La morte in mostra
L’uomo contemporaneo, pur emancipatosi da una visione magica dell’esistenza, è affetto da una inibizione comunicativa: la tabuizzazione dei nomi concreti che evocano la realtà del morire. Parlare della morte equivale a praticare una forma di pornografia. Esiste in tutte le culture una fitta rete di nomi sostitutivi, metafore ed eufemismi. Quando invece è la morte stessa a divenire metafora del processo di trasformazione, essa definisce i passaggi di «stato» dell’individuo. Il viaggio nel regno dei morti suggella una tappa fondamentale nell’itinerario d’iniziazione: come un novello Orfeo, l’artista che affronta temi legati alla morte compie un vero e proprio viaggio di conoscenza.
La figura di Orfeo ha caratteristiche peculiari. Egli trasgredisce alle leggi divine e paga, con lo smembramento del corpo, la propria arroganza; tuttavia porta a compimento la propria catabasi. L’irreversibilità della morte costituisce il nucleo terrificante che si cela nel mito. Dire la morte oggi, infrangere il tabù sociale, ha tutto il sapore di una impresa eroica: il poeta Apollinaire, in una poesia del 1912, rivendica «il diritto di guardare».
Nel novembre del 2005 l’Istituto di Anatomia Patologica dell’Università di Torino accoglie la performance «The Class» dell’artista tailandese Araya Rasdjarmrearnsook: al cospetto di una decina di cadaveri collocati su tavoli anatomici, l’artista impartisce una lezione sul mistero della morte. La compostezza di questa «lezione ai morti» si pone come un tentativo di ristabilire un rapporto onesto con il sentimento di disperazione legato alla perdita, suggerendo l’importanza di integrare la morte nella nostra coscienza quotidiana.
L’artista thailandese non è la prima a presentare in pubblico il corpo morto: alla Morgue parigina, almeno fino al 1907, è provata la presenza quotidiana di un elevato numero di visitatori, e l’uso di conservare l’impronta del volto del defunto ha interessato tutti gli strati sociali fino alla fine del XIX secolo. Più concreto è il lavoro di Gunther von Hagens, il cui «Body Worlds» presenta corpi plastificati, sollevando un intenso dibattito sul valore culturale dell’iniziativa e sulla normativa in materia. Non lontano da questi temi, l’inglese Damien Hirst espone carcasse e squali conservati in formalina: ciò che gli interessa è il crinale tra la vita e la morte. Attorno allo stesso tema emerge l’opera dell’austriaco Arnulf Rainer, con i suoi studi pittorici su maschere mortuarie. Là dove termina la discesa nell’Ade, comincia il lento viaggio di risalita, conquista di nuovi stadi di conoscenza.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2006, a firma di Carlo Nonnis.