Il rogo
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Il rogo

1 Gennaio 1999
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Lunedì scorso è morto a Étretat un principe indiano, Bapu Sahib Khandaroo Ghatgay, parente di Sua Altezza il maharajah Gaikwar, principe di Baroda, nella provincia di Gujarath, presidenza di Bombay. Da circa tre settimane, si vedevano passare per le strade una decina di giovani indiani, piccoli, leggeri, tutti scuri di pelle, che indossavano dei completi occidentali. Alcuni signori di alto lignaggio erano venuti in Europa per studiare le istituzioni militari delle principali nazioni d’Occidente. Il capo della missione era colui che è appena morto, vegliardo di quarantadue anni.

L’uomo che è morto l’altro giorno fu colto, al momento di lasciare la patria, da una terribile crisi d’angoscia, e, convinto che non sarebbe tornato, ebbe la tentazione di rinunciare al viaggio, ma dovette obbedire alla volontà del suo nobile parente, il principe di Baroda, e partì. Vennero a trascorrere l’ultima parte dell’estate a Étretat, e ogni mattina si andava a vederli con curiosità mentre facevano il bagno all’istituto delle Rose Bianche.

Bapu Sahib Khandaroo Ghatgay ebbe dei dolori alle gengive; poi l’infiammazione si estese alla gola e divenne ulcera. La cancrena complicò la cosa, e lunedì i medici dichiararono ai suoi giovani compagni che il loro parente sarebbe morto. L’agonia cominciò quasi subito, e siccome lo sventurato respirava a malapena, i suoi amici lo presero, lo strapparono dal letto e lo deposero sul pavimento della stanza, affinché morisse steso su nostra madre terra, secondo gli ordini di Brahma.

Poi fecero chiedere al sindaco, il signor Boissaye, l’autorizzazione a bruciare il cadavere il giorno stesso, sempre per obbedire alle prescrizioni formali della religione indù. Il sindaco, esitante, telegrafò alla prefettura per chiedere istruzioni, specificando peraltro che avrebbe interpretato il silenzio come un assenso. Siccome alle nove di sera non aveva avuto risposta, si decise, per via della natura infettiva della malattia che aveva ucciso l’indiano, che la cremazione del corpo avrebbe avuto luogo quella stessa notte, sotto la scogliera, sulla riva del mare, con la bassa marea.

Si danzava al Casino, quella sera. Era una serata già fredda, quasi prematuramente autunnale. Improvvisamente si diffuse tra i gruppi una voce. Si diceva che un principe indiano era appena morto all’Hôtel des Bains, e che era stata chiesta al Ministro l’autorizzazione a bruciarlo. Non vi credettero, o perlomeno non immaginarono che l’evento fosse prossimo, tanto quest’uso è ancora contrario alle nostre abitudini.

Fin da mezzogiorno, un falegname tagliava legna, e intanto si chiedeva con stupore a cosa sarebbero servite le assi segate in piccoli pezzi. Il legno fu ammucchiato su un carretto, che se ne andò fino alla spiaggia per strade secondarie, senza sollevare sospetti. Avanzò sui ciottoli, proprio sotto la scogliera, e quando il suo carico fu rovesciato per terra, i tre servitori indiani cominciarono a costruire un rogo un po’ più lungo che largo. Lavoravano da soli, perché nessuna mano profana doveva collaborare a questo santo compito.

Era l’una di notte quando fu annunciato ai parenti del morto che potevano compiere la loro opera. La porta della casetta che essi occupavano si aprì, e noi intravedemmo, sdraiato su una barella, nella stretta anticamera lievemente illuminata, il cadavere avvolto in seta bianca. Gli indiani, gravi, in piedi di fronte a lui, erano immobili, mentre uno di loro compiva le cerimonie prescritte mormorando a voce bassa e monotona parole sconosciute. Girava attorno al corpo, talvolta lo toccava, quindi, preso un’urna sospesa a tre catenelle, lo asperse a lungo con l’acqua sacra del Gange che gli indiani devono sempre portare con sé, ovunque vadano.

Poi la barella fu portata via da quattro di loro, che si misero lentamente in cammino. La luna era tramontata, e le strade fangose e vuote erano rimaste nell’oscurità, ma il cadavere sulla barella pareva luminoso, tanto la seta bianca riluceva. Raggiunsero infine la pira, costruita in un’ansa della scogliera, proprio ai suoi piedi. Il rogo era alto circa un metro; il corpo vi fu disposto sopra, poi uno degli indiani chiese che gli indicassero la stella polare. Gliela mostrarono, e il rajah morto fu disteso coi piedi volti verso la sua patria. Quindi versarono su di lui dodici bottiglie di petrolio, e lo ricoprirono interamente con assicelle di abete.

Il momento era giunto. I parenti andarono a prendere il fuoco. Un indiano, chinato sul fornello, si alzò in piedi, con le mani sospese in aria, i gomiti piegati; e noi vedemmo improvvisamente sorgere, tutta nera sull’immensa scogliera bianca, un’ombra colossale, l’ombra di Budda nella sua posa ieratica. L’effetto fu talmente sorprendente e imprevisto che mi balzò il cuore come se un’apparizione sovrannaturale si fosse levata davanti a me. Era proprio lei, l’immagine antica e sacra, accorsa dal lontano Oriente fino all’estremità dell’Europa, che vegliava sul suo figlio che si stava per bruciare laggiù.

Venne portato il fuoco. I trucioli, sulla sommità della pira, presero fuoco, poi l’incendio raggiunse il legno, e una luminosità violenta illuminò, tutto intorno, i ciottoli e la schiuma delle onde che si frangevano sulla spiaggia. La brezza che veniva dal largo soffiava a raffiche, e la fiamma ardeva sempre più. Ben presto il rogo fu soltanto una massa ardente, non rossa, ma gialla, di un giallo accecante, una fornace frustata dal vento. Gli indiani, seduti in semicerchio sui ciottoli, guardavano con volti tristi e gravi.

Passarono varie ore; e sorse il giorno. Verso le cinque del mattino, restava soltanto un ammasso di ceneri. I parenti le raccolsero, ne gettarono una parte al vento, una parte nel mare, e ne conservarono un po’ in un vaso di bronzo, per riportarle in India. Questi giovani principi e i loro servitori, seppur disponendo di mezzi assolutamente insufficienti, hanno così potuto eseguire la cremazione del loro parente in modo perfetto, con singolare abilità e grande dignità. Tutto è stato compiuto secondo il rito e le prescrizioni imprescindibili della loro religione. Il loro morto riposa in pace.

Gli indiani hanno dichiarato che, se gli si fosse impedito di bruciare il loro morto in Francia, l’avrebbero portato in una terra più libera, dove avrebbero potuto conformarsi ai loro usi. Io ho dunque visto bruciare un uomo su un rogo, e mi è venuto il desiderio di sparire nello stesso modo. Così, tutto finisce subito. L’uomo accelera l’opera lenta della natura, invece di ritardarla ancora con l’orrida bara dove ci si decompone per mesi. La carne è morta, lo spirito se n’è andato. Il fuoco che purifica disperde in poche ore quel che fu un essere, lo getta al vento, lo riduce ad aria e cenere, e non a infame putredine. È pulito e sano. La putrefazione sotto terra, nella scatola chiusa in cui il corpo diviene poltiglia, una poltiglia nera e maleodorante, ha qualcosa di ripugnante e di atroce. La bara che scende in quel buco fangoso serra il cuore d’angoscia; ma il rogo che arde sotto il cielo ha qualcosa di grande, di bello e di solenne.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1999, a firma di Guy de Maupassant.

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