La morte? È incurabile
Gianni Vattimo: oggi è una specie di incubo legato alla paura di ammalarsi. Gillo Dorfles: si imbellettano anche i cadaveri e la morte diventa «finta» come quella della Tv.
«La morte non esiste: finché si è vivi, perché si è vivi; quando si è morti, perché si è morti». Con queste parole «epicuree», Ottiero Ottieri esprime tutto il paradosso del Grande Evento, mai così rimosso dalla nostra società eppure mai così profondamente evocato.
Quali sono, oggi, i simboli della morte? Sopravvivono soltanto nei teschi delle bandiere allo stadio o nei documentari naturalistici, quando l’immancabile predatore balza sulla vittima per ricordarci che la natura è lotta per la sopravvivenza, mors tua vita mea? I simboli di morte sopravvivono nel balletto crudele della corrida, nel sangue finto che scorre nei film e telefilm? «Si calcola che ogni ora di produzione televisiva contenga due o tre morti provocate» scrive Vittorino Andreoli nel suo recente «Voglia di ammazzare. Analisi di un desiderio» (Rizzoli). Erich Fromm sembra fargli eco, nei «Cosiddetti sani. Patologia della normalità», raccolta di saggi da poco pubblicata da Mondadori: «Il narcisismo — scriveva — portando a calpestare la dignità dei propri simili conduce alla necrofilia, al rifiuto della vita». In questo libro il grande psicanalista, parlando di due meccanismi perversi che possono portare alla malattia psichica (alienazione e narcisismo), introduceva per la prima volta nelle sue opere il concetto di «ostilità necrofila o maligna», che avvelena l’esistenza dell’uomo moderno.
Secondo il filosofo Gianni Vattimo è vero che della morte non si parla più molto, ma la gente continua ad immaginarla: la sua rappresentazione principale è «non seguire più vicende che ci interessano»: «Andremo sulla luna ma io non ci sarò più», si diceva un tempo. L’idea della morte è legata al progresso tecnologico, alla curiosità per la vita, alle nuove «avventure» umane. Davanti al progresso scientifico e tecnologico, la gente avverte il proprio limite, sente i propri confini, che di per sé vengono rimossi.
Ma c’è un altro emblema della morte, spiega Vattimo, ricorrente agli occhi dei contemporanei: «È la cosiddetta «malattia incurabile». Una specie di incubo legato alla paura di ammalarsi, di cadere in una condizione di sopravvivenza inutile, indegna, sommamente dolorosa». «È questo — aggiunge il filosofo — un simbolo della morte che ci conduce a un grande problema della nostra epoca: il testamento biologico. Se mi riduco in uno stato per il quale non vale più la pena di vivere, delego qualcuno ad uccidermi. Una delle ragioni per cui la morte ci terrorizza è che non possiamo deciderla. Non trovo poi tanto irreligioso voler lasciare nelle mani di Dio solo le cose più spiacevoli, e tentare, posto che per adesso non possiamo evitare la morte, di estendere il controllo razionale alla durata della vita. L’eutanasia presenta tra l’altro molti problemi «organizzativi», ma prima o poi si dovrebbe regolare la questione razionalmente».
Nemmeno per molti credenti, prosegue Vattimo, l’Aldilà è una visione particolarmente preoccupante. La gente normale non teme tanto l’inferno quanto la vita terrena: i simboli della morte sono legati all’«aldiqua». «Nella filosofia della nostra epoca — dice Vattimo — la morte non è tanto il passaggio ad un’altra condizione, quanto una conclusione che invita a dare un senso compiuto a quel che si fa». In Heidegger, aggiunge il teorico del «pensiero debole», assumere che si morirà serve a riconoscere che le varie possibilità dell’esistere sono provvisorie, non perenni. E quindi a sentirsi slegati da numerose «rigidezze».
«In questo momento storico — conferma lo psicologo Vittorino Andreoli — è molto alta la percezione per le malattie ma bassa per il rischio di morte. Forse perché è stata cancellata la morte dalla nostra cultura, almeno nella sua espressione esistenziale, forse perché si lega la morte a una malattia… La paura non contempla abitualmente la morte, quanto piuttosto la paura delle malattie e di ogni limite all’esercizio vitale». Di nuovo la morte, dunque, simboleggiata dalla malattia e dal limite, non tanto da un «aldilà».
Nella sua analisi, Andreoli riconosce la «cultura del nemico» come meccanismo scatenante il «desiderio di uccidere» umano: classificare il «nemico» a un livello inferiore al nostro attenua il nostro senso di colpa, impedendo di comportarci come le altre specie viventi, che rispettano la vita reciproca obbedendo all’imperativo biologico della sopravvivenza. Troppi, oggi, hanno questi freni inibitori straordinariamente allentati: è quanto vedeva già Fromm, quando parlava di un «mondo di gente spaventata». «Coloro che brandiscono la bomba non hanno certo meno paura di quelli che ne temono la minaccia… Gli uomini sono ormai ridotti in atomi e profondamente annoiati della vita, che non sembra possedere alcun senso». In verità, aggiunge Fromm, sono pochi i veri necrofili, ma «riescono a istigare alla necrofilia i molti che sono furiosi o arrabbiati».
Per dare un senso alla morte e al cadavere, occorre un forte legame con amici e parenti. Altrimenti — ricorda Andreoli — la morte può apparire un evento banale. Come assistere alla predazione, strategia di sopravvivenza: il più forte elimina un essere più debole, fonte di cibo. Ecco dunque le necessità «rituali». E proprio i rituali «esasperati» nei confronti dei defunti sono il punto di partenza dell’analisi di Gillo Dorfles, che vede negli Stati Uniti uno dei più pregnanti simboli di morte del mondo odierno: «Il Nord America è il continente della morte, come l’Est, la Russia, è simbolo della nascita. «Orior» significa nascere: il sole nasce a Oriente. L’Occidente («occasum») per formazione geologica e di cultura è il luogo dove le idee vanno a morire. Se qualcosa di nuovo spunterà, sorgerà da Est e non da Ovest». Non dimentichiamo, ricorda Dorfles, che viviamo in un territorio che in tedesco si dice «Abendland», «territorio della sera». «Ma se l’Europa è il tramonto, gli Stati Uniti sono la morte. Ci sono stato per la prima volta negli Anni ’50, e mi accorgo che sta filtrando anche in Europa un concetto di morte che avevo visto applicato laggiù: le cosiddette «funeral house», luoghi in cui il cadavere viene imbellettato, adornato, vestito come un vero e proprio feticcio. Queste pratiche cerimoniali mi avevano colpito molto. In Europa non esistevano ancora, adesso sono agli inizi: si comincia a mascherare la morte, la si vuole negare, feticizzando il cadavere. Si vuole continui la vita, ma come mummia. Il richiamo all’Egitto è evidente».
La morte, secondo Dorfles, viene rifiutata e mascherata attraverso il belletto, il rossetto alle labbra e lo smalto alle unghie del cadavere, anche se è di un uomo. Qualcosa di analogo alla morte «finta» che spesso compare in tv, anche se la morte-spettacolo è sempre immediata, lontano dall’agonia e dal dolore. Perché non c’è tempo di rappresentarla. «Sì — conferma Dorfles — ma la televisione offre spesso anche esibizioni forsennate della morte, come nella guerra di Bosnia, con cadaveri reali e sanguinolenti. Sono morti crudeli, esibite, che non hanno più nulla della sacralità della morte cristiana. Negli Stati Uniti la morte diventa finzione. Nella guerra in tv è senza redenzione». Nella società, invece, alcuni tipici simboli di morte sono per Dorfles quelli delle nuove sette, non solo sataniche: «Quelle «pseudoiniziatiche» ricercano l’aldilà in modo più confortevole, senza passare attraverso le restrizioni della religione».
Forse è anche questo un modo per allentare la paura e per riproporre simboli della morte legati più alla vita che all’Aldilà. Lo ha ben espresso Anton Checov nella novella «La paura»: «Ditemi mio caro — dice un protagonista — perché mai quando vogliamo raccontare qualcosa di pauroso, di misterioso e di fantastico attingiamo al materiale non della vita, ma immancabilmente al mondo delle apparizioni e delle ombre di oltretomba?». «Fa paura ciò che è incomprensibile», risponde l’interlocutore. «Ma forse che la vita per voi è comprensibile? Dite: forse che la vita la capite meglio del mondo d’oltretomba?… La nostra vita e l’oltretomba sono ugualmente incomprensibili e paurosi… Tutto mi fa paura… Mi fa paura principalmente la realtà di ogni giorno alla quale nessuno di noi può sottrarsi… Non capisco nessuno e niente».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Carlo Grande.