Il favoloso mondo di Amélie tra memoria e invenzione
Jean-Pierre Jeunet con Il favoloso mondo di Amélie (Francia, 2001) ha realizzato una favola contemporanea sull’amore e insieme un apologo lieve e profondo sulla morte e su ciò che lascia: i ricordi. Cresciuta in una famiglia come tante — il padre medico militare di poche parole e nessun apparente sentimento, la madre nervosa e severa — Amélie in fretta si costruisce un mondo di fantasia.
Dopo la morte della moglie, il padre ne ha fissato il ricordo in un’inamovibilità di ghiaccio: la sua casa, e ancora di più il suo giardino con il mausoleo dove sono conservate le ceneri della defunta consorte, una «tomba» che col tempo si arricchisce di fiori e colori e della statua di un grande nano barbuto, custode immobile di un amore muto. Il «lutto» del padre attraversa la pellicola, conferendole quella tristezza umana che la rende toccante.
Amélie conoscerà anche l’amore, al termine di un viaggio dello spirito scandito da spericolati giri in motoretta per le vie di Parigi, da foto-tessere di volti qualunque scattate alle Gare de l’Est e abbandonate dai loro autori, segni di un caso che assume un significato e di un giovane come lei. Il «lutto» del padre attraverso il quale lo si può superare, in un piano architettato dalla figlia, conferisce un significato profondo a una favola che, dietro la leggerezza dell’invenzione, parla di memoria, di perdita e della possibilità di tornare a vivere.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2002, a firma di Pier Maria Allolio.