La morte è una compagna impresentabile
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La morte è una compagna impresentabile

1 Settembre 1996 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

Fino a pochi anni fa il suo «teatro» era in casa. Oggi si muore in ospedale dove l’agonizzante è isolato in una dimensione di indecenza. Non è bene che sia visibile e che i suoi cari manifestino dei sentimenti.

Ci sono morti evidenti e morti trasparenti. Le evidenti sono quelle degne di un telegiornale: un martirio fra le lamiere, un corpo ai bordi della strada, quel che resta dopo una bomba o una bombola di gas. Ma anche i cadaveri di una mattanza africana vanno bene, o quelli di un colera indiano.

I morti non autorizzati all’evidenza sono quelli che una volta erano i soli autorizzati ad apparire. I corpi lievemente spenti nella consunzione di una decorosa malattia, i corpi degli anziani, della gente comune che si smorza pallidamente e in silenzio nell’ospedale.

Ma l’ospedale, questo succedaneo della casa familiare in cui morire, contiene la morte ma non vuole e non sa amministrarla se non come silenzio e omissione. L’agonizzante è rapidamente isolato, in una dimensione di indecenza. Non è bene che sia visto, non è bene che i suoi cari intorno a lui manifestino sentimenti, che soffino nei loro fazzoletti di lacrime. Un paravento circonderà la sua fatica e infatti la morte del malato è faticosa, lenta, insopportabile, una discesa a gradoni verso l’incoscienza, l’oblio, l’assenza, il mai accaduto, il nulla.

Quando finalmente l’aria sarà espulsa per l’ultima volta da quel poco torace che ancora la conteneva, il morto e la sua anomalia, la morte, saranno espulsi immediatamente come indesiderabili. E le persone care saranno assaltate da altre persone care, e da infermieri, medici, religiosi, astanti, assenti, chiunque, e intimidite affinché restino omertose e impassibili come uomini d’onore dell’onorata società dei vivi: non fare così, non piangere, rassegnati, ti prego, vieni fuori, andiamo di là, respira profondamente e soffiati il naso, sarà meglio andare, sarà meglio che tu vada, resto soltanto io, portatela via, non restate qui, sii forte, sii forte, non fare così.

Il brusio dell’omertà si confonde con il cigolio delle ruote del lettino con cui l’indecente estinto viene condotto nei sotterranei degli invisibili, accatastato in una stanza di compensazione, una moderna catacomba che lo avvii come anticamera verso l’estinzione del non esistente. Può darsi che segua l’autopsia. In questo caso il morto diventa il corpo. Il corpo è giustamente considerato un oggetto, un testimone della malattia in grado di fornire indizi e prove affinché la vita di chi resta possa avere qualche chance in più. L’autopsia non è un rito macabro, anche se è per tecnici ed animi forti, ma piuttosto una condizione investigativa che nega però la persona e la personalità dell’indagato in quanto morto.

Nei miei anni venti, quando ero studente di medicina, partecipai a un centinaio di queste operazioni e fu in sala di dissezione che scoprii la mia definitiva inabilità al mestiere di medico, perché mi resi conto di essere incapace: incapace di astrarre e separare mentalmente la persona del morto (o del malato) dalla sua condizione, la morte e la malattia. Non sapevo, e non saprei, distogliere lo sguardo da quei vitelli aperti e squartati come in macelleria, fingendo di non accorgermi che non finivano con un muso da mucca, ma da vicina di casa, con dentini fini, con capelli radi, con labbra miti.

La morte ha potuto sempre disporre, fino alla metà del nostro secolo, di un teatro, un setting come quello della psicoanalisi, in cui accadere, mostrarsi, qualificare i personaggi e il pubblico, declinarsi, essere visibile, addirittura ostentata e persino ammirata. La morte accadeva, si svolgeva, aveva luogo e teatro, nella grande stanza che era anche stata la stanza del matrimonio, dell’amplesso, del parto, del pianto, dell’orgasmo, del dolore, del piacere, del riposo nei meriggi della calura scandita dalle cicale. La morte si disponeva fra le coltri e cominciava a sussurrare messaggi che correvano di bocca in bocca prima del fax. E quei messaggi dicevano: venite, siate presenti, accorrete, restate, osservate, piangete.

La morte chiedeva e otteneva dignità. Italo Svevo, sentendosi prossimo ed avendo un animo ancora palpitante di realista e positivista, chiamò i figli a sé e come un papà che mostri il nido di un uccello sconosciuto, o la cattura del coniglio da parte di un falco, o un altro qualsiasi avvenimento naturale, disse soltanto: «Fioi, vardè come se more», figli, guardate come si muore. E certamente si sentiva appropriato, proporzionato, naturale.

E poi, ad evento consumato, la morte afferiva visibilità e lenimento: non soltanto la veglia funebre come fatto pietoso e religioso. Ma i bambini intorno al morto: i bambini che prendono nota e non dimenticano, che vengono colti dalla curiosità di toccare il morto, di guardarlo, immaginare la morte propria e lontana, di sfrenare la fantasia che consentirà poi di affrontare sempre l’evento come un fatto della vita, di pensare alla propria morte con disincanto e sopportazione.

E il lutto. La visibilità del lutto, la sua socializzazione, la sua evidenza, il suo decoro. Tanto oggi siamo chiamati a non disturbare, a negare, a sorridere, ad essere odiosamente forti; quanto prima era obbligatorio, ben visto e ben accetto il dolore, sia pure composto (o viceversa urlato, secondo le civiltà e le consuetudini), purché condiviso, comunicato, riconosciuto. Non soltanto il lutto come abbigliamento, ma l’abbandono di sé durante il tempo necessario per morire nel cuore, seppellire nel cuore, rimuovere dopo aver ripercorso più e più volte con la memoria. Chi elabora il lutto, mangia la morte, la mastica a lungo, ne coglie ogni sapore ed umore, la digerisce, la metabolizza, se ne libera gradualmente ma è sempre nuovamente pronto a saziarsene con nuova fame, finché questa esigenza non è completamente esaudita. Non a caso in molte civiltà primitive la consumazione del lutto consiste nel mangiare concretamente il morto per inglobarne carne e memoria, virtù e sapore, affinché nulla di lui vada disperso, nulla abbandonato al caso, agli intrusi, alle formiche, alla voracità della terra.

La morte invisibile delle naturali estinzioni è dunque l’ultimo ritrovato della negazione della morte come evento della vita e il suo esilio nella rimozione, nell’indecenza. Chi muore oggi deve imparare ad essere educato. Non apparire. Chi incontra la morte di una persona cara, deve essere politically correct: non disturbare, non piangere, non dire altro che liete banalità per rassicurare il suo vicinato che nulla è accaduto, che il morto è stato già negato e dimenticato, che l’imperfetto evento è stato travestito, surclassato, rivestito e addobbato secondo riti veloci e innocui, sepolto senza sepoltura in un mondo di archivi dimenticati.

Nel mondo degli evidenti restano i morti accidentali o mantenuti a galla dal salvagente della notizia: gli uccisi, selvaggiamente fotografati, il loro sangue dilagante, la loro pulp fiction, persino la loro irrispettosa comicità, il grottesco che esce dai buchi del loro corpo. Il cinema ha creato il suo genere funerario e anche il genere comico con morti come fantocci che si perdono, si trovano, si travestono. O morti patetici che si rifiutano di morire e che emettono sospiri animali di fantasmerie da circo, melense negazioni della morte attraverso quarte o quinte dimensioni di celluloide che spostino l’avventura. Così la morte può chiedere nuovi ruoli di protagonista nel ruolo di materiale di scena, fondale, vitalità fittizia.

La prospettiva di morti programmate come le nascite, di morti per così dire con il taglio cesareo, cessazioni di intubature connesse con la programmazione della macchina, morti deformate, assistite, coatte, sospettabili di omicidio premeditato ma — di nuovo — sempre più politically correct, è a portata di mano, di comunicazione, di realtà. Il lifting assume sempre più il ruolo di funerale anticipato sotto forma di intervento negativo dell’invecchiamento e affermazione perentoria della vita artificiosa e apparente, sostituto della morte negata e dichiarata interdetta e indecente. I telegiornali accumulano intanto immagini di milioni di morti autentiche, tutte terribili: guerre e carneficine sono il dono d’immagine che andiamo a consegnare al prossimo secolo, con spaventosi archivi obitoriali contenenti Auschwitz e le Ardenne, i serial killer e le guerre etniche africane, le cataste di morti delle inondazioni e cento milioni di omicidi. Morti memorabili. Il resto, coperto dalla vernice di Pier Lambicchi, diafano e trasparente, inesistente.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Paolo Guzzanti.

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