Le radici recise (ma non perdute)
A un occhio attento e curioso non può sfuggire la presenza, a Torino, di numerose «associazioni regionali». Feste patronali, spettacoli in dialetto e cene sociali sono solo alcune delle attività di questi circoli, nati nella maggior parte dei casi durante gli anni ’60, a cavallo delle forti spinte migratorie che interessarono la città. Ci stiamo riferendo in particolare a quella proveniente dal Veneto, a iniziare dai primi anni ’50, e a quella proveniente dall’Italia meridionale, con gli ultimi arrivi subito prima degli anni ’70.
Questo tipo di associazionismo era motivato dalla necessità di «fare quadrato» nei confronti di una realtà vissuta spesso come ostile e radicalmente diversa da ritmi, vita e luoghi d’origine dei membri: riunirsi serviva a ritrovare compaesani e dialetto, a scambiarsi aiuto e notizie, e a conservare tradizioni e cultura locale. A modificare questo processo molto poté il lavoro, che riunì sin da subito sotto le sue bandiere (soprattutto nel caso «principe», la Fiat) gente delle più svariate origini, spesso unite da necessità e rivendicazioni comuni. Il resto lo fece l’affacciarsi delle nuove generazioni (magari nate da immigrati di provenienza diversa o da immigrati congiunti a torinesi). Il tempo fece il resto.
Alcuni significativi dati aiutano a capire meglio la «composizione» delle presenze regionali in città. Nel 1983, su una popolazione di 1.046.820 di persone, 97.392 risultavano di origine pugliese, 76.780 di origine siciliana, 47.368 di origine friulana, 46.544 di origine calabrese. I campani erano 37.124, i lucani 21.846, i lombardi 19.824, gli emiliano-romagnoli e i sardi quasi 18.000. A Torino, sono oggi soprattutto attive associazioni di pugliesi, sardi, calabresi, veneti e istriani. Ma qual è il significato attuale di questa presenza?
«La nostra associazione ha lo scopo principale di riunire persone legate da una certa cultura d’origine» spiega Vincenzo Carella, presidente de «La Cicogna», circolo di pugliesi di Cerignola con alcune centinaia di iscritti. Ogni anno «La Cicogna» consegna un premio a un cerignolano illustre, organizza una festa di carnevale in costume e il cosiddetto Falò dell’Immacolata (con una pira di legno di oltre 5 metri d’altezza) e propone cene, mostre d’arte regionale e spettacoli di teatro in dialetto. «Allo stesso tempo, non crediamo che sia il caso di «ghettizzarsi» – continua il presidente – . Abbiamo così varato attività comuni con associazioni piemontesi, raccolto fondi da devolvere ai terremotati dell’Iran, e organizzato convegni sull’associazionismo».
Fiore all’occhiello dei cerignolani (si dice siano oggi più di 35.000 in Torino e Piemonte) è però la processione della Madonna di Ripalta. L’evento riunisce ogni anno più di 10.000 persone, e rispecchia le cerimonie tradizionali che si svolgono a Cerignola. L’icona della Madonna di Ripalta portata in trionfo è una copia perfetta di quella conservata in Puglia. La leggenda vuole che sia stata rinvenuta da alcuni briganti sulle rive dell’Ofanto (o meglio, sulla riva «alta») nel XIII secolo. Anche il gonfalone di Cerignola è originale, e riproduce una cicogna che stringe nel becco una serpe. Ancora la leggenda vuole che una cicogna abbia salvato Cerignola da un’invasione di rettili. Da qui il nome dell’associazione, sorta in Barriera di Milano, dove la concentrazione dei nativi di Cerignola è tanto alta da aver dato il nome a una piazza.
«Sono venuto a Torino nel 1963 dopo aver vinto un concorso alle Poste – spiega il cerignolano Pietro Feni – ma mi mancava la casa. Facevo telefonare da una collega. Il mio accento mi avrebbe fatto ricevere molti rifiuti. Alla fine trovammo un appartamento. Per ironia della sorte, l’amministratore era di Taranto, e sarebbe stato ben felice di ricevere la mia candidatura a inquilino». Oggi i tempi sono cambiati. Ogni tanto arriva ancora qualche cerignolano in cerca di lavoro, ma soprattutto con un diploma alle spalle che dovrebbe consentirgli di trovare a Torino occasioni migliori che al Sud. Tutti i membri dell’associazione, in ogni caso, tornano al paese appena possono. Un socio «anziano» commenta addirittura: «A Cerignola io esisto. Fuori non sono niente. E quando mi trovo qui, nei locali dell’associazione, dove tutti mi conoscono e mi riconoscono, mi sento come al mio paese». Per i giovani nati qui dai primi immigrati, però, il caso è diverso. Il presidente sottolinea comunque che «occorrono spazi per proporre loro programmi validi». E spiega che molti giovani di discendenza cerignolana, di ritorno dalle vacanze passate al paese, si esprimono nel linguaggio locale.
«I ragazzi capiscono il dialetto usato in casa dagli adulti, anche se non lo parlano – confermano Maria Manca e Ignazio Serra, membri del direttivo del circolo «I quattro mori» di Rivoli, attorno al quale ruotano circa 800 soci, per la maggior parte sardi – . Certo per noi le cose sono diverse. Quando ad esempio si incontra un’auto con la targa di un capoluogo sardo, si suona il clacson e ci si saluta, così come, entrando in un bar e udendo qualcuno parlare con l’accento del paese, ci viene spontaneo presentarci e scambiare due parole».
In Torino e cintura, si contano oggi circa 400 capifamiglia nati in Sardegna. Sono vari i circoli che li riuniscono, ma quello di Rivoli è davvero organizzatissimo. Spiccano all’interno del locale locandine che pubblicizzano la panetteria che prepara ogni giorno il pane sardo, l’impresa di traslochi che fa la spola tra Torino e la Sardegna, e i programmi-vacanze per recarsi nell’isola. «Ci andiamo appena possibile, e almeno una volta all’anno» dichiara un altro socio. Una coda alla segreteria del circolo lo conferma: si stanno assegnando i biglietti del traghetto per la Sardegna (quelli, cioè, che in tutte le agenzie di viaggio sono ormai esauriti da mesi). Non manca l’organizzazione di trasferte di tifoseria per seguire le partite del Cagliari, e abbondano i giornali sardi. Al sabato, invece, è la volta di serate con orchestra dal vivo. Su tutto, poi, troneggia la «Festa dell’immigrato sardo»: dura tre giorni, tra mangiate sopraffine, accompagnate da spettacoli di gruppi folkloristici come quello di Osilo.
Anche a «I quattro mori», però, nessuno si vuole rinchiudere nel guscio: fra le tante attività del circolo presieduto dall’instancabile Mario Tola, spiccano così le raccolte di fondi per i talassemici, l’organizzazione della corsa podistica Strarivoli e la raccolta di sovvenzioni indetta qualche tempo fa per l’acquisto di alcuni cani per ciechi.
Un altro gruppo consistente in città è quello dei veneti. Amano soprattutto la dimensione familiare, ma ne troverete un consistente numero – circa 200 soci – presso l’associazione «Polesani nel mondo» (con altre sedi sparse per l’appunto non solo in Italia, ma nel resto del globo). Gran parte dei polesani che oggi vivono a Torino arrivarono nel 1951, dopo l’alluvione del Polesine. Altri arrivarono negli anni successivi, in cerca di lavoro. L’associazione cura mostre fotografiche e di pittura, e organizza cene, feste e incontri di poesia dialettale.
Vi è poi a Torino un altro gruppo di rilievo, composto da «quanti non sono immigrati, ma esuli» come spiega Antonio Vatta, presidente del circolo «Venezia Giulia-Dalmazia» che riunisce istriani, fiumani e dalmati. In Torino e dintorni sono oggi circa 380 le famiglie di origini istriane e dalmate. Molte risiedono nel complesso residenziale di via Parenzo, costruito alla fine degli anni ’50 al posto del campo profughi che ospitava gli esuli. «Eravamo sparsi in 109 campi profughi in tutta Italia, dove ci sentivamo stranieri tanto quanto in patria. Scegliemmo infatti di andarcene dopo il trattato di pace del ’47, con cui l’Italia rinunciava alla propria sovranità su gran parte dell’Istria, su Fiume e sulla Dalmazia. Quando giungemmo in Italia, ci sentivamo tacciare spesso di «fascisti» e venivamo accusati di voler rubare il lavoro agli altri». Lo shock e le sofferenze di queste famiglie furono quindi ancor più grandi. Non erano venuti qua per cercare lavoro. Abbandonavano anzi quasi sempre un’attività, una casa, un campo, delle bestie. E anche oggi la nostalgia della terra natia è forte, come testimoniano le parole accorate dei soci, e la presenza nel circolo di fasci di giornali e periodici destinati agli esuli delle singole località.
Il condominio di via Parenzo è feudo istriano, ed è detto «il villaggio»: aggirandosi nei viali curati dalla gente, si sente parlare un veneto arcano e spumeggiante. Dal nulla si materializzano fritole (frittelle) e grappa istriana. E appare anche una giovanile nonna di 95 anni, che racconta il suo passato di «tabacchina» (ossia confezionatrice di sigari) e di maestra. «I giovani sono importanti, ma dobbiamo anche badare ai nostri vecchi» spiega la figlia dell’anziana signora. Ora molti sperano di poter acquistare una seconda casa in Istria, dove si recano pressoché ogni anno in vacanza: «C’era un periodo – racconta un altro socio – in cui a Fasana, di fronte all’isola Brioni, si venivano a creare d’estate, in una zona di campeggio libero, due gruppi ben distinti di torinesi-istriani in vacanza: li avevamo chiamati Lingotto e Mirafiori». Oggi, comunque, anche il salumiere piemontese che ha bottega dietro via Pollenzo parla in veneto: un fenomeno singolo quanto singolare di integrazione rovesciata.
A Torino vi è poi un personaggio davvero unico: è il professor Onorato Passarelli, giunto in città dalla lontana Calabria nel 1962 per far curare la moglie. Appena arrivato, Passarelli iniziò subito a riunire immigrati di varie origini: cerca i giovani disadattati e infelici nei bar, trova loro un lavoro, li fa divertire con lo sport e ritrovare con feste e cene. Anche oggi, le iniziative studiate dal professore per il suo «Centro Immigrati» – che riunisce calabresi, abruzzesi, siciliani, veneti e tutte le persone di buona volontà –, sono tante e valide: oltre alle attività ludiche (tra cui l’elezione di una «Reginetta degli Immigrati»), Passarelli ha organizzato gruppi di formazione professionale e di sostegno ad aspiranti patentati, corsi di lingua per analfabeti e stranieri e consulenze per la partecipazione a concorsi per assunzioni pubbliche. Il professore di Palmi ha infatti un punto di riferimento chiaro: «Chi ha lavoro, si ambienta sempre. E chi è onesto e ha voglia di fare, trova sempre un lavoro». Nell’ufficio di Passarelli squilla il telefono. C’è chi gli chiede un cameriere scrupoloso, chi una donna delle pulizie referenziata. Lui sa, conosce e provvede. Persino due giovani marocchine si presentano da lui per chiedere una mano. «Oggi ci occupiamo anche di extracomunitari, che hanno problemi simili a quelli incontrati dai meridionali trent’anni fa». Tra tanti premi e onorificenze per gli sforzi di una vita, il presidente calabrese ne ricorda uno, spontaneo, genuino, fattogli da alcuni tra i tanti che hanno ricevuto il suo aiuto, e che hanno voluto dare il suo nome a una pizza venduta nel loro locale.
Superata la grande crisi dell’integrazione, le associazioni regionali non sembrano proprio aver perso smalto, e continuano a essere depositarie di cultura e vettori di numerose iniziative. Certo il più delle volte sono animate da membri «anziani» delle rispettive comunità. In diversi di questi circoli, però, abbiamo visto giovani sorridenti, assai soddisfatti di potersi muovere all’interno di questi spazi. Che per loro questo significhi possibilità di ritrovarsi coi familiari, di inseguire tracce vitali delle loro origini, di stabilire contatti, o anche solo di far festa e divertirsi, poco importa. Siamo convinti che continueremo a trovarli là quando saranno diventati «grandi».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1997, a firma di Andrea Giordano.