Il fuoco che trasforma
Un seminario di studio sui riti della cremazione, dalle antiche civiltà ai giorni nostri. Il fuoco come elemento di purificazione e di trasformazione, presente in tutte le grandi culture dell’umanità.
Il fuoco purifica, trasforma, libera. In quasi tutte le grandi civiltà dell’umanità la cremazione è stata, più che una semplice pratica funeraria, un rito carico di significati simbolici e religiosi. È stato questo il tema di un seminario di studio promosso dal Centro Studi «Ariodante Fabretti», che ha riunito storici, antropologi e studiosi delle religioni per ripercorrere la lunga storia del rapporto tra il fuoco e la morte.
Il rogo funebre ha origini antichissime. Lo praticavano gli antichi greci, come ci raccontano i poemi omerici: indimenticabile resta la descrizione, nell’Iliade, della pira di Patroclo, sulla quale Achille depone il corpo dell’amico ucciso da Ettore. Lo praticavano i romani, almeno fino alla diffusione del cristianesimo: la cremazione era considerata il rito funebre più nobile, riservato ai cittadini di rango, mentre l’inumazione era spesso il destino degli schiavi e dei poveri. Sulle ceneri raccolte in urne preziose si costruivano monumenti e si celebravano riti commemorativi.
Fu il cristianesimo a interrompere questa tradizione. La fede nella resurrezione dei corpi rendeva la cremazione, agli occhi dei primi cristiani, un atto sacrilego: come poteva risorgere un corpo ridotto in cenere? Così, per quasi due millenni, l’inumazione divenne nel mondo occidentale la pratica funebre pressoché esclusiva, sancita e difesa dalla Chiesa. La cremazione sopravvisse solo in casi eccezionali: epidemie, pestilenze, situazioni di emergenza in cui era necessario distruggere rapidamente un gran numero di cadaveri.
Ma se in Occidente il fuoco funebre veniva bandito, in altre culture esso continuava a essere il rito centrale del commiato. È il caso dell’India, dove la cremazione sulle rive del Gange, a Varanasi, è ancora oggi il momento culminante dell’esistenza per ogni induista. Il fuoco, qui, libera l’anima dal corpo e ne permette la reincarnazione, secondo il ciclo eterno di morte e rinascita. Le ceneri, affidate al fiume sacro, completano il ritorno dell’individuo al grande flusso della vita cosmica. Anche in altre tradizioni dell’Estremo Oriente, dal buddismo a numerose religioni dell’Asia, il fuoco conserva questa funzione di purificazione e di liberazione.
In Occidente, la cremazione tornò a diffondersi solo nella seconda metà dell’Ottocento, e non più come rito religioso, ma come scelta laica e civile. Furono i movimenti di pensiero liberale e razionalista, in polemica con il potere della Chiesa, a rivendicarla come affermazione di libertà di coscienza. È in questo clima che nascono, in molte città europee, le società per la cremazione: tra le prime, proprio quella di Torino, fondata nel 1882. La cremazione diventa allora una bandiera dell’emancipazione laica, un gesto di rottura con la tradizione, un atto di fiducia nella ragione e nel progresso scientifico.
Oggi il significato della cremazione è di nuovo cambiato. Non è più, o non è soltanto, una scelta ideologica. Per molti è una scelta di sobrietà, di rispetto per l’ambiente, di semplicità di fronte alla morte. Per altri conserva ancora quel valore simbolico antico: il fuoco che trasforma, che restituisce il corpo agli elementi, che chiude con dignità il ciclo dell’esistenza. In ogni caso, riflettere sul significato della cremazione — come ha fatto questo seminario — significa interrogarsi su uno dei modi più antichi e più universali con cui l’uomo ha cercato di dare un senso al mistero della propria fine.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Manuela Tartari.