I maschi? Sfumano come fotografie
Probabilmente nelle donne esiste la consapevolezza biologica della qualità di portatrici potenziali di vita. Sanno di essere destinate a sopravvivere a storie umane in cui gli uomini sono gradualmente scomparsi.
Non ho mai pensato che le donne avessero una particolare marcia in più di fronte alla morte. Del resto, pensarlo equivarrebbe ad attribuire loro non un vantaggio, o una naturale virtù, ma semmai una sorta di assuefazione al male, al peggio, al dolore, alla separazione e quindi alla morte che è la separazione radicale. Sono rimasto colpito e commosso da una chiacchierata sulla morte con mia figlia Caterina che oggi ha vent’anni. Aveva, da ragazzina, una cavalla che si chiamava Minni e che morì improvvisamente (e misteriosamente) in modo tanto imprevisto e repentino da provocarmi un doppio trauma.
Il primo, per la morte in sé di una creatura animale che faceva parte della vita di mia figlia (che la curava, strigliava e nutriva, oltre che montarla). Il secondo, era che non mi sentivo assolutamente in grado di dare a Caterina la comunicazione brutale del fatto. Per anni mi sono poi chiesto se avessi fatto bene o male, comportandomi come mi comportai. Come un medico pietoso diluii l’evento in cento piccole rate, cominciando col dire che la cavalla stava male e che era stata portata in un apposito centro, lontano dalla città in cui viviamo. Poi parlai di interventi, cure disperate, fino ad annunciare la morte. Caterina soffrì moltissimo, ma ebbe tempo di fronteggiare il fatto per lei terribile — il primo lutto della sua vita, benché si trattasse di un cavallo — e di assorbirlo, metabolizzarlo in un tempo accettabile.
Da allora sono passati sei anni. Di Minni non abbiamo più parlato. Ma nel frattempo lei ha di nuovo incontrato sulla sua strada la morte, quella degli esseri umani. La scomparsa di mio padre, il nonno di Caterina, ha colpito mia figlia in modo traverso. Poiché l’evento è giunto mentre lei si trovava a Londra d’estate per motivi di studio, la supplicai di non muoversi e non venire. Le dissi che per me sarebbe stato consolante sapere che ne avrebbe mantenuto un ricordo interamente vivo, non inquinato da immagini funebri, da racconti ospedalieri e commozioni finali.
Ancora una volta non so se ho fatto bene, anzi ancora una volta ho avuto la sensazione di aver forzato un ordine naturale delle cose. Probabilmente un anglosassone avrebbe detto immediatamente, in modo delicato ma diretto, che la cavallina Minni era morta di colpo nella sua stalla. E avrebbe condotto la figlia al capezzale del nonno morente e poi al suo funerale. Sta di fatto che ho peccato di presunzione illudendomi di poter proteggere mia figlia dall’incontro diretto con la morte, mediandolo, opponendo mura spugnose di gommapiuma inserite nella dilatazione del tempo. E così, con una certa emozione e pena, ho finalmente potuto parlare con mia figlia Caterina, vent’anni splendenti in una tempra forte e sensibile, del morire in genere, anziché di questa o quella morte.
Mi ha raccontato con pudore le sue notti d’angoscia, e mi sono specchiato in quel che lei diceva. Della morte, mi ha detto, prova orrore per quanto contiene di dissennato: «L’ho presa male, molto male. Mi vedo separata da tutto e da tutti, galleggiare priva di esistenza in un universo nero, mentre gli altri sono qui e sono vivi». E poi del carattere beffardo, insultante del morire. La sua mortificante distrazione, l’indifferenza, il disprezzo definitivo per tutto ciò che una creatura ha patito soffrendo, cioè accumulando nella pena della memoria elementi di dolore. Quando Caterina aveva nove anni trovò in una nicchia d’edera una gallina morta insieme ai suoi gattini morti. Quello, lo abbiamo ricordato insieme, fu il primo incontro in assoluto. Una scena di maternità, con rivoli di formiche smontatrici che divoravano e asportavano ogni brandello da quel grumo mummificato.
Io ero a Rio de Janeiro per un servizio sulle favelas e la morte dei bambini nella strada brasiliana e Caterina mi chiese conto con orrore ancora denso di sorpresa e scandalo per quel che aveva visto e inaspettatamente incontrato. L’ascoltai con l’angoscia impotente di essere troppo lontano per poterla aiutare di persona, organizzare i funerali e il seppellimento di quei gatti spolpati. Non potei far altro che usare la parola e credo che le riversai un rumore di parole banali e prevedibili. Le dissi, scioccamente, che dove mi trovavo io i bambini come lei morivano a centinaia e a migliaia e che a Salvador De Bahia i negozi di giocattoli e di arredamento espongono in strada, insieme alle biciclette e ai tavolini, decine di bare per bambini, orribilmente piccole e decorate. Volevo dirle insomma che tutto è relativo, ma questo era un pensiero crudelmente adulto: cioè di finta saggezza e di sostanziale cinismo.
In realtà Caterina doveva fronteggiare la mostruosa novità del morire ingiusto: perché una madre, ancorché gatta, con i suoi bambini, ancorché gattini? Che senso ha? Da allora ho osservato spesso i bambini di fronte alla morte e gli adolescenti di fronte alla morte. Cercando appunto di capire se esiste una differenza di impatto emotivo, esistenziale, fra maschi e femmine. Probabilmente nelle donne esiste una consapevolezza biologica della qualità di portatrici potenziali di vita.
Quindi esiste nelle donne una forma immediata di rispetto di sé e di tutela della propria vitalità, che è una forma di garanzia e tutela della vita in sé, della vita come prodotto e come condizione di sopravvivenza generazione dopo generazione. I maschi percepiscono il proprio corpo, specialmente durante la crudeltà forsennata dell’adolescenza, come un festoso relitto pieno di sorprese, ma sempre causa e conseguenza di naufragi. Le donne, consapevoli di una certa consistente sopravvivenza ai maschi, sanno anche di essere destinate a vivere l’ultima parte della vita in un mondo sempre più femminile, popolato di sole donne sopravvissute a storie umane in cui i maschi sono gradualmente scomparsi, come fotografie esposte alla luce. Voglio dire che forse nelle donne si è consolidata una intercapedine tra il vivere e il morire, che consiste nel sopravvivere agli uomini, agli amori, ai compagni della stagione vitale.
Mio padre detestava in vecchiaia le vedove e quando poteva le evitava. Non era generoso da parte sua, ma fiutava credo in loro questa condizione umana irraggiungibile per il maschio: quella della lunga solitudine dei sopravvissuti i quali — anzi: le quali — a leggere la morte addosso agli altri, misurarne i tempi, tramandarne la memoria, prevederne l’imminenza. Quando ero studente di medicina, trentacinque anni fa, avevo il privilegio di poter frequentare ogni giorno la sala di dissezione di un grande ospedale. E la mia giornata cominciava invariabilmente con una serie di autopsie mattutine. Ho raccontato in «I giorni contati» che non superai mai l’effetto esistenziale della morte e quindi non riuscii a trasformarmi in un tecnico della patologia come le circostanze richiedevano. Sicché venne il giorno in cui mi tolsi il camice e cambiai mestiere.
Ma finché fui lì, in quello scantinato con le finestre alte che lasciavano intravedere una striscia di giardino, con quel lavabo in cui l’acqua correva con un ingannevole e innocente rumore di ruscello, oltre a restare colpito dalla morte in sé, dalla morte dei vecchi e dei giovani, trovavo insopportabile e indescrivibile la morte delle donne giovani che finivano su quel tavolo di metallo bucato, con un tronco di legno sotto la nuca come cuscino. Erano ragazze dai dentini bianchi e sottili che chiedevano spiegazioni con occhi umili e non più umidi. La loro morte appariva più enigmatica e inattesa delle altre morti, anche di quelle dei bambini.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Paolo Guzzanti.