Il resto è silenzio: Amleto
Da Seneca a Montaigne, da Epicuro a Proust, una carrellata di pensieri e di «frasi celebri» sulla morte. Freud: per il nostro inconscio è inconcepibile immaginare una fine della nostra vita.
Parlare della morte vuol dire essenzialmente parlare della vita e quindi interrogarsi sul senso e sul significato della morte è come porre gli interrogativi fondamentali sulla vita. Montaigne ad esempio sosteneva che la vita è una corsa alla morte e quindi far filosofia è sostanzialmente imparare a morire, ma aggiungeva anche che «chi insegnerà all’uomo a morire gli insegnerà a vivere», perché — continuava sulla scia di quello che fu già il pensiero di Seneca — «la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà e chi ha imparato a morire ha disappreso a servire». Spinoza nell’Etica affermava che «l’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte; e la sua sapienza è una meditazione non della morte, ma della vita» mentre in tempi più recenti Freud parafrasava il vecchio detto latino «si vis pacem para bellum» (se vuoi la pace prepara la guerra), in: «si vis vitam, para mortem» (se vuoi la vita preparati alla morte), mettendo così in evidenza che se è vero che ogni discorso sulla vita ci porta a parlare della morte è altrettanto, e ancor più vero, che ogni riflessione sulla morte è in realtà un atto d’amore verso la vita e che la vita trova il suo senso e la sua pienezza solo quando contempla la morte. Senza essere freudiano, il filosofo Abbagnano si pone sulla stessa lunghezza d’onda quando ricorda che la validità di una filosofia o di una concezione del mondo si misura dal modo in cui considera la morte.
Affermazioni di questo genere tuttavia implicano già una opzione, più o meno esplicita, per uno dei due grandi modi con cui nella tradizione filosofica occidentale è stata considerata la morte. In primo luogo come un fatto di ordine fisiologico e, in quanto tale, naturale. È in questo senso, ad esempio, che va letta la famosa affermazione di Epicuro per la quale non bisogna temere la morte, perché: «quando ci siamo noi non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo noi». Inoltre se la nascita comporta per definizione un esito mortale, si incomincia a morire nel momento stesso in cui si nasce e quindi la morte non è nient’altro, come è stato detto, che «il momento in cui si finisce di morire».
In secondo luogo la morte è stata considerata come un qualcosa che ha che fare con il significato dell’esistenza e può essere pensata in tre modi. a) Come un nuovo inizio di un ciclo di vita, secondo la posizione propugnata dalle dottrine che sostengono l’immortalità dell’anima. Questa concezione, che intende la vita sulla terra come preparazione o avvicinamento a una vita diversa, è il modello che più frequentemente si ritrova nella mitologia dove la morte ha valore di «passaggio» o di «prova», per accedere a una vita superiore. b) Come riposo e cessazione degli affanni; posizione che si ritrova in un filosofo come l’imperatore romano Marco Aurelio o, ancora, nelle parole di Metastasio: «Non è ver che sia la morte / il peggior di tutti i mali / è un sollievo de’ mortali / che son stanchi di soffrir». c) Come possibilità esistenziale: in questo caso la morte è pensata come una possibilità sempre presente nella vita umana: la vita prende senso dalla presenza della morte. Ce la ricordano, ad esempio, le ultime parole che Torquato Tasso ha pronunciato prima di morire: «se non ci fosse la morte non vi sarebbe al mondo nulla di più misero dell’uomo».
Ho richiamato più che rapidamente i punti di vista espressi dalla tradizione filosofica giudaico-cristiana, in tema di morte, perché trovano una corrispondenza nei vissuti più profondi di ciascuno di noi. Vale la pena allora cercare di capire un po’ meglio che cosa significa la morte sul piano psicologico perché alla base delle concezioni filosofiche c’è il modo personale, soggettivo di ciascuno di noi di vivere la morte e le varie concezioni sono radicate nei sentimenti inconsci che l’accompagnano.
La prima difficoltà che si incontra a parlarne, dal punto di vista psicologico, sta nel fatto che si tratta di un evento che non conosciamo. Per quanto sia l’unica certezza perché «la morte è ciò che fino a ora la vita ha inventato di più solido», come ricorda il filosofo franco-rumeno Cioran mentre un vecchio detto della Scuola salernitana di medicina constatava che «contro la forza della morte non ci sono rimedi negli orti», la morte ci è sconosciuta per esperienza diretta. Inoltre l’idea che ne abbiamo in una situazione di normalità, è molto diversa da quella che si può avere quando la morte ci è più vicina. Peraltro, le testimonianze di coloro che affermano di essere stati nell’aldilà, per quanto inquietanti e stupefacenti appaiano, non possono considerarsi attendibili secondo i canoni scientifici attualmente in vigore e quindi vanno relegate nel campo delle curiosità o della chiacchiera parapsicologica, non della ricerca scientifica anche se un’autorità, nel campo dell’assistenza ai malati terminali, come la Kübler-Ross nella prefazione al libro di Moody, che tratta della vita dopo la morte, si spinge tranquillamente ad affermare: «Il morente resta consapevole di quanto lo circonda anche dopo essere stato dichiarato clinicamente morto».
L’idea di una fine definitiva e totale, o non trova spazio nella mente umana o si fa strada a prezzo di molta fatica e angoscia e comunque mai in modo chiaro. La mente umana ha, cioè, una capacità limitata di afferrare l’idea della morte intesa come dissoluzione ed estinzione corporale. Infatti, anche se ci appare accettabile e comprensibile sul piano razionale, l’idea della propria morte ci risulta praticamente incomprensibile sul piano inconscio. Freud sostiene che per il nostro inconscio è inconcepibile immaginare una fine della nostra vita: possiamo pensare la morte solo razionalmente, ma emotivamente non ci appartiene. Infatti noi ne parliamo sempre come se non ci riguardasse o fosse un fatto degli altri. La credenza nella propria morte non trova nessun punto d’appoggio nelle profondità della nostra mente. Abbiamo, dice Freud, la stessa incapacità di rappresentarci la morte che aveva l’uomo primitivo. L’inconscio dunque considera la morte come la considera il bambino (e come viene considerata nelle culture primitive): una cosa temporanea, non duratura, tale da comportare una rinascita. La figlia di Freud, Anna, osserva che il meccanismo mentale che più facilmente mettiamo in atto, in questo caso, è la negazione, anche se altri psicoanalisti successivi hanno affermato che probabilmente non si tratta di un vero e proprio rifiuto della morte, quanto di una, per così dire, biologica impossibilità di concepire uno stato diverso da quello della vita.
Personalmente ritengo che, al momento attuale delle conoscenze scientifiche, non abbiamo ancora dati sufficienti e che forse dalla biologia e dalla fisica e dallo sviluppo umano in generale, possano in un futuro, non so quanto lontano, derivare nuove ipotesi e conoscenze che ci permetteranno di comprendere meglio la morte e di capire un po’ meglio che cosa significa la morte come fatto naturale e quindi ci aiuteranno anche a chiarirne più a fondo il significato esistenziale. Ma soprattutto non si può escludere che la difficoltà di trattare e comprendere la morte, in quanto dimensione derivativa della vita, sia una difficoltà, per così dire, «momentanea», cioè che dipenda dalla specifica fase evolutiva che attraversa la nostra specie, in quanto specie vivente sul pianeta terra.
Quando la morte viene negata attraverso fantasie di sopravvivenza magica («non posso credere che dopo non ci sia qualcosa») o idealizzata come un momento non di fine, ma di inizio di una nuova esistenza il problema viene spostato, la realtà della propria finitezza viene illusoriamente superata e l’ansia di morte può essere portata sotto controllo. Pensare a un qualcosa «dopo», sotto questo profilo, è un residuato del pensiero infantile che considera la morte come inversa alla nascita, una sorta di ritorno nell’utero materno per cui la morte è equiparata al ritorno a una esistenza precedente, alla vita prenatale, dalla quale comunque ricomincerà la vita o una nuova vita. Dice E. Jones, il pioniere della diffusione della psicoanalisi in Inghilterra: «Queste bugie… vengono proiettate su scala cosmica nelle raffigurazioni del mondo dell’Aldilà, presentandoci, al risveglio dal sonno della morte, rispettivamente l’immagine del Paradiso o dell’Inferno». Anche Proust, pur non essendo uno psicoanalista, sostiene un concetto simile: «Ragionando del destino oltremondano, non commettiamo l’errore di proiettarvi noi stessi come ancora viventi…».
La negazione della morte è comunque molto pericolosa, sia sul piano personale che su quello sociale, perché porta a sottovalutare i reali pericoli di distruzione della vita. Si pensi per esempio al drammatico problema ecologico o della guerra termonucleare. La conseguenza è che l’oggi non è più così drammatico e urgente e si può perfino tollerare che sia doloroso: la negazione della morte toglie anche le ansie della vita. È evidente perciò che questa negazione serve non solo a controllare le ansie connesse all’idea dei propri limiti e della propria finitezza, ma soprattutto a controllare o negare le ansie e i problemi reali della vita. Se i limiti e la finitezza dell’uomo vengono respinti in nome di una onnipotenza fantastica o di un’altra via immaginaria, sostitutiva di quella vera, la realtà non viene più percepita per quello che è e il prezzo che si paga è la trascuratezza dei bisogni reali in nome di quelli falsi. Se invece una cultura riesce a elaborare il problema della morte in modo non allucinato, può aumentare la qualità della vita dei suoi membri e le proprie possibilità di sopravvivenza.
Per converso un atteggiamento adulto lo si trova esemplarmente rappresentato in un bellissimo saggio sulla morte del sociologo tedesco Norbert Elias che mi piace qui riportare a conclusione di queste brevi riflessioni: «Molti sono i terrori che circondano la morte… Forse dobbiamo parlare con più franchezza della morte, smettendo di considerarla un mistero. La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana». Il resto è silenzio: Amleto.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Giorgio Blandino.