Le strip della signora in nero
La morte è la protagonista di un fumetto originale come Dylan Dog che è diventato un «cult» per gli adolescenti ma la sua rappresentazione è senza fantasia, quasi sfacciatamente banale.
Dylan Dog, il personaggio a fumetti di Tiziano Sclavi, è anche questo: una lunga filastrocca con la Morte come protagonista assoluta. Una cantilena per bambini che celebra la Morte con la M maiuscola, personificata e parlante, che spesso entra in gioco direttamente, sfidando il protagonista in una serie di testa a testa dai quali non di rado esce sconfitta e umiliata.
Dylan Dog è un fumetto da culto per gli adolescenti di oggi, a volte avventuroso, ma più spesso onirico e basato più sulle sensazioni che sugli avvenimenti. È un serial fatto di storie che spesso sono difficili da raccontare, «visionarie» come certi film di Dario Argento. Un fumetto originale sotto molti aspetti, a partire dal protagonista, lontano dai canoni da macho tipici del fumetto d’avventura italiano, ma tradizionalissimo nella rappresentazione della Morte: una donna in nero, con la falce in mano e un teschio spesso fluorescente al posto del viso. Una Morte senza fantasia, vista e rivista in centinaia di raffigurazioni «popolari», sfacciatamente banale: una sorpresa, in un personaggio che non si è risparmiato nel trasfigurare altri elementi della tradizione iconografica: nel mondo di Dylan Dog, ad esempio, l’inferno non è costruito sulle fiamme, né popolato da demoni con le corna e la coda. Nella sua apparente normalità, l’inferno di Dylan Dog è agghiacciante: un pianeta «parallelo» al nostro, dove i dannati sono costretti a rivivere situazioni come la burocrazia, il lavoro, la famiglia.
Neanche Tiziano Sclavi, che di Dylan Dog è il padre creativo, ha avuto il coraggio di regalarci una Morte con un’esteriorità nuova. Altri autori hanno cercato l’originalità a tutti i costi, descrivendo la Morte come una donna giovane e bella che regala alle vittime un’ultima notte di sesso, cercando disperatamente di sfuggire alla corte degli unici uomini di cui si innamora, ai quali vorrebbe regalare la vita. Sclavi e i suoi epigoni ai testi di Dylan Dog insistono sulla strada del paradosso: una Morte dall’aspetto medievale si inserisce nella Londra contemporanea per mettersi in gioco e scatenare il dramma che consente al protagonista di guadagnarsi lo stipendio da «indagatore dell’incubo».
In «Partita con la morte», di Claudio Chiaverotti e Corrado Roi, una scacchiera diventa il campo di battaglia dove un uomo cerca di prolungare la sua esistenza. La sfida diventa la causa diretta di una catena di morti inspiegabili: ad ogni pezzo perduto, l’Uomo che sfida la Morte deve consegnare alla rivale la vita di un conoscente. Nei «Giorni dell’incubo», di Gianfranco Manfredi e Luigi Siniscalchi, il protagonista è condannato a «vedere le cose dal punto di vista della Morte», e si aggira angosciato in una città che gli appare popolata di scheletri. In «Oltre la morte» di Mauro Marcheselli e Marco Soldi, la Signora del tempo posa per un attimo la falce e si lascia commuovere dall’Amore. L’unica donna di cui Dylan Dog, infaticabile dongiovanni, si sia davvero innamorato è colpita dall’Aids. La Morte, commossa, offre a Dylan uno scambio: la vita della ragazza in cambio di un’altra vita, la salvezza in cambio di un omicidio a sangue freddo.
Sono intrecci che superano il confine dell’assurdo, capaci di reggere soltanto all’interno di una struttura che ha rinnovato la tradizione del fumetto, attingendo e trasfigurando gli elementi tipici degli strumenti di narrazione più nobili: dalla letteratura al cinema. Dylan Dog è un fumetto «colto»: un personaggio tanto sottile da potersi permettere di dialogare con la Morte non poteva nascere che in un’epoca che ha rivalutato la potenzialità narrativa del fumetto. In passato, quando le storie erano più dichiaratamente «popolari», la Morte con la M maiuscola si teneva lontana dalle pagine dei «giornalini», con l’eccezione di qualche trascurabile episodio delle collane sexy-horror, passato senza lasciar traccia attraverso l’ancor giovane storia della narrativa.
Trent’anni fa, quando il fumetto viveva il suo boom, le apparizioni della Morte erano quasi sempre simboliche e didascaliche: qualche artista a corto di idee la disegnava sullo sfondo dei campi di battaglia, non importa se del lontano West o della seconda guerra mondiale. Anche qui, l’aspetto della signora in nero era quello di sempre: il teschio, il mantello, la falce grande implacabile: una Morte insignificante e priva di personalità occupa l’intera produzione del fumetto italiano degli Anni Sessanta: con poche eccezioni, legate in gran parte alle opere «nere» di Luciano Secchi, l’autore forse più prolifico di quegli anni: nelle avventure di Kriminal prima e di Satanik poi, Secchi «respira» la morte quasi in ogni tavola. Un’atmosfera che i disegni in bianco e nero del giovane Magnus, futuro maestro del fumetto italiano, rendono sulla carta in maniera straordinaria.
Se Diabolik, l’altro eroe «nero» lanciato in quegli anni, trova la sua forza nella verosimiglianza e nella credibilità delle storie, Kriminal e Satanik attingono a piene mani dal mondo dell’occulto e dell’horror. E la Morte, da puro accidente fisico che sfiora i protagonisti e si abbatte sui comprimari, diventa una presenza fisica. Una realtà che si incarna nel costume del primo (non la classica tuta nera, ma una calzamaglia chiara con uno scheletro in rilievo) e nei teschi ghignanti che compaiono spesso alle spalle della seconda, una spietata assassina che usa tutte le sue armi — sesso compreso — per raggiungere la ricchezza e il successo.
Kriminal è soltanto un uomo che vive al di fuori della legge, ma il suo aspetto è sovrannaturale. Agli occhi dei lettori, Kriminal è la Morte, e nel caso gli autori ne accentuano la drammaticità del costume con gli sfondi neri dei disegni. Il primo Kriminal è la morte anche per le sue vittime, che spesso cadono fulminate dal terrore al suo solo apparire. In seguito la serie, anche per sfuggire alla persecuzione di una giustizia tanto miope quanto pesante, cambiò lievemente rotta, indirizzandosi verso il grottesco e la satira di costume. Così il personaggio perse la sua valenza simbolica, regredendo al rango di criminale comune.
In Satanik, al contrario, la Morte che di tanto in tanto fa capolino nel testo è quella vera. Gli autori sono gli stessi e i due personaggi sono pressoché contemporanei, ma la loro diversità è palese: Anthony Logan, l’alter ego di Kriminal, diventa un fuorilegge per vendicare il padre assassinato. Marny Bannister, prima di diventare Satanik, era una scienziata dal volto deturpato e dal corpo deforme. Laureata in chimica, lavora in segreto a un fantomatico siero della bellezza. Bevuta la pozione in un momento di disperazione, Marny si trasforma in una donna più che avvenente, e ne approfitta per vendicarsi del mondo e della vita: passerà da un uomo all’altro, lasciando alle sue spalle una scia di cadaveri e di patrimoni distrutti. Una scienziata che si comporta da strega: la contraddizione di Satanik è tutta nel movente che la porta ai margini della legge. E l’aspetto paranormale della vicenda sarà rappresentato anche graficamente, con la Morte, questa volta senza falce, che compare sullo sfondo delle vignette nei momenti di maggiore crudeltà.
Tradizionale nell’aspetto, originale fino all’estremo nelle storie. I due volti «italiani» della Morte a fumetti permangono anche nei comics d’America. Perfino nel gigantesco «universo» della Marvel, l’editrice dove sono nati e cresciuti eroi rivoluzionari come Hulk e l’Uomo Ragno, la Morte personificata non si discosta dai canoni abituali. Almeno sul piano visivo, perché il contesto è quanto di più originale si possa immaginare: Death, questo il nome originale del personaggio, è uno scheletro vestito con un saio viola, anche se vive nello spazio e combatte una guerra siderale contro Dracula e i suoi vampiri al fianco di uno stuolo di demoni e di un incredibile personaggio chiamato Galactus, il «divoratore di pianeti». Pur in questo contesto che esaspera i concetti più estremi di fantasy e fantascienza, la Morte rimane sempre uguale a se stessa: unica realtà immutabile persino nel mondo anarchico e senza limiti del fumetto. Non è un caso, allora, se in una delle sue avventure meno verosimili, alle perplessità di un poliziotto che non crede ai suoi racconti, Dylan Dog risponde: «Nella vita, l’unica cosa veramente assurda è la Morte. Sia che si presenti con il mantello nero e la falce, sia sotto forma di uno scheletro animato…».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Guido Tiberga.