Lettere dal mondo della cremazione
Un lettore racconta dei tentativi, nella sua città di Zurigo, di rendere «più vivibili» alcuni cimiteri, trasformando gli ampi spazi ancora privi di tombe in parchi e giardini con viali e panchine, per permettere ai passanti di sostare, riposarsi, leggere. Due cimiteri — il Sihlfeld e il Manegg — sono già stati aperti a funzioni che non sono più soltanto quelle tradizionali. Non tutte le immagini sono però idilliache: il Manegg era in un primo tempo frequentato da tossicodipendenti, e ora i controlli si sono intensificati. Il lettore si dichiara contrario alla liberalizzazione, preferendo l’assetto tradizionale ancorato alla separazione fra i vivi e i morti.
La suggestione di quel seno che allatta tra le tombe è fortissima: rinvia a un senso di pace che sembra sconfiggere l’idea della morte vissuta come angoscia. L’esperimento zurighese sembra voler rompere ogni separatezza fra i luoghi dei vivi e quelli dei morti, assimilando il cimitero ai boulevards, alle passeggiate, ai grandi luoghi pubblici che hanno ridisegnato il volto della città moderna. Sembra così possibile sconfiggere il tabù della morte.
Tutto bene, dunque. Fino a un certo punto, però. È vero che le cancellate e le mura «separano», ma è anche vero che «proteggono». Siamo proprio sicuri che il tempo dei vivi possa diventare facilmente il tempo dei morti? Eliminare il «tragico» dalla nostra vita comporta prezzi altissimi. La dimensione del dolore è quella che attribuisce profondità e spessore ai nostri sentimenti. Il cimitero è il luogo del dolore; quando ne varchi la soglia sai che vai lì per elaborare una perdita, per rinnovare un dolore che alimenta un ricordo.
Anche «Confini» è incerto sulle due soluzioni: entrambe hanno aspetti positivi. Eppure, dovendo scegliere, francamente preferirei continuare a piangere nel silenzio. E lascerei le grida gioiose dei bimbi ad altri scenari.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2002, a firma di Redazione (G.D.L.).