I gesti perduti del dolore
Tanatologia

I gesti perduti del dolore

1 Ottobre 2008
4 min di lettura

Lo scorso anno, mentre percorrevo l’Aurelia, ho visto sul bordo della strada un lenzuolo bianco su cui era scritto un nome e di seguito «Non ti dimenticheremo mai». La scritta era in carattere rosso, molto evidente. Non era la prima volta che mi capitava di vedere cose simili, ma non so perché quello striscione mi è rimasto impresso. Al ritorno l’ho rivisto: il suo stato, dopo molti giorni di esposizione alle intemperie, sembrava in contraddizione con quanto diceva la scritta. Mi sono chiesto perché quei ragazzi lo portavano dentro di sé, perché fare una cosa così evidente, comunicare in modo pubblico il loro dolore, la loro difficile promessa di perenne memoria.

Recentemente leggo su un quotidiano di Torino un articolo, di quelli che compaiono d’estate, in cui si parla delle proteste di alcuni cittadini, oltre che di varie imprese di onoranze funebri e di fiorai, che si lamentano delle nuove regole che impediscono nei cimiteri di portare corone o copribara fino al luogo di sepoltura. Il motivo è ordinario: il portavoce dell’azienda che gestisce i cimiteri spiega che i fiori abbandonati dopo un funerale creano disordine e sporcizia, e questo diventa fonte di lamentela da parte dei cittadini; pertanto si sono stabilite misure massime per i cuscini di fiori che si possono portare fino alla sepoltura, e gli altri fiori devono essere lasciati negli appositi spazi all’ingresso. L’imposizione di regole nei cimiteri è spesso motivo di tensioni e proteste: pare evidente che vi sia una difficoltà a capirne il motivo, l’utilità.

Il decesso di un nostro caro ci appare sempre come un evento eccezionale, oltre che drammatico e tragico, e ci si aspetta che venga trattato come tale. Le regole vengono allora intese come una limitazione alla possibilità di manifestare il nostro affetto verso il defunto, soprattutto se non si riesce a convogliare questo affetto nei limiti previsti. Mi capita per lavoro di assistere con una certa frequenza a funerali, e alcuni colpiscono la mia attenzione: in essi la difficoltà di «gestire» l’evento luttuoso appare ancora più evidente. Capitano situazioni che ricordano più trasmissioni televisive che funerali, e a volte si creano momenti decisamente imbarazzanti, come quando il parente di un defunto prende la parola e, davanti al microfono, si muove con lo stile di certi conduttori di programmi per giovani, suscitando applausi. Mi sembra vi sia un evidente contrasto tra la volontà di amici e parenti di ricordare il defunto con delle parole e la capacità di farlo effettivamente.

Forse è solo apparenza, o una mia lettura superficiale, ma mi sembra che siano aspetti diversi di uno stesso problema: la sempre maggiore difficoltà nell’affrontare la morte. Emerge un disorientamento causato anche da un’abitudine a nasconderla, a camuffarla, pure con i termini. Basta leggere i necrologi per accorgersi che si usano parole come «scomparso», «mancato», «chi ha lasciato»: non si parla della morte, non si pensa alla morte e nemmeno si pronuncia il termine più chiaro per indicare questo evento. In questo contesto mi sembra evidente che anche il gesto simbolico, come può essere un piccolo mazzo di fiori sulla lapide, un saluto meditato, sentito, composto, forse abbia perso il suo significato, non riesca a svolgere il suo ruolo o, meglio, non appaia sufficiente a rappresentare il dolore per la morte di una persona cara, proprio perché, quando capita questo evento, ne veniamo travolti.

Questa difficoltà di «gestire» l’evento luttuoso, di elaborare il lutto, porta a un disorientamento che ha come conseguenza una ricerca di azioni che veicolino il dolore, ne siano in qualche modo uno sfogo. Si tenta di renderlo pubblico, evidente, visibile attraverso oggetti, concentrandosi su aspetti che nelle intenzioni vorrebbero onorare la memoria del defunto, comunicare qualcosa del suo passato, sottolineare la sua importanza per i familiari. Quanto appare lontano tutto questo dall’atteggiamento di dolore composto e sobrio della madre della piccola Cecilia descritto dal Manzoni: «Gli occhi non davan lacrime, ma portavano segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo». D’altro canto, anche il messaggio che riceviamo dai mezzi di informazione è quanto di più lontano da questo dolore sobrio e composto: penso alla morte di Lady Diana, con le polemiche sui giornali che accusavano di freddezza e di distacco il marito e i figli a causa del loro atteggiamento compassato e sobrio durante la cerimonia. Come se si soffrisse solo se si manifesta a tutti il proprio dolore in maniera esplicita, con le lacrime o la disperazione o gli striscioni; come se il metro di misura del dolore fosse la propria disperazione.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 2008, a firma di Fabrizio Gombia.

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