Il cinema della clonazione tra Alien e Dolly
Grazie alle biotecnologie è oggi possibile inserire, modificandoli se necessario, geni provenienti da una specie nel patrimonio genetico di altre specie, completamente diverse: geni animali in batteri o in piante, geni umani negli animali, così da produrre piante o animali transgenici, nuovi organismi non presenti in natura, frutto di un’azione dell’uomo sul loro DNA. La clonazione è appunto un particolare tipo di manipolazione genetica. Clone deriva dal greco klon che significa germoglio o ramoscello; in biologia indica la possibilità di duplicare il patrimonio genetico di qualsiasi essere vitale.
Quanto agli animali, la prima clonazione è stata quella delle rane nel 1951. Poi, attraverso varie tappe, si giunse alla data decisiva del 13 ottobre 1993, quando due ricercatori della George Washington University riuscirono a duplicare embrioni umani. Nel 1998, infine, quello che per adesso rappresenta l’ultimo traguardo: è stato clonato un animale (la pecora scozzese Dolly) attraverso un esperimento in cui si è riusciti a duplicare non semplicemente cellule embrionali, ma cellule adulte e senza alcun intervento di spermatozoi. Questo stesso esperimento applicato all’uomo potrebbe «produrre» persone umane senza alcun intervento di spermatozoi, semplicemente clonando da una propria cellula. Si potrebbe avere un figlio da se stessi, cioè da un singolo individuo.
C’è un senso in questo vertiginoso sviluppo della ricerca scientifica? Certamente enormi vantaggi potranno essere conseguiti in futuro per la cura di malattie tremende come il cancro o quelle della vecchiaia. Eppure la nascita di nuovi organismi manipolati che non hanno subito il vaglio della selezione naturale e contengono combinazioni genetiche che non avrebbero mai potuto verificarsi in modo naturale lascia come un senso di inquietudine. È possibile che la clonazione apra anche la strada al «miglioramento» dell’uomo. Ma chi stabilisce i criteri per dire quale tipo di uomo è migliore? In un’intervista al «Time» del 19 gennaio 1998, lo scienziato americano della Princeton University, Lee Silver, aveva affermato: «Sarebbe quasi certamente possibile produrre corpi umani privi di encefalo. Questi corpi privi di qualsiasi coscienza non sarebbero considerati persone e tenerli «in vita» come futura risorsa di organi sarebbe perciò perfettamente legale». Creare esseri umani anencefalici, allo scopo di smembrarli per prelevarne gli organi: sarà questa l’ultima frontiera delle biotecnologie?
Nel 1998 sugli schermi italiani fu proiettato Alien — La clonazione (Alien Resurrection), del regista Jean-Pierre Jeunet. Era il quarto film della saga di Ellen Ripley, la sua protagonista femminile, interpretata dall’attrice Sigourney Weaver. Nel primo episodio, diretto da Ridley Scott nel 1979, l’aliena stuprava gli esseri umani, impiantava il suo seme, che cresceva ed emergeva dal corpo ospite, distruggendolo. Nel quarto episodio Ellen Ripley risuscitava proprio attraverso un esperimento di clonazione: si chiamava Clone 8 ed era una combinazione di sangue originale con un DNA estraneo. L’esperimento che l’aveva generata aveva determinato mutazioni in lei e nella creatura che portava in grembo; Ripley aveva assunto alcune delle caratteristiche genetiche dell’alieno, ma allora era più umana o più aliena?
Creature geneticamente manipolate, ibride, metà uomini e metà «altro», hanno da sempre affollato l’immaginario letterario e ovviamente quello cinematografico: umanoidi, esseri spaventosi deformati nel corpo, con protesi meccaniche o elettroniche, animali dall’intelligenza distruttiva. Nel caso di Alien 4, però, l’essere umano «è sempre meno umano ed è sempre più esperimento». Freud sosteneva che l’umanità intera aveva subito tre grosse ferite narcisistiche: con Galileo, che l’aveva sradicata dal centro del mondo; con Darwin, che l’aveva inchiodata alle sue origini «scimmiesche»; e la terza proprio con le teorie freudiane che avevano reso precario il suo stesso «io». La quarta ferita, quella della contemporaneità, potrebbe essere proprio quella legata alla perdita del corpo.
Tra i precedenti episodi della serie di Alien e questo ultimo corre la stessa differenza che c’è tra la tecnologia e le bio-tecnologie. Nato come animale-macchina, vita cieca e perfetta perché inalterabile come il metallo, dopo 20 anni di ibridazioni, Alien alla fine ha cambiato segno, diventando un’allegoria della carne (del corpo), del suo strato più oscuro: quello che presiede alla nascita, alla conquista di una forma. Nel prossimo decennio, metà degli interventi chirurgici sarà dedicata ai trapianti e all’installazione di protesi, dando all’uomo una dimensione tecnoscientifica che prima non aveva, quasi stia per avverarsi la sinistra profezia futurista del 1911, dell’uomo «moltiplicato che si mescola al ferro e si nutre di elettricità». Ed è proprio il cinema a restituirci così una pagina importante delle angosce con cui l’umanità si è congedata dal XX secolo.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1999, a firma di Giovanni De Luna.