Il silenzio del morire
I sentimenti di pena di fronte alla morte di una persona cara accomunano gli uomini di tutti i tempi, ma il modo in cui la pena si esprime varia nelle culture e nelle epoche. Nella tradizione delle civiltà mediterranee arcaiche la pena veniva espressa in modo drammatico, con le lamentazioni funebri; la tradizione cristiana tentò di limitarne gli eccessi, assegnando alla figura della Madonna, raccolta e silenziosa, una forte azione pedagogica. Il dolore «raccolto» sembra il simbolo del nostro modo moderno di affrontare la pena: in una dimensione privata, individuale, con il suo costo psicologico, la solitudine.
Lo scenario culturale dei nostri anni eredita la cultura del controllo delle emozioni, portandola forse all’eccesso, in quella che è stata chiamata la cultura del tabù della morte. Il dolore non è né drammatizzato né contenuto: si congela e ammutolisce, diventa silenzio e solitudine. Nella mia esperienza di psicologo in un servizio di medicina palliativa osservo spesso nelle famiglie una grande difficoltà a condividere il dolore per la morte imminente: il malato se ne va senza parole, senza commiato. Il luogo in cui si muore diviene un luogo senza parole in cui ci si protegge reciprocamente con il silenzio.
Lo scenario non cambia quando ci sono bambini o ragazzi: se non si può parlare di morte non si possono preparare i bambini ad affrontarla. Gli adulti temono di dire parole sbagliate, desiderano proteggere i figli dalla sofferenza e credono che il silenzio possa essere un modo per non coinvolgerli. Luca ha sette anni quando la mamma muore: quando il padre glielo dice, il funerale è già avvenuto. I bambini che non vengono messi al corrente acquisiscono spesso l’informazione in modo indiretto, e si sentono traditi ed esclusi.
Quando si guardano le ferite interiori che un lutto lascia a distanza di anni, si ha talvolta la sensazione che i danni maggiori siano stati causati più dal fossato emotivo creatosi tra il bambino e gli adulti che dalla morte in sé. Il desiderio di protezione, per un equivoco culturale sul significato della protezione dell’infanzia, può togliere ai bambini l’unica arma che possediamo per fronteggiare la morte: la condivisione dell’esperienza, il linguaggio che dia parole alla realtà. Sono queste le armi che da sempre l’umanità ha elaborato contro la morte, e che nelle nostre società evolute ci troviamo talvolta a scordare.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2002, a firma di Stefania Chiodino.