Il coccodrillo? Allunga la vita
Il coccodrillo di cui parliamo è quel testo «commemorativo», scritto e depositato negli archivi di un giornale in attesa di essere – un giorno non prevedibile – utilizzato. A metà strada fra il medaglione biografico e l’elogio funebre, è il contrassegno indiscutibile del prestigio goduto in vita dal (potenziale) defunto.
Innanzitutto il nome. E va da sé che nel gergo cinico e frettoloso delle redazioni il coccodrillo richiama la proverbiale insincerità delle lacrime. E tuttavia: come potrebbero mai essere sincere delle lacrime versate per qualcuno che non è morto? Decisivo, semmai, è lo sembrino. Sincere. E soprattutto convincenti, e perfino ragionevoli, oltre che compiutamente commosse. Date e nomi controllati. Snodi e paragrafi a posto. Attacco giusto, tono lievemente commosso, ma senza esagerare. Il tutto pronto per essere titolato e perfino impaginato, ma rigorosamente prima del tempo.
Sta tutta qui, in questa tensione fra le pretese dell’apparenza e i doveri professionali della realtà, fra lacrime vere e lacrime finte, la suggestione assurda, ma utile e pietosa del coccodrillo. Che poi è, sostanzialmente, la biografia di un non-morto candidato (come tutti, del resto) a quel passaggio; e tuttavia così degno, questo non-morto, di ricordi e onori da esserseli guadagnati in vita, cioè anzitempo. Una specie di prenotazione all’uso dei lettori, insomma, nel caso il trapasso dell’illustrato in vita dovesse sciaguratamente verificarsi all’improvviso, e a tarda ora. Servizio già pronto, dunque, e zàcchete, via in pagina. Il coccodrillo, appunto. L’incubo del caporedattore di notte: «Ma come, non abbiamo il coccodrillo?! E ce ne accorgiamo a quest’ora?!». Seguono altre imprecazioni e ricerca del colpevole, che in genere non si trova, giacché sotto la pressione della chiusura la caccia ai responsabili passa decisamente in secondo piano.
Un tempo quel fatidico testo veniva cercato freneticamente in qualche cassetto, una sorta di spazio pre-cimiteriale da cui lo estraeva, con soddisfatta rassegnazione, l’addetto dell’Ufficio Centrale. Nel passato, anche prossimo, il coccodrillo doveva essere già composto in tipografia; oggi riposa nell’immaterialità degli archivi telematici. Con lo sviluppo delle tecnologie informatiche, in pochi istanti può riacquistare una sua testata di riguardo. I tempi di lavorazione sono compressi, e mettere in pagina un articolo è cosa semplicissima. Ma sempre un rituale giornalistico rimane, con l’aggravante dell’imprevisto.
I criteri che regolano il flusso dei coccodrilli hanno a che fare con misteriosi cicli di buona volontà. Ogni tanto si stabilisce che è arrivato il momento di rimpinguare le risorse. Si parte in genere dalle condizioni anagrafiche dei morituri eccellenti: superati gli ottant’anni si entra in uno stato di potenziale preallarme. L’incertezza sullo stato di salute e le malattie – su cui non mancano mai le voci – accelerano senza dubbio i processi di lavorazione. Il ricovero pone la questione in forma di obbligo, con l’aggravante della fretta. Ma il punto vero, e scabroso, è che non di rado i coccodrilli mancano spesso all’appello. Ossia, per quanto siano stati commissionati a grappoli, molto spesso non vengono poi eseguiti, sommersi dalle legittime resistenze e poi dall’oblio dei redattori. E si capisce. I giornalisti, per la maggior parte, non amano il genere. E non solo perché si tratta di puro lavoro aggiuntivo. Chi vive le seduzioni della cronaca sfuggente, e per mettersi alla tastiera ha bisogno di sentire l’adrenalina, disdegna queste compilazioni a freddo, pacificate e surreali nel loro precario equilibrio diacronico. Per cui, secondo le norme inconfessabili che governano i giornali, l’articolista cui è stato commissionato un coccodrillo non dirà mai: no. Dirà piuttosto: «Appena possibile lo scrivo». Ed è in quell’«appena possibile» che si esercita con la massima efficacia il potere vischioso dell’impiccio e della dimenticanza.
Ma come nei villaggi, anche nei più piccoli, esistono figure che assolvono alle pietose incombenze di accudire le salme, le compongono e le vestono per silenzioso mandato come si trattasse di creature vive, ecco, allo stesso modo piace qui pensare che in ogni redazione ci sia chi non si sottrae al dovere del coccodrillo. E per onorare questo suo ufficio – forse una vocazione, forse un’espiazione – comunque finisce per versare artificiali lacrime di misericordia. Biasima la sua fama, il coccodrillista, e rinuncia alla gloria breve del pezzo di giornata. Ma sa, in cambio, di svolgere una specie di missione tuffandosi con la sua documentazione paziente nell’inattualità bislacca del suo lavoro. E qui la faccenda si fa soggettiva poiché comporta l’impudico disvelamento di convinzioni e motivazioni a loro modo intime e comunque interiorizzate. E allora. Primo, i coccodrilli allungano la vita. Come nella pubblicità della Telecom, con il plotone di esecuzione che aspetta l’ultima telefonata del condannato a morte, i coccodrilli, com’è ovvio, il tutto empirici, oltre che irresistibilmente scaramantici, ma garantite dall’esperienza. Nell’attività di un coccodrillista ci sono elogi funebri che hanno dormito nei cassetti o negli archivi cinque, dieci, anche quindici anni scavalcando felicemente cicli politici, cambi di direzioni e perfino diversi sistemi editoriali. Questo ovviamente implica l’esistenza di coccodrilli che, al momento della verità, devono essere non solo aggiornati, ma addirittura integrati. Si tratta cioè di scrivere al morto due o tre capoversi. Laddove, s’intende, la soddisfazione del dono reso – meglio: la convinzione di poter offrire, gratis e con slancio, un eventuale prolungamento d’esistenza – compensa di gran lunga la fatica di rimettere le mani nel testo.
Secondo e più ragionevole motivo: una volta pubblicati, i coccodrilli sono di conforto. Chi piange qualcuno, può sentirsi confortato dal modo in cui se ne è scritto «sul giornale». Chi prova dolore per una perdita, può cominciare a colmarla anche leggendo ciò che una figura esterna ad ambito dei suoi affetti, un giornalista per l’appunto, ha ricordato e apprezzato della persona scomparsa. Di solito, oltretutto, gli articoli «in morte» sono lunghi. La ragione vera è che il coccodrillista, per sua natura e vocazione, non è tanto disposto a lavorare al risparmio di righe; anzi tende, semmai, a sfondare i limiti consentiti. Ma poi sulla pagina del quotidiano la maestosità del componimento funerario finisce per valorizzare il morto attribuendo alla sua dipartita un’importanza che forse non avrebbe avuto. Pazienza. I giornali, del resto, ospitano di tutto, cose superflue, tasse da pagare e per forza di cose anche favori, detti anche «marchette». Ebbene: non è la fine del mondo se – una volta – chi piange ha qualche ragione per asciugarsi le lacrime grazie a un articolo.
Questo duplice convincimento sulla funzione benevola e consolatoria del coccodrillo ne ispira certo la forma e i contenuti. Trovata la misura, è difficile smarrirla. Così accade spesso che quando muore qualcuno di cui non si possiede la biografia pronta, questa venga immediatamente ordinata all’estensore abituale dei coccodrilli. I toni e il metodo di lavorazione, del resto, sono quelli e sia pure sbuffando lo specialista non si sottrae. Tra parentesi, in quel caso si tratta di un compito ancora più facile, o meno assurdo, perché davvero la persona di cui si deve scrivere è venuta a mancare, e il vuoto che ha lasciato attorno a sé non è immaginario, anzi a volte è palpabile. Ma il tempo stringe, sempre e comunque. Per cui è importante governare i ricordi e attrezzare il prima possibile la documentazione: è dal loro intreccio virtuoso che di solito si estrae una chiave interpretativa, la miglior garanzia di un testo scorrevole.
E comunque, vale ciò che s’è detto per i coccodrilli: «De mortuis nisi bene», nulla di offensivo per i morti. In caso di morte non presunta c’è poco di illustrare di allungare la vita. E tuttavia rammentare le virtù di chi è scomparso aiuta a comprendere il presente più di quanto si possa immaginare. Il camposanto del giornalismo, d’altra parte, è una zona fortunatamente ampia ed è difficile smarrirvisi. Ma anche qui vale la prova contraria: chi mai potrebbe, senza vergogna, dire male di un morto? Non è solo una questione di pietà o nobiltà dell’animo. È forse anche un fatto di paura, o di fede. «I morti erano di ritorno da Gerusalemme, dove non avevano trovato ciò che cercavano» (C. G. Jung, «Septem sermones ad mortuos»). Cosa cercano i morti? Come escludere che cerchino, dopo tanta fatica, attività in voga della categoria: «Noi ci poniamo sui campanili, sui comignoli più elevati, sempre, ovunque ci pare. In cerca di svago. Giriamo attorno agli alberi di maggio, ai ritrovagli dei boschi. Ci libriamo sulle adunanze popolari. Sui luoghi di sventura, sui giardini, sulle piazze in festa. […] Non frequentiamo i vivi, ma contempliamo e sappiamo tutto quanto succede nel mondo. Sappiamo tutto quanto fanno gli uomini, e per cui combattono, è follia. E ridiamo». Quindi, probabilmente, anche i coccodrilli.
Buon per loro. Ma questo non basta a smettere di scriverli; né di scriverli omettendo – senza particolari emozioni in colpa – le miserie, le volgarità, le buffonerie che hanno accompagnato le persone nella loro vita. Recita l’ultimo dei «sermones» del giovane Jung: «Ma quando la notte scese i morti tornarono ad accostarsi con gesti lamentosi e dissero: «C’è ancora una cosa che abbiamo dimenticato di discutere. Parlaci dell’uomo»».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2003, a firma di Filippo Ceccarelli.