L’esperienza della morte nella filosofia e nell’arte
Tanatologia

L’esperienza della morte nella filosofia e nell’arte

1 Gennaio 1997 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

Occuparsi della fine della vita significa soffermarsi sulle immagini che l’accompagnano.

Con il volume «La terra e il fuoco», il Centro studi Ariodante Fabretti si è proposto un’indagine multidisciplinare sul tema della trasformazione del corpo che avviene con la morte e sui riti funebri che la ritualizzano. Occuparsi della fine della vita del corpo significa soffermarsi sulle immagini che l’accompagnano e che ne sono suscitate: esse, oltre a definire l’«esperienza» del corpo morto, richiamano in modo coessenziale le concezioni della vita, della materialità e dell’immaterialità, dell’anima e dell’immortalità, che definiscono i linguaggi e i valori simbolici che si veicolano all’interno di una comunità sociale. Vero è che l’evento morte non ha più le caratteristiche di un avvenimento condiviso dalla comunità, ma sempre più il rito funebre è destinato agli stretti congiunti e al piccolo gruppo degli amici. Lo sviluppo delle metropoli, in controtendenza, deve farsi carico socialmente e istituzionalmente del problema dello spazio da dedicare alle spoglie, ma non può ridurlo a mera questione di architettura urbana, senza affrontarne la rilevanza e la densità simbolica.

In questo quadro interdisciplinarmente complesso, si inserisce l’indagine conoscitiva e il dibattito storico e attuale sulla cremazione, di cui l’Associazione Luigi Pagliani intende promuovere una divulgazione culturale attraverso cicli di conferenze esplicitamente dedicate al plesso concettuale vita-morte-trasformazione del corpo-cremazione. Il primo ciclo di conferenze copre un arco cronologico che va dalla seconda metà del ‘700 all’età contemporanea e interroga il problema della morte e del rito funebre principalmente da due punti di vista: filosofico e artistico. Non a caso si è scelto di privilegiare l’arte: essa è infatti la forma di comunicazione emozionalmente più pregnante, storicamente più stratificata e concettualmente «sincretistica», la più adatta per avvicinare un pubblico vasto a un tema «ruvido», ma di interesse generale.

Nel primo incontro dedicato a «La molecola immortale. Morte e trasformazione nella seconda metà del ‘700 francese», Marina Sozzi presenterà il dibattito che si svolge in Francia all’interno della corrente filosofica del materialismo. Tale dibattito costituisce la premessa concettuale alla nascita del paradigma cremazionista moderno durante la Rivoluzione francese. Il nucleo teorico della discussione, significativamente influenzata dalle nuove scoperte scientifiche nel campo della chimica e della biologia, ruota attorno al tema della «materia pensante», ultimo gradino di un’evoluzione di aggregazione delle molecole, che spiega il passaggio dal mondo inorganico a quello organico e infine a quello razionale, eliminando la funzione, e di conseguenza l’esistenza, dell’anima. Il problema dell’immortalità si trasferisce dal piano individuale a quello generale della trasformazione dei corpi operata dall’incessante disfarsi di ogni realtà singola attraverso la morte e dal suo rinascere come nuova riaggregazione di molecole. È dunque la molecola a essere immortale, e questa coscienza placa nell’uomo l’angoscia dell’horror vacui, anche se non può soddisfare il bisogno di sopravvivenza individuale, che viene individuato dai materialisti, in particolare da Diderot, nella fama e nella considerazione che i posteri avranno degli uomini che hanno «fatto il bene» della famiglia e della comunità. L’immortalità si lega dunque da un lato alla trasformazione-dissoluzione del corpo operata dalla morte, dall’altro all’etica dell’individuo socialmente attivo.

La seconda e la terza conferenza sono entrambe dedicate alla trattazione della morte nella letteratura. Lionello Sozzi parlerà di una delle morti più celebri della letteratura francese, quella dell’eroina di Flaubert. Il titolo dell’incontro, «Un epilogo simbolico: la morte di Emma Bovary», denuncia il punto di vista da cui viene guardata questa morte e questa morta: i valori simbolici, appunto, veicolati in pochissime pagine nella scena del suicidio, apparentemente naturalistica nella datità della descrizione fisica e psicologica della protagonista e dei comprimari. Vi compaiono tutte le parentele e tutte le istituzioni: il marito, la figlia, la servitù, i medici, il sacerdote, il cieco. Nel suo morire Emma riassume il vissuto e il simbolico del suo esistere e fa interagire gli altri e se stessa su questi due piani. Un esempio per tutti: già avvelenata, Emma chiede uno specchio, vi si guarda e piange, piange sul suo «doppio» corporeo già segnato dalla dissoluzione, e piange insieme sulla dissoluzione interiore che nello specchio le si rappresenta.

Nella terza conferenza, Marinus Schouten affronterà il tema della cremazione nel narrato all’interno di un discorso dedicato a «Narrativa di morte come lezione di vita». Il primo argomento trattato riguarda la funzione della letteratura come specchio della società e conseguentemente il tema della «veridicità» nel rapporto tra descrizione naturalistica e racconto fantastico. Gli autori che fanno da supporto all’argomentazione sono De Roberto e Pirandello, per il quale, sulla base dell’analisi dei testi, si ipotizza una scelta cremazionista. Il secondo argomento riguarda la letteratura come espressione di un’ideologia, messa a confronto con la teologia e con la pratica storico-politica di un gruppo ideologicamente connotato in modo forte, nel nostro caso la Massoneria.

Il quarto incontro concerne «Architettura e arte funeraria della cremazione». Maria Canella cercherà di seguire l’evoluzione figurativa e tematica dell’architettura e dell’arte della cremazione, dal primo formarsi in Italia nell’ultimo ventennio dell’800, al pieno sviluppo in Europa lungo tutto il ‘900. Le tipologie funerarie legate alla cremazione verranno esaminate nel contesto che le ha determinate, attraverso l’analisi di tre aspetti fondamentali: l’eredità greca e romana a cui l’iconografia della cremazione si è richiamata scavalcando la tradizione cristiana medioevale e moderna; l’architettura dei cimiteri sorti alla fine del ‘700, nei cui recinti sono stati ospitati i templi crematori e i cinerari; l’articolato dibattito filosofico e scientifico che ha preceduto e accompagnato il sorgere e l’affermarsi del concetto e della realtà della cremazione.

L’ultimo incontro è dedicato alla forma d’arte del nostro secolo: il cinema. In un video-saggio, nato da un’idea di Giovanni De Luna e curato da Gian Piero Brunetta e Mirco Melanco, intitolato «La morte e il rito funebre visti nel cinema», vengono presentati trenta spezzoni di film, le cui scene riguardano sia la morte sia il rito funebre. Ancora una volta all’arte è affidato sia il rispecchiamento, sia l’interpretazione della realtà attraverso la sua rappresentazione. Si va dal Giardino dei Finzi Contini, a Jules e Jim, a Stanno tutti bene, a La morte ti fa bella, a Morte di un matematico napoletano, sino a La chiave e a E la nave va. Le scene dei film riproducono l’evento morte visto da prospettive differenti: si concentrano sul morente (e dunque sulla morte come fatto individuale) o sui parenti, gli amici, i nemici, i conoscenti, cioè su chi rimane e su come rimane, o ancora sull’aldilà e sulla possibilità di interazione dei morti con i vivi. Il rito funebre a sua volta viene visto da angolature diverse, nei suoi aspetti psicologici di manifestazione-controllo del dolore, nelle sue valenze sociali di sanzione del distacco dalla comunità e di ricomposizione di una nuova costellazione di vita sociale, ma anche nei suoi aspetti comici, grotteschi, a volte caricaturali, dove emerge la non detta verità che la morte non solo è naturalmente necessaria, ma spesso significa liberazione, soluzione di situazioni incresciose, deus ex machina insperato per i vivi.

Ma c’è qualcos’altro che il cinema ci propone come «perturbante» proprio in quanto forma di comunicazione in grado di rappresentare il corpo in movimento, riprodurre la voce, registrare i gesti di un uomo — potenzialmente di ogni singolo uomo — e di mantenerli, trattenerli, riesporli nel tempo futuro. La tecnologia della comunicazione è già in grado di offrire un complemento al cimitero o all’urna cineraria come luoghi privilegiati della memoria dei defunti: le videoteche multimediali non soltanto possono contenere il videotestamento, ma ogni immagine e ogni suono che sia stato registrato in vita di una persona. L’immagine futura, tridimensionale, capace di suscitare sensazioni, è l’immortalità virtuale che riannoda corpo e anima. Come l’arte, anche il cadavere, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, rischia di perdere la sua «aura» di sacralità.

Le conferenze dell’Associazione «Luigi Pagliani» sono naturalmente aperte a Soci, simpatizzanti, amici e a tutti i cittadini.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1997, a firma di Ariella Beddini.

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