Lettere dal mondo della cremazione
Vita Associativa

Lettere dal mondo della cremazione

1 Settembre 2004
2 min di lettura

Cari amici, da tempo nelle nostre case la televisione scaraventa immagini di morte. Per mesi e mesi dall’Iraq è sgorgata una valanga di corpi torturati, decapitati, trucidati… Eppure si era parlato tanto di «guerra umanitaria», operazioni di «peace keeping», e soprattutto di una sorta di «opzione zero morti», intendendo con questa espressione la possibilità di una guerra fondata sull’estrema sofisticazione dei mezzi (armi spaziali, velivoli o navi invisibili, velivoli non pilotati, ecc.), per non impiegare gli uomini e per ridurre al minimo il rischio personale dei militari. E invece in Iraq si moriva e si muore per le strade e nei modi più orribili. Ma cosa è successo? (lettera firmata)

Francamente credo che proprio l’ossessivo moltiplicarsi dei conflitti che hanno accompagnato l’alba di questo nuovo millennio abbia reso necessaria «la finzione della negazione della guerra»; troppi orrori, troppi e tutti insieme, hanno reso necessaria una finzione lessicale che consenta di assorbire la loro realtà senza traumi e lacerazioni, proteggendo gli uomini dalla cruda evidenza degli scempi provocati da altri uomini, consentendo il protrarsi dell’illusione che questo sia il migliore dei mondi possibili. Il nocciolo della finzione è quello di rendere possibile ogni guerra chiamandola con nomi diversi, con vere e proprie bizzarrie terminologiche.

Ma oggi sono i corpi dei morti a battersi contro la finzione e l’elusione della guerra. Nel corso della Guerra del Golfo, nel 1991, i servizi d’informazione controllati dagli eserciti occidentali alimentavano le agenzie di stampa con immagini da cui era stato eliminato qualsiasi riferimento alla morte dei propri soldati e di quelli nemici. L’elusione non ha funzionato e dalla seconda guerra irachena, quella del 2003, sono arrivate le immagini a cui Lei fa riferimento: i figli di Saddam, prima uccisi e sfigurati, poi imbellettati ed esposti; i quattro vigilantes americani bruciati, smembrati, legati ai parafanghi delle auto, trascinati nelle strade di Falluja; gli ostaggi decapitati davanti alle telecamere; i prigionieri torturati nel carcere di Abu Ghraib. Così, proprio attraverso le immagini, l’indissolubilità del nesso tra la morte e la guerra è stata clamorosamente ribadita e la morte è ridiventata, prepotentemente, di nuovo indispensabile per capire la guerra. (G.D.L.)

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2004, a firma di G.D.L. (Giovanni De Luna).

Condividi questo articolo

Ancora da Vita Associativa

Società

Racconti dall’Aldilà

Il programma completo di un ciclo di otto incontri, alla sua prima edizione, che si propone di indagare, nell'assoluta concretezza, come l'umanità si sia affacciata al più esistenziale ignoto e all'insondabilità della…

Vita Associativa

Il rito che manca

Nel 2024 i crematori italiani hanno trattato 253.355 cadaveri, ai quali si aggiungono oltre 45.000 resti mortali. Gli impianti censiti erano 91 e l’incidenza della cremazione ha raggiunto circa il 39 per cento dei…

Vita Associativa

Notiziario Fondazione Ariodante Fabretti

Le attività editoriali e di ricerca della Fondazione Fabretti: il nuovo numero di «Studi Tanatologici» (III, 2007) e il progetto «Luoghi e culto dei defunti in Piemonte» nell'ambito del Progetto Alfieri.

Lettere dai Confini

Articoli, letture, documenti d'archivio e appuntamenti per attraversare il presente da un'altra prospettiva.

Iscriviti alle Lettere →