La morte naturale, un mito della nostra epoca
I nostri contemporanei hanno un desiderio riguardo alla propria morte, morire «naturalmente», in altre parole di vecchiaia e senza sofferenza, magari nel sonno, senza accorgersene. La morte naturale è considerata oggi forma ideale e standard della morte, quindi «normale» (il contrario di anormale, innaturale o violenta) quando arriva al termine della vita.
Le prime teorizzazioni di un’interpretazione «naturalistica» della morte le troviamo all’epoca dei Lumi, parallelamente all’inizio della medicalizzazione del morire (è dalla fine del ‘700 che si rileva la presenza di un ufficiale sanitario a constatare il decesso). La teoria è ripresa nella voce «Mort» dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, che aveva intento divulgativo: la filosofia e la medicina settecentesca utilizzavano l’immagine della naturalità della morte contro il panico indotto dalla dannazione eterna dalla pastorale della morte e dal memento mori della chiesa cattolica.
Ma cosa intende celare questo mito? Esso contrappone innanzitutto all’idea di una morte «artificiale». Tale artificio è rifiutato — l’accanimento terapeutico, l’ospedalizzazione, l’eccessiva medicalizzazione della morte e l’isolamento che ne consegue. Si tratta della nozione di «buona morte» propria della filosofia delle cure palliative. Si ha buona morte quando è fornito un supporto adeguato alla famiglia, valutandone i bisogni e la capacità di fornire cure.
Tuttavia, questo «mito» occidentale della morte naturale non tiene conto di quanto, leopardianamente, la natura sia matrigna crudele, e fa piuttosto riferimento alla nostra concezione della natura amansita e cartesianamente dominata. Analogamente, il mito della morte naturale, è pensiero consolante che permette alla maggior parte dei nostri contemporanei di rimandare all’infinito la preoccupazione del morire, includendo la dolcezza della fine tra le aspettative di una vita che si caratterizza come obbligata rincorsa ai piaceri.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2005, a firma di Marina Sozzi.