La prevenzione vale più di mille cure
Società

La prevenzione vale più di mille cure

1 Settembre 2003
6 min di lettura

La Sars ha dimostrato, appena qualche mese fa, che è sempre possibile l’insorgenza di malattie epidemiche per le quali la medicina non dispone di terapie immediatamente efficaci. Diventa quindi strategico il ruolo della prevenzione. Insomma, della salute è necessario occuparsi in anticipo.

La Sars, com’è noto, è venuta a irrompere in una umanità priva di anticorpi specifici, in un mondo biologicamente indifeso. Anche culturalmente impreparato? Non è certo che la storia si ripeta; è certo tuttavia che qualcosa essa insegna. Nel 1981 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, confortata dalla eradicazione del vaiolo su scala planetaria, si fece promotrice del progetto «Salute per tutti entro l’anno Duemila». Ma proprio nell’anno in cui tale ambizioso progetto fu lanciato, l’ottimismo ufficiale subì un duro colpo d’arresto all’impatto con una malattia nuova, l’AIDS, letteralmente «inaudita», cioè non udita mai, né vista prima d’allora.

Quel che sconcertò l’organizzazione sanitaria, e non meno l’orbe medico, fu il fatto che la malattia comparve in una fase storica che si pensava inaugurasse l’era del definitivo trionfo della medicina e della sanità. La nuova malattia venne a sconvolgere un sistema e un’ideologia che si credevano consolidati: in quanto infettiva, cioè appartenente a un novero di malattie in massima parte debellate da vaccini e antibiotici, essa appariva anacronistica; in quanto imprevista, essa appariva elusiva della predittiva conoscenza scientifica, ritenuta capace di riconoscimenti precoci; in quanto incontrollabile dal punto di vista terapeutico, nella perdurante attesa di un farmaco anti-virus o di un vaccino efficace, essa appariva eversiva del sapere e potere medico.

Stiamo parlando di un’esperienza frustrante del passato. Se i rilievi predetti sono di qualche attualità, c’è una cultura che nel ventennio ha mostrato lacune o difetti, nonostante l’avvisaglia dell’AIDS e altre infezioni, questa è la cultura della prevenzione. Rispetto alla terapia, la prevenzione rappresenta non un primato, ma certamente una priorità, in quanto essa viene prima, previene. S’intende, beninteso, la prevenzione primaria, igienico-sanitaria, che si propone il controllo delle malattie agendo «a monte» di queste, prima che insorgano e si diffondano, intervenendo sulle «cause» e sui fattori di rischio. Non si intende, si badi, quella che più correttamente è detta predizione «clinica», consistente nella individuazione precoce, tramite test, delle malattie, agendo «a valle» di queste, rilevandone gli «effetti» iniziali. Sovente questa predizione viene fatta passare per prevenzione e il cambiamento di nome viene spesso usato per giustificare o avallare la pratica dei cosiddetti check-up.

Il problema culturale di fondo è che la salute non è intesa, si badi, quella che più correttamente è detta «assenza di malattia». Tale concezione sottintende la falsa esigenza che di essa ci si debba occupare solo o soprattutto quando la presenza della malattia ce ne fa sentire e patire l’assenza. In pratica, ciò significa sottacere la necessità che di essa ci si deve occupare prima, pre-occupare, per prevenire l’evenienza di fattori che possano farne un bene perduto. È possibile oggi ricavare dal male il bene? È possibile solo a patto di trasformare la paura in pre-occupazione. Di che paura si tratta? La paura per la Sars è insieme la paura per la morte fisica, quella che «sbigotti» le genti davanti alla peste e al colera, e la paura della morte civile, quella dell’isolamento quarantenario e della segregazione ospedaliera. È una paura d’altro segno rispetto a quella per l’AIDS, che fa paura per il «diverso», da cui era consentito «chiamarsi fuori», «mettendo dentro», nel sacco delle streghe e del diavolo, le prostitute e i loro clienti, gli omosessuali e i tossicodipendenti.

Questa è invece una paura per il «simile», per un trasmettitore che può identificarsi nel vacanziere o nel manager, nel tecnico specializzato o nell’uomo d’affari. È una paura strisciante che ci tocca più da vicino. È quindi necessaria una maggior sorveglianza, una più occhiuta vigilanza sui rischi latenti, mascherati, insidiosi. Non si tratta di demonizzare, ma di assumere una condotta responsabile. Allo stato attuale delle nostre conoscenze e capacità, il mezzo migliore per combattere la malattia è quella di prevenirla. Non perdiamo l’occasione. Oggi non ci è dato sapere se il male dell’epidemia evolverà in un male minore, circoscrivendosi in endemia, o in un male maggiore, dilatandosi in pandemia. Però sappiamo che molto dipende da noi. Sappiamo che la prevenzione è un’arma efficace se brandita da mano ferma, se gestita da una politica sanitaria incisiva e decisiva.

L’incontro-scontro della logica evolutiva e aggressiva dei microviventi con la logica organizzativa e difensiva dei macroviventi si gioca in gran parte sul terreno della prevenzione. L’incontro-scontro non è solo biologico, è bio-psico-sociale, giocandosi anche nel campo della psicologia collettiva e dei rapporti socioeconomici. In passato la politica sanitaria vestì i panni scomodi delle Magistrature di Sanità e dei Tribunali di Sanità. Bloccando la libera circolazione di uomini e merci, conculcò i privilegi, penalizzò i traffici, condannò alla disoccupazione e i lavoratori a giornata. Ebbe contro di sé i nobili, la borghesia, il popolo minuto. Però cercò di salvare loro la salute, la vita. Se non ci riuscì, o ci riuscì solo parzialmente, fu solo perché la situazione medico-sanitaria del tempo era molto arretrata. Oggi non lo è. Le risorse della terapia sono in buona misura efficaci, su scala individuale. Pur in assenza di farmaci «specifici», i presidi «aspecifici» della terapia cortisonica, intensiva, rianimativi consentono un’alta percentuale di guarigioni. Intorno al malato si affollano, con abnegazione, medici e infermieri. Ma se i malati fossero dieci o cento? Se gli scenari ospedalieri fossero altri, rispetto a quelli dei grandi ospedali? Anche qui, non si tratta di drammatizzare. Si tratta di farsi guidare, ancora e sempre, dai lumi della ragione.

Se la salute è un bene e bisogno primario dell’uomo, la sua tutela non ha prezzo. E se la sanità pubblica è la sommatoria della salute dei singoli cittadini, essa – come ebbe a dire il medico milanese Agostino Bertani promuovendo la prima legge sanitaria dell’Italia unita – «non deve essere raccomandata, ma deve essere comandata».


La polmonite atipica che arriva dalla Cina

Il 13 marzo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità allerta i viaggiatori dopo una serie di casi di polmonite a Hong Kong, in Indonesia, a Singapore, nelle Filippine, in Canada e in Thailandia. Dal 15 marzo scattano in diversi aeroporti del mondo misure di quarantena destinate a isolare i viaggiatori provenienti dai paesi a rischio e che mostrano sintomi sospetti. Il 29 marzo muore per la Sars contratta in un ospedale vietnamita un medico italiano, Carlo Urbani. A inizio aprile si intensificano i controlli sui viaggiatori e finalmente sono resi noti dalla Cina i dati reali sulla diffusione della malattia. Severe misure scattano in quel paese (dove è previsto il carcere e anche la pena di morte per chi mette a rischio la salute altrui), a Hong Kong e in Canada. Il 18 aprile il virus della Sars è identificato: è un microorganismo appartenente alla famiglia dei coronavirus. Il 28 aprile l’epidemia è dichiarata ufficialmente sconfitta in Vietnam. Seguono Cina, Canada e Taiwan. Il 5 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità annuncia a Ginevra la probabile «interruzione della trasmissione umana del virus nel mondo». Il virus (la cui diffusione pare sia cominciata nel novembre 2002) ha viaggiato in 30 Paesi, infettando quasi 9.000 persone e uccidendone poco meno di 1.000. Settembre 2003: un nuovo caso di Sars a Singapore rilancia il pericolo. I controlli riprendono un po’ dappertutto.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2003, a firma di Giorgio Cosmacini.

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