Lettere dal mondo della cremazione
Un gruppo di cremazionisti torinesi scrive alla rivista chiedendo consiglio: dopo quanto è successo al Cimitero Monumentale della città nella primavera del 2004, molti amici e conoscenti hanno avvertito il desiderio di non sentire più parlare di cimiteri, di tombe, di esumazioni, di lapidi, di resti umani e di doppi funerali; il desiderio di non lasciare più traccia di sé e di essere dispersi.
La risposta della redazione invita alla riflessione. L’atteggiamento di tenere con i propri concittadini desiderosi di «non lasciare più traccia di sé» non può essere altro che quello di insistere, dicendo loro che la cremazione non è un rito nato per dimenticare, bensì uno dei riti più antichi per ricordare i defunti, ancorché con modalità diverse, dotate di un contenuto simbolico particolare.
Ricordare è far vivere; far sopravvivere. Tutte le civiltà che ci hanno preceduto sono finite quando hanno perso la memoria di sé. Cedere al desiderio di non lasciare più traccia di sé, neanche simbolica, e di venire dispersi, è una ripicca del momento. Un desiderio egoista, per altro, presenta un coefficiente di amor proprio più alto del desiderio di lasciare viva qualche memoria. R.C.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2005, a firma di R.C..