La spiritualità della cremazione
Hervé Guibert, malato di Aids, ha lasciato scritto nel suo diario: «Ultime volontà: cremato, il più presto possibile. Nessuna cerimonia religiosa, nessuna riunione di amici o di familiari, nessuna musica. Gettare le ceneri nel primo bidone della spazzatura». In queste battute così amare qualcuno potrebbe vedere solo disperazione; per me c’è la decisione di un uomo che, di fronte alla morte imminente, intende salutare questo mondo senza avvalersi di riti che ritiene inutili. La sua vuol essere una scelta spirituale.
Spiritualità è termine assai poco definibile. Preferisco pensarla come la consapevolezza che, di fronte alle domande fondamentali della vita — perché vivo, perché soffro e perché muoio — ogni giorno in noi si consolida una risposta soggettiva e personale che permea di senso il proprio esistere. I suoi elementi fondamentali sono tre: il concetto di consapevolezza, di soggettività e di meta da raggiungere. La consapevolezza è la scelta ogni giorno rinnovata; la religiosità, invece, troppo spesso è una presa d’atto, una volta per tutte, di scelte operate dalla famiglia o dalla società.
Quando parliamo della spiritualità della cremazione intendiamo elencare i valori che rendono questo rito «umano», arricchente la dignità dell’uomo e sostegno per guardare alla morte in modo meno angoscioso. In Italia non è facile comprenderne la spiritualità, perché per lungo tempo la Chiesa Cattolica ha interpretato la richiesta di essere cremati come una mancanza di fede. L’idea dell’incenerimento è stata associata alla fine tragica di persone ritenute eretiche: pensiamo ad Arnaldo da Brescia, a Giovanni Hus, a Giordano Bruno, a Savonarola. Queste persone avevano invece una spiritualità eccezionale.
In sé la cremazione non ha una valenza spirituale molto differente dall’inumazione: ambedue esprimono rispetto per un corpo che è stato l’involucro di un aggregato vitale. Mi pare però che la cremazione evochi più facilmente immagini tranquillizzanti e serene, evitando immagini macabre, e risparmi al corpo un processo degenerativo.
Scegliere la cremazione significa guardare in faccia la realtà della propria morte, obbligarsi a non delegare ad altri ciò che ci riguarda e dobbiamo decidere con cognizione di causa. Invita a discutere con i propri cari il destino del nostro corpo. È una scelta libera e personale, e diventa scuola di tolleranza e di pluralismo: opportunità per ascoltare le volontà di chi lascia la vita, per svuotare i riti di frasi scontate e riempirli di ricordi del defunto, di musiche da lui scelte. Opportunità, infine, per mantenere viva la pietas degli operatori, nella speranza che tutti ricordino l’imperativo etico di Elias Chacour: «Non basta essere nati uomini, bisogna diventare umani».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2002, a firma di Don Sergio Messina.