La musica, un filo rosso tra la vita e la morte
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La musica, un filo rosso tra la vita e la morte

1 Maggio 2002
2 min di lettura

Tra la popolazione Ewe del Ghana-Togo (Africa) un bimbo nasce non solo nel momento del parto, ma nel momento in cui la madre lo pensa per la prima volta. Allora va, e siede sotto un albero per giorni, e ascolta fino a quando riesce a sentire il canto del bambino. Lo impara e, tornato a casa, lo insegna al marito e insieme lo cantano nell’atto del concepimento. La melodia chiama il bambino: quello è il canto che lui ha comunicato perché lo potesse riconoscere.

Quel canto accompagnerà tutti i passaggi importanti della sua vita, come il rito d’iniziazione, oppure quando lascia la casa materna per unirsi alla famiglia degli uomini, e soprattutto il suo funerale: il villaggio lo accompagna cantando il suo canto. La musica come il filo della vita: una ninna nanna che arriva sulla terra quando la vita fisicamente non c’è ancora, e che accompagna l’ultimo momento della vita in una sorta di abbraccio materno che lega per sempre l’uomo al suo villaggio, alla sua famiglia, al suo ricordo.

Per molte persone la musica è il ponte fra la vita e la morte. Esperienze di morte e pre-morte sono state spesso accompagnate da racconti di un misterioso tunnel di luce e di suono, in una specie di chiarore ultraterreno o di sacra forza magnetica guida allo spirito nel suo viaggio. La musica, da sola, «entra» fisicamente nel dolore, catalizzando il nostro ascolto, e permette alla mente una sorta di astrazione dalla realtà: «collega la fine del giorno con la fine della vita stessa», come scrive David Steindl-Rast. Ogni parte del nostro corpo, ogni organo, ogni elemento vibra di una sua propria frequenza: è questa la musica. Un filo rosso tra vita e morte e ancora vita: un luogo sicuro dove ritrovare affetti ed esistenze che viaggiano oltre il tempo, lo spazio e l’oblio.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2002, a firma di Barbara Borra.

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