erede di Carl Barks, ha introdotto per la prima volta il concetto di «cronologia» nell’universo Disney. Le sue storie, infatti, sono tutte ambientate negli Anni Cinquanta, salvo l’ultima: una monumentale biografia di Paperon de’ Paperoni che attraversa il tempo a partire dalla nascita del personaggio, che Rosa data nel 1867. Due elementi che lo hanno portato a definire il più sconvolgente evento nella storia Disney: la morte di Paperone, fissata nel 1967, all’età di cento anni. Insomma, nessuno se n’era accorto, ma Paperon de’ Paperoni è morto da 28 anni. L’evento, naturalmente, non lascia traccia nelle pubblicazioni ufficiali della Disney, ma lo stesso Rosa si è divertito su una «fanzine», una delle centinaia di riviste per appassionati che ormai si pubblicano in tutto il mondo. Qui, ha disegnato una vignetta che abbatte mille tabù con la violenza di una bomba: Paperino, Paperina, i tre nipotini piangono intorno a una tomba. Sulla lapide una scritta — «Fortuna favet fortibus» — e un nome: Scrooge McDuck, Paperon de’ Paperoni.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Guido Tiberga.