La morte. Quattro variazioni sul tema
In questo libro dedicato alla morte, Cavicchia Scalamonti pare prendere il tema da lontano, partendo da una meditazione sull’individuo, sul tempo, sulla memoria, per arrivare solo alla fine alla mortalità dell’uomo. Le quattro «variazioni» sono punti di osservazione estremamente efficaci per avvicinare un fenomeno così sfaccettato.
La prima variazione guarda all’uomo moderno in quanto individuo, che ha acquisito una chiara percezione di sé e del proprio spazio interno. Il processo di individualizzazione ha comportato il rifiuto delle radici e delle tradizioni e la progressiva assunzione del proprio destino e della responsabilità che ne consegue; responsabilità tanto gravosa da determinare un bisogno, una nostalgia di comunità e di fusione, che l’uomo contemporaneo cerca nell’atmosfera collettiva dei concerti, delle partite, delle grandi manifestazioni.
La seconda variazione, sul tempo, considera la fine dei miti e delle grandi narrazioni. Se in epoca pre-moderna prevaleva la concezione di un tempo ciclico, l’uomo moderno ha percepito il tempo come lineare, fondato sull’idea del progresso. Oggi molti studiosi, in particolare Zygmunt Bauman, denunciano il «presentismo»: un tempo eternamente presente, senza direzione e scopo, suddiviso in frammenti insignificanti e velocizzato al massimo. L’autore smorza tuttavia le critiche e assume una posizione più ottimistica, ricordando che anche le grandi filosofie della storia erano modi per trascendere la morte, e invita a prendere atto della complessità e dell’incertezza del nostro tempo, riconoscendo i nostri limiti e accettando l’inevitabilità della «nostra morte».
Il terzo argomento è la memoria, storica e collettiva, nella sua relazione irrinunciabile con l’oblio, attraverso autori come Levi, Benjamin, Arendt, Ricoeur, Gauchet: al centro la Shoah e i massacri novecenteschi, che chiedono di essere ricordati, mentre talvolta il ricordo troppo doloroso alimenta la paralisi, l’odio e il risentimento. La «memoria pacificata» o «giusta memoria» di Ricoeur indica una via: una memoria che superi il trauma traendone una spinta costruttiva, e che ammetta un «relativismo memoriale», una molteplicità di memorie non necessariamente in lotta tra loro.
Nella quarta variazione si giunge al discorso diretto sulla morte, distinguendo due morti emblematiche: quella di Guglielmo il Maresciallo, nel Medioevo, accettabile perché inserita in una dimensione collettiva, e quella di Ivan Il’ic narrata da Tolstoj, individuo che non può accettare la morte che lo riguarda. L’autore osserva che gli studiosi che criticano la modernità dimenticano come la stessa società moderna sia sorta sulla scia di una società cristiana che dalla presunta vittoria sulla morte aveva tratto il suo successo. Con le sue ricche variazioni, Cavicchia Scalamonti invita a riflettere sul tabù della morte senza lo sguardo rivolto al passato, ma osservando il presente, nel bene e nel male, e provando ad avere fiducia nella capacità dell’umanità di accogliere la mortalità come confine.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2008, a firma di Marina Sozzi.