La scuola del risentimento
Il terrorismo islamico di questi ultimi tempi ha messo in luce il fenomeno dei suicidi appartenenti alle Brigate dei martiri di Al Aqsa. Si tratta di terroristi di religione sunnita, dalla cui tradizione il senso del martirio manca del tutto. Della questione si è occupato lo studioso iraniano Navid Kerman, il quale, in un saggio sul «Times Literary Supplement», mette a confronto la tradizione sunnita — una fede vittoriosa, senza l’idea di una colpa e di una redenzione — e quella sciita, più vicina alla tradizione ebraico-cristiana.
A parere di Kerman, per vedere come il suicidio sacrificale sia penetrato in una tradizione da cui era stato respinto, è necessario risalire alla scuola del risentimento che ha origine in Occidente. Per capire gli attacchi suicidi non si deve risalire al Corano, ma a Nietzsche. Alla base del recente terrorismo non vi sarebbe una matrice religiosa o popolare, bensì una frustrazione borghese di natura radicalizzante, ideologica, intellettuale, penetrata tra gli agitatori nichilisti arabi vissuti in Occidente.
La scoperta del ruolo del risentimento, motore potenziato dalla morte minacciata e autoinflitta, è di René Girard, rilanciata dal saggio Il risentimento e i risentiti di Raffaele La Capria. Nipotini di Dostoevskij e Nietzsche, i risentiti non sono più i mediocri e gli schiavi de L’Anticristo, ma coloro che della caduta delle gerarchie soffrono, rifiutandosi di stare al proprio posto. Come ha descritto Dostoevskij fotografando i nichilisti del sottosuolo, il risentito è prima di tutto chi è in lotta con se stesso.
Da Ifigenia a oggi, attraverso Cristo, siamo passati da un’epoca in cui la vittima era ritenuta colpevole, e la sua soppressione salvifica, a un’epoca dominata dalla minaccia opposta: quella per cui il timore che qualcuno possa produrre una vittima ne provoca di nuove e certe. Significativa la risposta del capo spirituale di Hamas: «Non sono attacchi suicidi. Il suicidio è un gesto fine a se stesso. Sono sacrifici umani». La precisazione rivela il ritorno di una società sacrificale, l’obbrobrio di aver ripristinato il sacrificio umano nella forma deformata di arma rivendicativa.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2002, a firma di Oddone Camerana.