“Genitori, insegnate la morte”
Una serie di delitti maturati e consumati tra le mura domestiche. Un atto di accusa dello scrittore Ferdinando Camon: padri e madri non sanno più far capire qual è il confine tra il di qua e il di là. E a volte i figli non sanno scegliere.
Uno dei comandamenti che psichiatri e psicologi rivolgono ai genitori perché educhino bene i figli, è di fargli capire con chiarezza cos’è la morte. Gli altri comandamenti sono ovvi, e più o meno li mettiamo in pratica tutti, intuitivamente. Magari non li formuliamo come fa la psicologia, ma li conosciamo bene: i figli devono sentire che il legame con i genitori non si rompe, qualunque cosa accada, e quindi che la famiglia è una protezione perenne, la più solida: così è la famiglia da cui provengono, e così dovrà essere la famiglia che si formeranno; devono sentire che non è il denaro a mediare i rapporti tra padre e madre; devono avere qualche progetto per il futuro, non devono vivere alla giornata (era dunque deleterio l’insegnamento sessantottino dell’«Attimo fuggente»: il «carpe diem» crea disadattati, non cittadini); ma devono anche «avere paura», paura di uccidere, paura di uccidersi, paura di essere uccisi. Paura della morte. Il che significa: devono conoscere il confine tra vita e morte, tra il di qua e il di là, e voler stare di qua. Quando leggiamo che uno ha ucciso o si è ucciso, ci chiediamo sempre: sapeva che si dava la morte? Sapeva che dava la morte? E molte volte, troppe volte, la risposta che dobbiamo darci è: No.
A catena
Questo non-sapere gli facilita enormemente l’impresa (agli assassini e suicidi), fa sì che possano «uccidere a lungo», «uccidersi a lungo»: ci sono delitti che vengono compiuti in molti minuti, quindici, trenta, quarantacinque, e a catena, uno dopo l’altro, per sterminare tutt’e due i genitori, i genitori più i fratelli, o genitori fratelli e amici; e ci sono suicidi che vengono ripetuti, nel senso che un ragazzo si suicida per ripetere gesti altrui che ha visto, che ha ammirato, mesi o anni prima: è come se per mesi o anni avesse continuato a suicidarsi. L’ultimo, lungo, complesso omicidio, mentre scrivo queste righe, è quello di una guardia carceraria di Caserta, Domenico Cavasso: ha fatto sette morti, padre, parenti, zia, convivente della zia, conoscenti impiegati al catasto. Ma questi ultimi sono stati uccisi per completare l’opera: l’opera doveva essere lo sterminio della famiglia. L’assassino ha usato una pistola, la Beretta bifilare che aveva in dotazione. È l’arma che le forze dell’ordine hanno inventato nell’epoca del terrorismo, l’arma che ha sconfitto le Brigate Rosse. Ha due file di proiettili in un caricatore, sedici colpi invece di otto. La guardia carceraria della nostra cronaca s’è portato un caricatore inserito, più due in tasca: nella sparatoria ha svuotato tre caricatori, ha condotto un inseguimento delle sue vittime, s’è trasferita dall’abitazione del padre all’ufficio del catasto, insomma ha lavorato per un’oretta. Adesso l’agente verrà condannato per sette omicidi, tutti gli omicidi rispondono del numero di vittime che hanno fatto: ma è molto importante, anche se la giustizia non ne tiene conto, la «durata» di un omicidio, perché è essa che stabilisce la volontà omicida: si può uccidere in un secondo, o in un’ora. E l’assassino di un’ora non è uguale all’assassino di un secondo. Se l’ultimo diventa assassino in un attimo, il primo ribadisce la volontà omicida per ogni attimo di quei sessanta minuti: l’ultimo è un omicida, ma il primo è uno sterminatore.
E cos’è che voleva sterminare, la guardia carceraria di Caserta? La famiglia: la famiglia gli aveva lasciato in eredità una casa (una piccola, modesta casetta, dicono i cronisti, in una bianca, sbrecciata, squallida viuzza), ma lui temeva che se la volessero riprendere. Strage in famiglia, per un bene dal valore molto basso. Come a Villafranca Padovana, dove un figlio ha sparato in petto al padre con un fucile da caccia, perché secondo lui il padre gli rubava dei soldi dal libretto.
Il capostipite
Come alla periferia di Verona, dove quella ragazza di nome Nadia, fidanzata di un ragazzo che lavora come corriere del Pony Express, ha strangolato la madre col filo del telefono per poter disporre dell’appartamento, e farne un localino da attrezzare per incontri sessuali con le reclute della caserma che sta lì di fronte. E come il grande capostipite di tutti questi delitti, protagonista di inchieste a non finire, di perizie e libri, Pietro Maso: quarantacinque minuti di percosse con teglie e spranghe contro il cranio di padre e madre per accelerare i tempi dell’eredità. Si uccide in famiglia. La famiglia uccide.
Scrivo queste parole, e mi risale alla mente il racconto di un personaggio che ho conosciuto nel Veneto (terra della «famiglia» per eccellenza), che aveva mezza dozzina di fratelli, e una madre di novant’anni che li trattava tutti come neonati: a pranzo li voleva attorno a sé a tavola, guai al minimo sgarbo tra di loro, e in punto di morte li ha fatti venire dalle diverse parti del mondo dov’eran dispersi (uno era finito perfino in Australia), e li ha voluti attorno al letto, in cerchio, con le mani protese a stringere le sue. Lei voleva «andare di là, restando attaccata di qua». Varcare il confine della morte mantenendo il contatto con la vita. Man mano che si sentiva morire lei si proiettava sempre più nei figli, sicché non moriva, ma sopravviveva in loro. Generazioni di madri sono morte così, anche se non mettevano in scena concretamente il rito del collegamento con i figli. Era la cultura del «sangue», per cui ogni nuovo nato era la reincarnazione di un già nato: si scrutava dove gli somigliava, la bocca, gli occhi, il naso. La somiglianza cominciava da quel punto e non finiva più. Erano le epoche della famiglia che salva, che protegge dalla morte: morte e famiglia erano due contrari. Moriva solo chi non aveva famiglia, non aveva figli. Non sposarsi era sentito come una disgrazia: voleva dire trovarsi bloccato in una strada che non garantiva la ripetizione, l’immortalità. Le civiltà contadine, che sono tutte civiltà dell’immortalità, quindi religiose, sentono l’immortalità essenzialmente attraverso la specie, come reincarnazione. L’alibi delle donne era fare figli: non avevan potere, ma avevano il potere di fare figli, che è la somma di ogni potere. Per passare dalla famiglia che protegge dalla morte alla famiglia che dà la morte è stato necessario fare il vuoto attorno alla famiglia, spegnere tutte le fonti da cui la famiglia riceveva conferme, regole, morale: la religione, la scuola, la casa. La famiglia che uccide non ha più casa. La casa viene sentita sempre più spesso, dai giovani, come una bara: l’identità casa-bara vien ribadita non solo nei sogni, ma anche nel linguaggio dei giovani, quando si incontrano o quando si telefonano.
La condanna
«Uscire di casa» vuol dire andare verso la vita, non poter uscire vuol dire essere condannato. Non so se avremo mai il testo di almeno una delle sedute a cui viene sottoposta la madre americana che ha ammazzato cinque figli piccolissimi, uno dopo l’altro, man mano che compivano i tre-quattro anni: ma son sicuro che dentro ci sentiremmo questo senso di rifiuto della casa-bara, questa volontà di uccidere la famiglia per salvarsi dalla famiglia che uccide. Un’indagine svolta in Inghilterra rivelava, pochi mesi fa, che nel Regno Unito gli infanticidi sono più numerosi di ogni altra forma di delitto, il che vuol dire che la famiglia è l’habitat del delitto, della volontà di morire e di uccidere: gli infanticidi sono i delitti con cui la famiglia uccide se stessa, i delitti della famiglia che non vuole sopravvivere. Il suicidio della famiglia.
Ecco, mi ritorna ancora in mente quella donna che moriva, a novant’anni, stringendo le mani di tutti i figli, in una specie di catena della vita: i figli fedeli alla famiglia, i figli che la perpetuavano. Se avesse avuto una figlia infanticida, quella vecchia non l’avrebbe inclusa nel gruppo, il posto della figlia sarebbe rimasto vuoto. Oggi i vecchi muoiono in quel vuoto: il che vuol dire che veramente, interamente muoiono.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Ferdinando Camon.