Lettere dal mondo della cremazione
Cari amici, da tempo nelle nostre case la televisione scaraventa immagini di morte. Per mesi e mesi dall’Iraq è sgorgata una valanga di corpi torturati, decapitati, trucidati… Eppure si era parlato tanto di «guerra umanitaria», operazioni di «peace keeping», e soprattutto di una sorta di «opzione zero morti», intendendo con questa espressione la possibilità di una guerra fondata sull’estrema sofisticazione dei mezzi (armi spaziali, velivoli o navi invisibili, velivoli non pilotati, ecc.), per non impiegare gli uomini e per ridurre al minimo il rischio personale dei militari. E invece in Iraq si moriva e si muore per le strade e nei modi più orribili. Ma cosa è successo? (lettera firmata)
Francamente credo che proprio l’ossessivo moltiplicarsi dei conflitti che hanno accompagnato l’alba di questo nuovo millennio abbia reso necessaria «la finzione della negazione della guerra»; troppi orrori, troppi e tutti insieme, hanno reso necessaria una finzione lessicale che consenta di assorbire la loro realtà senza traumi e lacerazioni, proteggendo gli uomini dalla cruda evidenza degli scempi provocati da altri uomini, consentendo il protrarsi dell’illusione che questo sia il migliore dei mondi possibili. Il nocciolo della finzione è quello di rendere possibile ogni guerra chiamandola con nomi diversi, con vere e proprie bizzarrie terminologiche.
Ma oggi sono i corpi dei morti a battersi contro la finzione e l’elusione della guerra. Nel corso della Guerra del Golfo, nel 1991, i servizi d’informazione controllati dagli eserciti occidentali alimentavano le agenzie di stampa con immagini da cui era stato eliminato qualsiasi riferimento alla morte dei propri soldati e di quelli nemici. L’elusione non ha funzionato e dalla seconda guerra irachena, quella del 2003, sono arrivate le immagini a cui Lei fa riferimento: i figli di Saddam, prima uccisi e sfigurati, poi imbellettati ed esposti; i quattro vigilantes americani bruciati, smembrati, legati ai parafanghi delle auto, trascinati nelle strade di Falluja; gli ostaggi decapitati davanti alle telecamere; i prigionieri torturati nel carcere di Abu Ghraib. Così, proprio attraverso le immagini, l’indissolubilità del nesso tra la morte e la guerra è stata clamorosamente ribadita e la morte è ridiventata, prepotentemente, di nuovo indispensabile per capire la guerra. (G.D.L.)
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2004, a firma di G.D.L. (Giovanni De Luna).