La morte positiva entra nella legge
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La morte positiva entra nella legge

17 Settembre 2026 · di Redazione Confini Magazine
8 min di lettura

Dai video di Caitlin Doughty al compostaggio umano: come The Order of the Good Death ha trasformato un disagio culturale americano in un movimento internazionale

Nel settembre del 2025 il New Jersey è diventato il quattordicesimo Stato americano ad autorizzare il compostaggio umano. Il corpo viene collocato in un contenitore insieme a materiali vegetali e, attraverso un processo controllato, si trasforma in terriccio che può essere restituito alla famiglia. Una pratica che pochi anni fa sarebbe apparsa come una provocazione da romanzo distopico è ormai disciplinata dalla legge in una parte consistente degli Stati Uniti. Nel maggio del 2026, anche la Camera del Rhode Island ha approvato una proposta che comprende il compostaggio e l’idrolisi alcalina, detta anche cremazione ad acqua.

Dietro questa rapida conquista legislativa compare spesso il nome di The Order of the Good Death, organizzazione fondata nel 2011 dalla anatologa, operatrice funeraria e scrittrice Caitlin Doughty. L’Ordine non ha inventato il desiderio di funerali meno costosi o di sepolture capaci di restituire il corpo alla terra. Ha però fornito un linguaggio comune a esperienze che procedevano separate, mettendo in contatto operatori funebri, studiosi e artisti interessati a sottrarre la morte all’industria che l’aveva resa invisibile.

Doughty arrivava da un crematorio di Oakland, dove aveva imparato quanto il trattamento professionale dei cadaveri fosse distante dall’immagine levigata offerta dalle imprese funebri. Cominciò a raccontarlo su YouTube nella serie Ask a Mortician, parlando di decomposizione e imbalsamazione con una comicità asciutta, spesso davanti a scenografie che sembravano uscite dalla famiglia Addams. I video hanno accumulato quasi duecento milioni di visualizzazioni. L’umorismo serviva a superare la soglia iniziale del disgusto; dietro le domande più curiose comparivano presto il costo dei funerali, i diritti delle famiglie e la possibilità di partecipare alla cura del corpo.

La scelta del nome contiene già una storia complicata. L’Ordine americano si ispira all’Irmandade da Boa Morte, confraternita afrobrasiliana nata in Bahia nel XIX secolo fra donne nere, molte delle quali affrancate dalla schiavitù. La sorellanza assicurava funerali alle proprie aderenti e manteneva un culto nel quale cattolicesimo e Candomblé si incontravano. La festa della Boa Morte è oggi patrimonio immateriale dello Stato di Bahia. Il passaggio da quella comunità religiosa e mutualistica a un’organizzazione californiana mostra quanto facilmente un simbolo possa viaggiare e cambiare significato; ricorda anche che, per chi era escluso dai cimiteri dei bianchi, una buona morte riguardava anzitutto il diritto a essere sepolti con dignità.

La formula death positive nacque dentro l’Ordine e si diffuse con una fortuna superiore alle aspettative. L’aggettivo ha creato qualche equivoco, perché sembra chiedere entusiasmo davanti alla morte. Doughty e i suoi collaboratori gli attribuiscono un significato meno allegro: poter parlare della propria fine, conoscere le possibilità funerarie e ricevere sostegno nel lutto, senza accettare come inevitabili le morti prodotte dalla violenza o dall’assenza di cure. La positività riguarda la disponibilità ad affrontare il tema e a contestare i meccanismi che impediscono una scelta consapevole.

Nei primi anni il movimento poteva sembrare una sottocultura ben confezionata, riconoscibile attraverso teschi colorati, conferenze affollate e una certa estetica gotica adatta ai social. Il primo Death Salon si tenne a Los Angeles nel 2013; l’anno seguente arrivò al museo di anatomia patologica del St Bartholomew’s Hospital di Londra. Studiosi e operatori discutevano di cadaveri, storia della medicina e rituali in una forma ripresa dai salotti settecenteschi. L’efficacia dell’operazione stava nel rendere frequentabile un argomento dal quale il pubblico comune si sentiva escluso.

Da allora l’Ordine ha cambiato in parte fisionomia. Produce guide sui funerali economici e sulla cura domestica dei morti, finanzia progetti dedicati ai cimiteri afroamericani e ha pubblicato risorse sui diritti post mortem delle persone transgender. Una parte crescente del lavoro riguarda le leggi che limitano le forme alternative di disposizione del corpo. L’organizzazione offre materiali ai cittadini, segue i progetti depositati nei parlamenti statali e mobilita testimonianze durante le audizioni.

Il risultato più evidente riguarda la riduzione organica naturale, nome tecnico del compostaggio umano. Katrina Spade, membro fondatore dell’Ordine, sviluppò il processo e creò Recompose, la società che nel 2020 iniziò a offrirlo nello Stato di Washington. Il corpo viene posto fra trucioli e paglia in un recipiente aerato; dopo alcune settimane restano un materiale simile al suolo e le ossa, ulteriormente lavorate. La famiglia può utilizzare il terriccio su una proprietà privata oppure donarlo a progetti di conservazione, secondo le regole locali.

L’avanzata delle nuove pratiche mostra che il movimento ha superato la fase della conversazione. Il New Jersey ha legalizzato il compostaggio nel 2025, portando a quattordici il numero degli Stati che lo consentono; altri discutono proposte analoghe. L’idrolisi alcalina, che scompone i tessuti mediante acqua, calore e sostanze basiche, è autorizzata in circa metà degli Stati Uniti. Il cambiamento procede in modo diseguale, contrastato da associazioni religiose e da una parte dell’industria funeraria, ma ha già ampliato ciò che un cittadino può chiedere per il proprio corpo.

Misurare l’influenza internazionale dell’Ordine richiede maggiore prudenza. Non esiste una rete di sezioni estere sottoposte a una direzione americana, e molte iniziative associate alla death positivity sono nate autonomamente o addirittura prima del 2011. L’impatto più riconoscibile consiste nella circolazione di parole, immagini e metodi che hanno permesso a esperienze lontane di percepirsi come parti di una stessa trasformazione.

I Death Café ne sono l’esempio più esteso. Il primo incontro organizzato da Jon Underwood a Londra risale al 2011 e non dipendeva dall’Ordine. Persone estranee fra loro si siedono attorno a un tavolo, bevono tè e parlano della morte senza un programma terapeutico o commerciale. Nel febbraio del 2025 il sito internazionale registrava più di ventimila incontri in 93 Paesi. La diffusione rivela una domanda che nessuna organizzazione avrebbe potuto produrre da sola: poter pronunciare la parola morte fuori dall’ospedale e dal funerale.

Nel Regno Unito la stessa spinta ha trovato un terreno già preparato. Il Natural Death Centre lavorava dagli anni Novanta per promuovere funerali familiari e sepolture naturali, mentre negli ultimi anni sono cresciuti i celebranti laici e le figure di accompagnamento alla morte. Le imprese propongono bare biodegradabili o decorate secondo la biografia del defunto, rispondendo a una società meno religiosa che cerca riti personali senza rinunciare alla forma. L’Ordine ha contribuito alla visibilità internazionale di questo ambiente, ma il modello britannico conserva una propria genealogia e una maggiore attenzione alle aree di sepoltura naturale.

In Nuova Zelanda la risposta ha assunto un carattere ancora diverso. Nel 2010 l’ex infermiera di cure palliative Katie Williams fondò a Rotorua il primo Coffin Club, nel quale persone anziane costruiscono e decorano la propria bara. Il laboratorio riduce i costi e trasforma la preparazione del funerale in un’attività sociale, con colori e disegni scelti da chi un giorno vi sarà deposto. I club si sono poi diffusi nel Paese e hanno ispirato iniziative britanniche. La somiglianza con la death positivity americana è evidente, sebbene l’esperienza neozelandese sia nata prima e abbia scelto il lavoro manuale al posto della comunicazione digitale.

L’Australia ha dato al movimento una forma più vicina alla sanità pubblica. Qui si è sviluppato il concetto di death literacy, la capacità di comprendere i servizi di fine vita e di sostenere concretamente chi muore o attraversa un lutto. Il Death Literacy Index viene impiegato nella ricerca sulle comunità compassionevoli e ha generato collaborazioni internazionali. Nel marzo del 2026 studiosi provenienti da diversi Paesi si sono riuniti a Breda, nei Paesi Bassi, per il terzo simposio internazionale dedicato a queste competenze. La morte positiva diventa così meno spettacolare e più istituzionale: entra nella formazione degli operatori e nelle politiche di comunità.

Anche in Canada le sepolture naturali hanno acquistato una struttura nazionale. La Green Burial Society stabilisce standard e certifica i fornitori, mentre le autorità sanitarie hanno cominciato a valutare l’impatto della sepoltura verde, dell’idrolisi alcalina e del compostaggio. Il lessico americano ha aiutato a rendere riconoscibili queste scelte, ma la loro applicazione deve confrontarsi con normative provinciali e con tradizioni culturali differenti.

Il successo del movimento porta con sé una contraddizione. La critica all’industria funeraria può trasformarsi in una nuova offerta di mercato: bare di design, consulenti della morte e servizi ecologici accessibili soprattutto a chi dispone di denaro e informazione. Perfino la naturalezza può diventare un prodotto costoso. L’Ordine ha riconosciuto il problema, spostando l’attenzione verso le disuguaglianze e ricordando che alcune comunità indigene o religiose praticavano da secoli sepolture sostenibili, molto prima che il marketing le chiamasse verdi.

L’impatto più duraturo di The Order of the Good Death potrebbe dunque trovarsi nel cambiamento delle aspettative. Chi organizza un funerale comincia a chiedere perché l’imbalsamazione sia necessaria, chi abbia il diritto di toccare il corpo e quali alternative esistano alla bara convenzionale. Sono domande capaci di spostare il mercato e, quando diventano abbastanza numerose, anche la legge.

Nel 2011 Caitlin Doughty riunì un piccolo gruppo convinto che la morte dovesse tornare a far parte della vita. Quindici anni dopo, il movimento presenta inevitabili contraddizioni e confini sfumati; intanto alcuni americani possono scegliere di diventare terra, i neozelandesi dipingono la propria bara e migliaia di persone si incontrano in un caffè per discutere della fine. L’Ordine non ha creato tutte queste esperienze. Ha contribuito a farle riconoscere fra loro, e a trasformare una conversazione considerata morbosa in una richiesta pubblica di scelta.

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