La fantascienza dalla morte apocalittica all’immortalità
L’11 settembre mi trovavo sul treno Milano-Lecce. Fu il conducente di un taxi a darmi qualche dettaglio: «Stavo guardando un film alla televisione… a un certo punto si è visto l’aereo che colpiva una delle due Torri… sembrava un film di fantascienza». Anzi, un cattivo film di fantascienza, con effetti dozzinali e una dose massiccia di macerie fumanti. La fantascienza ci ha preparato ad aspettarci le grandi catastrofi, ma quando esse si verificano nella realtà lo smarrimento è ancora più forte, accompagnato da una sensazione di completo straniamento.
La fantascienza tende a rappresentare non tanto la condizione del singolo individuo quanto quella di una comunità, o dell’intera «razza» umana. Nella sua fase novecentesca, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, proietta in uno scenario futuristico apocalittico la morte dell’umanità, prodotto di un conflitto con armi devastanti o di un evento naturale dalla portata cosmica. La morte del singolo individuo diviene un fatto insignificante di fronte alla vastità del fenomeno. Del resto la fantascienza novecentesca trae ispirazione dai primi scientific romances di H. G. Wells, animati da una nota apocalittica vicina al clima della fin de siècle: emblematico «il senso della fine» di La guerra dei mondi (1898).
Si può tentare una classificazione in quattro sottogeneri. Le catastrofi naturali: le opere di J. G. Ballard degli anni Sessanta, come Il mondo sommerso (1962) e La foresta di cristallo (1966), dove la civiltà è annientata da cause naturali. L’apocalisse nucleare: romanzi e film che descrivono gli effetti delle radiazioni atomiche, dalle Cronache marziane di Bradbury (1951) al Dottor Stranamore di Kubrick (1964), spesso con mondi post-Olocausto popolati da creature mutanti, motivi frequenti nella fantascienza influenzata dalla Guerra Fredda.
L’invasione aliena: dagli alieni distruttivi di Wells fino a Fanteria dello spazio di Heinlein (1959) e, al cinema, a Independence Day (1996). Il tramonto dell’umanità: storie di un lontanissimo futuro in cui l’umanità si è estinta lasciando posto a una fase successiva, come in City di Simak (1952), dove il posto degli uomini viene preso da robot e cani intelligenti.
Il tema cosmico comprende talvolta la possibilità della metamorfosi e della rinascita collettiva: la morte diventa rito di passaggio. In Le guide del tramonto di Clarke (1953) l’emergere dell’Overmind richiede la distruzione della Terra ma consente ai terrestri un gigantesco balzo evolutivo, come adombrato anche in 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. Il motivo dell’immortalità, suscettibile di molte varianti, conduce alla favola pseudoscientifica del superuomo benigno di van Vogt e ai patriarchi longevi di Heinlein.
Il romanzo utopico-fantascientifico in cui la metamorfosi e la rinascita dell’umanità è sviluppata con più ampiezza rimane probabilmente Last and First Men di Olaf Stapledon (1930): l’Ultimo Uomo, in contatto telepatico con i progenitori del XX secolo, ricostruisce la storia dell’umanità nel corso di miliardi di anni. Ogni civiltà nasce, decade e muore per essere sostituita da una superiore; gli Ultimi Uomini attendono serenamente la fine causata dall’esplosione del Sole. La morte dell’umanità si identifica così con quella del nostro universo.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2002, a firma di Carlo Pagetti.