Il corpo non è solo natura
Quando pensiamo al nostro corpo siamo spesso portati a rappresentarcelo come un prodotto della natura, il cui funzionamento sfugge al nostro controllo. Il corpo come «dato naturale» è infatti un paradigma forte che ha radici profonde nella cultura occidentale, e che influenza in modo significativo la nostra concezione dell’individuo e della persona.
Negli ultimi decenni, l’analisi antropologica ha messo in discussione questa presunta «naturalità», evidenziando come il corpo non sia soltanto un’entità biologica e materiale, ma il risultato di una serie di processi sociali, storici e culturali. Credenze, valori, abitudini, scelte e comportamenti modificano i corpi, li modellano, ne segnano la superficie esterna, ne determinano gesti, posture, movimenti, percezioni. Ma non solo, la cultura determina anche il modo in cui pensiamo e percepiamo il nostro corpo sia da un punto di vista scientifico sia per quanto riguarda la concezione popolare.
Uno stimolo importante per la riflessione critica sul concetto di corpo della cultura dominante è dato dall’opera di Michel Foucault, che in due celebri testi – «La nascita della clinica» (1963) e «Sorvegliare e punire» (1975) – evidenzia il carattere ideologico e politico della concezione del corpo come macchina. Il corpo come macchina, suggerisce Foucault, non è solo una posizione metafisica tracciata da Cartesio, ma è il punto di origine di una logica che giustifica il controllo politico degli esseri umani: una volta concepiti come macchine (macchine da lavoro, macchine da guerra ecc.) questi corpi possono essere manipolati e addestrati per precisi scopi sociali.
La critica di Foucault ha dato l’impulso a una molteplicità di riflessioni critiche. Alcune si sono concentrate sugli aspetti legati al controllo sociale e politico, altre hanno rivolto la propria attenzione alla critica della visione meccanicistica e cartesiana del corpo, contrapponendole una visione fenomenologica (ispirata alla visione filosofica di Edmund Husserl, Maurice Merleau-Ponty, Erwin Straus e altri) che propone una concezione del corpo come «corpo vissuto». Questa seconda linea di indagine critica costituisce oggi uno dei paradigmi più significativi all’interno dell’antropologia medica.
Questa disciplina, che si sviluppa soprattutto a partire dalla fine degli anni ’70 del ‘900, prende in esame i fondamenti culturali della concezione del corpo, della malattia e dell’impianto stesso della bio-medicina. Le ricerche degli antropologi hanno messo in evidenza come la malattia non sia un semplice inceppamento meccanico del nostro corpo-macchina, cui facilmente si pone rimedio con una terapia appropriata, ma un momento cardine di riflessione in cui entrano in gioco diversi fattori personali, sociali, politici ed economici. La malattia costituisce forse il momento più critico in cui gli esseri umani sono costretti a riflettere sul proprio corpo, dando un significato alla propria esperienza corporea.
I saggi raccolti da Marc Augé e Claudine Herzlich evidenziano come l’esperienza della malattia comporti sempre una ricerca di senso. La malattia, però, non è solo un evento individuale, ma è al contempo un evento sociale. La società infatti non determina soltanto le istituzioni di cura, ma anche gli schemi di pensiero che ci consentono di individuarla, interpretarla e curarla. La selezione e l’interpretazione di sensazioni corporee come sintomi significativi si rifanno a specifici codici di riferimento, che possono variare da una cultura a un’altra, ma anche a seconda della posizione sociale ed economica di un individuo.
«Perché sto male?» «Da che dipendono i miei continui mal di testa?» sono domande frequenti, nelle quali la necessità di senso sembra essere l’elemento imprescindibile. Se c’è qualcosa di veramente universale nell’esperienza della malattia, questa sta proprio nell’esigenza della spiegazione. Quando ci ammaliamo il primo gesto che mettiamo in atto non è la ricerca di una cura, ma un processo di significazione: noi ci «rappresentiamo» il nostro malessere secondo un abbozzo di codice, che sarà poi alla base della ricerca della cura.
L’importanza della componente sociale nella definizione e nell’interpretazione delle malattie non viene però sempre presa in considerazione nella pratica medica occidentale, dove ancora oggi spesso prevale il modello meccanico del corpo. Una volta espressi i sintomi, il paziente tende a diventare un corpo da «dissezionare» in vivo. Molta della tecnologia disponibile in campo medico è stata concepita per «guardare all’interno» del corpo: per il medico che deve produrre una diagnosi, il corpo diventa un enigma da risolvere, completamente distaccato dalle altre complesse componenti della persona.
Tuttavia questo modello meccanico, che ha portato a enormi avanzamenti nel campo delle terapie, produce anche notevoli distorsioni. È evidente che questo modello entra in crisi di fronte a molte patologie: qui i fattori esperienziali, quali emozioni, desideri, percezioni, interpretazioni, paiono rivestire un ruolo fondamentale. È ormai una consapevolezza diffusa che lo stress emotivo, il tipo di personalità, l’ambiente lavorativo, sociale, culturale di un individuo possono rivestire un ruolo importante nel determinare una malattia.
Uno dei contributi più interessanti dell’antropologia degli ultimi anni è il concetto di «incorporazione» (embodiment) sviluppato, tra gli altri, da Thomas Csordas. Questo termine si riferisce a quell’insieme di abitudini e tecniche somatiche apprese culturalmente, grazie alle quali gli esseri umani sono nel corpo e nel mondo. Embodiment designa l’intersezione del biologico e del culturale nell’ambito dell’esperienza vissuta, come anche l’iscrizione e la codificazione della memoria in forma somatica. La cultura, potremmo dire, è embodied (incorporata) come il corpo è mindful («pieno di mente», consapevole).
Da questi brevi cenni emerge come il corpo sia un potente mezzo di significazione dell’esperienza umana nel mondo, la cui comprensione non può e non deve essere ridotta a visione meccanicistica. Per quanto rassicurante nel suo approccio positivistico, questa concezione porta con sé il rischio, già evidenziato da Foucault, di ridurre gli uomini e le donne a meri esseri viventi i cui corpi possono essere gestiti da forze politiche superiori all’individuo. È invece importante riflettere su come il distacco del corpo dall’individualità possa portare a paradossi di controllo da parte delle istituzioni.
L’articolo è corredato da una bibliografia essenziale (AA.VV., «Corpi», Meltemi 2003; Augé-Herzlich, «Il senso del male», Il Saggiatore 1986; Csordas, «Embodiment and Experience», Cambridge University Press 1994; Good, «Narrare la malattia», Edizioni di Comunità 1999; Leder, «The Body in Medical Thought and Practice», Kluwer 1992).
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2004, a firma di Silvia Forni.