Le Mille e una Morte
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Le Mille e una Morte

1 Ottobre 1995 · di Redazione Confini Magazine
8 min di lettura

La fine di Pasolini torna a suscitare polemiche e veleni. È una morte che non finisce mai. Delitto sessuale? Assassinio politico? Ecco il «processo» e la «sentenza» di Camon.

A settembre è ripartito l’angoscioso interrogativo su come è morto Pasolini, perché a settembre è arrivato sugli schermi il film di Marco Tullio Giordana «Pasolini: un delitto italiano», e Giordana ha molti dubbi sulla morte così come è stata stabilita dai tribunali. Prima dell’estate, a giugno, è uscito il diario dell’assassino di Pasolini, quel Pino Pelosi soprannominato «la Rana» che del delitto è reo confesso, che fu condannato e ha espiato. Adesso è ancora in carcere, a Frosinone, ma per altri reati. Quando uccise Pasolini era ancora minorenne, aveva diciassette anni, ma era già stato arrestato e condannato più volte per furto e rapina: era un ladro d’auto. Nel suo diario (che non racconta soltanto l’uccisione di Pasolini, ma tutta la propria vita) Pelosi ripete naturalmente la propria versione: ho ucciso Pasolini da solo, in quello spiazzo sul lido di Ostia, a duecento metri dal mare, nella notte che dava sul 2 novembre 1975, perché ero andato lì con lui per una prestazione erotica concordata per ventimila lire, ma a un certo punto lui fece altre richieste che io non ero disposto ad accettare e allora diventò violento: cominciò lui la lotta, colpendomi con un bastone, ma alla fine ebbe la peggio, quando rimase sul terreno rantolante io scappai con la sua auto, dicono che gli son passato con le ruote sul corpo ma non me ne sono accorto.

È la versione a cui ha sostanzialmente creduto il Tribunale dei minori (26 aprile 1976), quando lo condannò «per omicidio volontario in concorso con ignoti». Dico «sostanzialmente», anche se la discrepanza tra le affermazioni di Pelosi e il giudizio del tribunale è enorme, perché Pelosi afferma di aver ucciso per difesa e da solo, il tribunale ritiene che abbia ucciso volontariamente e con altri. Ma non è questa discrepanza la causa della interminabile battaglia giuridico-letteraria che resta accesa sulla morte di Pasolini: per quella battaglia, questa discrepanza è irrilevante.

Quando esce il libro di Pelosi, intitolato «Io, angelo nero», l’attenzione si è concentrata naturalmente sulle pagine che descrivono l’incontro Pasolini-Pelosi, il viaggio verso Ostia, la mezz’ora di sesso, la lotta e la morte. Alla morte di Pasolini, un gruppo di amici, di cui facevano parte anche Alberto Moravia, Dario Bellezza, Enzo Siciliano, Laura Betti, Dacia Maraini, aveva avanzato il sospetto che l’assassinio fosse in realtà l’esecuzione di una condanna emessa dalla destra culturale-politica, e che con quella destra dovesse aver dei rapporti il gruppetto di ignoti con cui aveva agito il Pelosi. Niente ha mai portato un sia pur minimo contributo a questa tesi, che si può definire «del complotto fascista» (non del complotto soltanto, ma anche fascista), ma ancor oggi la tesi ha i suoi sostenitori. Moravia non vi aderì mai con sicurezza, e alcuni anni prima di morire aveva confidato a qualche amico di esser convinto che Pasolini fosse morto così come raccontava il suo assassino, in uno scontro a due. Dario Bellezza ha avuto la stessa parabola, e ha sempre rimproverato a Pasolini un eros immaturo. Nico Naldini, che di Pasolini è un cugino e ha diviso con lui la vita a partire dall’infanzia in Friuli, ripete, nei suoi libri autobiografici, che l’eros di Pasolini aveva una pericolosa quota di masochismo, sicché invece di non credere che sia morto in quel modo, bisognerebbe meravigliarsi che non sia morto prima. Sul libro di Pelosi la compagna di Moravia e amica di Pasolini, Dacia Maraini, firma una postfazione, in cui non ripete più la tesi del complotto fascista, e quando il libro esce rilascia una dichiarazione al «Corriere della Sera», in cui conclude: «Io credo a Pelosi. Quella notte, penso, c’erano solo loro due». Immediatamente Giovanni Raboni la rimprovera, dallo stesso giornale, di aver avuto un crollo nervoso: del resto, non si può restare fedeli a una tesi che in vent’anni non riceve la minima conferma dalle indagini, il crollo della Maraini fa parte della generale rassegnazione di un popolo che sospetta molto, ma non può dimostrare nulla, sulle stragi come quelle di Milano e Bologna. Toccata, la Maraini fa subito marcia indietro, e ripiega sulla tesi del dubbio. Vittorioso, Raboni la ammonisce a star più cauta un’altra volta, non rilasciando dichiarazioni oppure controllandole. La polemica, tutta interna al «Corriere», seguiva di pochi giorni un’altra, svoltasi tra «Stampa» e «Corriere»: sulla «Stampa» avevo scritto che dopo vent’anni niente era emerso a sostegno del «complotto fascista», che era stato ipotizzato da un gruppo di amici di Pasolini per l’inconscio desiderio di sostituire la sua morte per omosessualità con una morte per cause politiche; dal «Corriere» mi aveva ribattuto Antonio Tabucchi, più con passione che con documentazione, dal momento che la documentazione consiste in una trasmissione televisiva in cui l’assassino di Pasolini veniva messo in difficoltà da una intervistatrice. Ci credo: è un semianalfabeta. Visto il furore della polemica, Rai3 pensava di dedicarle una puntata della rubrica «Diritto di replica», ma tra tutti decideva di chiamare la Maraini: anche se non costituiva più un estremo della polemica.

Perché la Maraini abbia avuto dei dubbi, quando ha letto il diario di Pelosi, e perché Raboni non ne abbia affatto, si spiega anche col diverso atteggiamento che i due hanno tenuto verso il libro: la Maraini lo ha letto, Raboni ha dichiarato che non lo leggerà mai. Ora, cosa dice Pelosi, come racconta il delitto? Io penso che valga la pena di ascoltarlo, e che non si possa dire che mente senza averlo sentito.

Pino Pelosi racconta che davanti alla Stazione Termini Pasolini lo caricò sulla sua Alfa Romeo Giulia 2000 (attenzione: Pelosi è un ladro d’auto) e lo portò a Ostia. In auto avevano concordato la prestazione e il prezzo. A Ostia, Pasolini parcheggia in uno spiazzo deserto. Esegue una fellatio. Poi scendono dall’auto, Pasolini lo urta da dietro con un bastone. «Sul coccige, mi spiegava Moravia: per Moravia, la ribellione cominciò da lì». Anche qui, nel diario, questa è la svolta. È da qui che comincia lo scontro furioso. I processi hanno stabilito che le mosse di Pasolini furono sempre difensive. Pelosi ripete: «Lui voleva violentarmi con un palo». Moravia gli crede. La Maraini no: «Escludo, conoscendolo, che Pasolini lo abbia minacciato o abbia voluto penetrarlo con un bastone». Io credo, e non mi stancherò di ripeterlo, che la spiegazione sia un’altra: Pelosi era un ladro d’auto, non era lì soltanto per le 20 mila lire che avrebbe incassato per la sua prestazione, era lì soprattutto per l’Alfa Romeo 2000, un sogno per lui, cercava un pretesto per toglier di mezzo il proprietario e fuggire. Appena vede Pasolini con la cintura sfibbiata e i pantaloni calati, gli dà una botta in testa con un bastone, Pasolini per difendersi riallaccia la cintura, ma non perde tempo a chiudere la cerniera. La lotta prosegue, ma non si può nemmeno chiamarla lotta: alla fine Pasolini risulterà massacrato, Pelosi intatto. Nella lotta, c’è una pausa. Tutte le ricostruzioni la ammettono. Nella pausa, Pasolini si leva la camicia, per asciugare il sangue. È stata ritrovata così, grondante. Succede spesso, nei duelli, una pausa. Non succede mai, naturalmente, negli scontri con un gruppo. Nella seconda fase della lotta Pasolini sviene: quando lo vede a terra, Pelosi balza nell’auto e parte di corsa, sterzando a sinistra e poi a destra, passando con la Giulia, dodici quintali, sul corpo rantolante, e lo schiaccia. Dodici costole si spezzano, il cuore scoppia. È questa la prova che il delitto fu «volontario»: Pelosi sterza a sinistra perché il corpo di Pasolini è spostato quasi fuori della strada, e Pelosi vuole sfondarlo. Poi sterza a destra per rimettersi nella carreggiata. Quando i carabinieri lo fermano, mezz’ora dopo, sta commettendo due macroscopiche infrazioni: va contromano e fila a 180 all’ora. I sostenitori del «complotto fascista» dicono che dal luogo del delitto Pelosi va via cercando di non dar nell’occhio e di perder tempo, per permettere ai complici di scappare. La realtà è esattamente l’opposto.

Questo delitto è un delitto sessuale, non ha niente a che fare con il complotto fascista. Resterebbe un delitto per omosessualità, più di prima. La «morte per omosessualità» non è antipasoliniana, non è, nella biografia di Pasolini, una vergogna da cancellare: al contrario di quel che pensano gli amici romani, io «non sento il bisogno» di un delitto fascista. Pasolini viene, da vent’anni, sostituito con un delitto per antifascismo, perché «un martire». «Pasolini: un martire», ripeteva Laura Betti al processo. Negli anni di galera, l’espressione «un martire» tornava spesso in mente a Pelosi, sempre più scolorito. Anche adesso, a vent’anni di distanza, non riesce a capire perché giornalisti e intellettuali sostengano il delitto «fascista». Il delitto per omosessualità resterebbe, sia ben chiaro, anche se Pelosi avesse avuto qualche complice: è il fascismo che proprio non vien fuori. Mentre scrivo queste righe, un carabiniere afferma di aver scoperto da tempo che Pelosi aveva dei complici, tre: si erano messi d’accordo per rubare a Pasolini tutto quel che potevano, a partire dall’auto, dopo il rapporto sessuale. L’omicidio sarebbe stato un incidente, un previsto e involontario. I teorici del complotto fascista si buttano su quest’ipotesi, che spero venga esaminata subito in una riapertura del processo: ma che non ha niente a che fare con il complotto fascista. Resterebbe un delitto per omosessualità, più di prima.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Ferdinando Camon.

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