Il cerimoniere e il rito del Commiato
Secondo la tesi dell’antropologo Douglas J. Davies, un rito per essere tale deve mettere in atto «parole contro la morte». Un rito del Commiato ha bisogno, oltre che di gesti simbolici e di uno spazio fisico appropriato, di parole: parole che ricordino, che rimpiangano, che commemorino chi non è più. La maggior parte delle persone, strette nel dolore, non riescono a dar forma all’emozione luttuosa: per questo è necessaria una guida della cerimonia, un cerimoniere che sappia stare accanto ai familiari e accompagnarli nelle scelte che devono scandire il loro addio.
Si potrebbe pensare che le famiglie, una volta assegnato loro uno spazio fisico, possano gestire in modo autonomo la cerimonia. Ma l’esperienza di molte sale già esistenti, nelle quali di fatto non avviene alcun rito, deve metterci in guardia: il trauma che segue la prima fase della perdita impedisce, nella maggior parte dei casi, la lucidità necessaria. Se il funerale laico è riconosciuto come un diritto, è necessario che ci sia un officiante: sarebbe anzi auspicabile che fosse investito della rappresentanza della città. Come ogni tradizione, anche questa va creata e costruita, secondo uno schema rituale riconoscibile e reiterato.
Tale rito è particolarmente indispensabile per la cremazione, che comporta un affidamento delle spoglie agli operatori di un crematorio. Altrettanto indispensabile è che la riconsegna delle ceneri ai parenti sia sostenuta da un rito. Il cerimoniere è il primo a raccogliere i racconti dei familiari sulla personalità del defunto: deve avere capacità di ascolto e sapersi porre in una relazione di aiuto, senza mai sovrapporsi o sostituirsi a loro. È colui che sa interpretare le esigenze di ogni commiato e tradurle in un rito.
L’esecuzione della cerimonia è una rappresentazione e risponde alle regole che presiedono alle rappresentazioni: un gesto errato può rovinare l’effetto complessivo. Il cerimoniere deve avere due capacità: saper ascoltare e comprendere le esigenze della famiglia, e possedere le tecniche drammaturgiche per gestire la cerimonia, di cui è regista e attore insieme al feretro e ai parenti. È lui che mette le musiche, che invita i familiari ad alzarsi o a sedersi, che legge, che cede e riprende la parola, fino allo scioglimento finale.
Il ruolo del cerimoniere non può essere improvvisato e necessita di una minuziosa formazione, teorica e pratica. Sono richieste competenze teatrali, ma un rito non è un palcoscenico: sarà importante imparare a privilegiare le capacità empatiche e comunicative. È indispensabile, inoltre, non dimenticare che il cerimoniere convive ogni giorno con la morte e con il dolore dei parenti: questo tipo di lavoro richiede una preparazione anche psicologica, per poter gestire le proprie emozioni senza farsi eccessivo carico del dolore altrui in quel processo definito di «contagio emotivo» o di «burn out».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2006, a firma di Marina Sozzi.