Lettere
Gentile Direttore, ho qui davanti l’ultimo numero della vostra rivista «Confini» e ho appena finito di leggerla, mi è piaciuta molto, vorrei fare a tutti i responsabili i miei complimenti. Vorrei dire anche altre cose, però io sono anziana e temo di non sapermi spiegare. Comunque ci provo. Nella mia lunga vita non ho mai trovato nessuno che parli volentieri della morte. Tutti sappiamo che deve arrivare, tutti la abbiamo vista da vicino con la perdita dei nostri cari, eppure evitiamo sempre di parlarne. Quando l’anno scorso mi fu recapitato il vostro primo numero e mi hanno detto parla della morte, non volevo leggerla e ho pensato che cosa si può dire della morte? È brutta e basta. Poi mi sono ricreduta, avete scritto tante cose che mi hanno fatto riflettere. Ora ci tengo a precisare che sono cristiana credente, credo che la mia anima avrà la vita eterna, spero nella misericordia di Dio che mi concederà, a suo tempo, un piccolo posto in paradiso, ma la morte del mio corpo come avverrà? Io sono cardiopatica, ogni tanto mi vengono delle crisi, in quei momenti sono terrorizzata, e se tutti mi credono morta e invece sono ancora viva? Questo pensiero mi spaventa e a questo punto dico, non ha tutti i torti chi pensa di farsi cremare. Ai miei tempi e nel mio ambiente la cremazione era vista come una cosa quasi sacrilega, però riflettendo anche il sacerdote al primo giorno di Quaresima con le sacre ceneri ci segna la fronte e dice: «Ricordati che sei cenere e cenere ritornerai».
Rina Zanello, Casale Monferrato
Caro direttore, ho letto della macchina della dolce morte che è entrata in funzione in Australia: il malato terminale si siede, risponde alla domanda del computer, se preme il tasto «sì» un braccio meccanico (guidato direttamente dall’intelligenza artificiale, e solo indirettamente dalla volontà umana) gli inietta il liquido mortale. E ho trovato, in una notizia di cronaca, molti degli spunti di riflessione suggeriti dal grande e complesso tema dell’eutanasia. I medici australiani hanno apparentemente trovato la quadratura del cerchio. Nessuno di loro è chiamato a intervenire per dare la morte. Non si tratta neppure di suicidio assistito, come quelli di cui è stato accusato negli Stati Uniti (per poi essere sempre prosciolto) il professor Kevorkian, più noto come il Dottor Morte. Si tratta di suicidio assistito solo da una macchina, o, forse, di suicidio tout court. Ora, io mi chiedo: perché giungere all’ipocrisia di inventare una macchina tanto complessa per aggirare la legge? Perché la via alla dolce morte dev’essere comunque affidata a espedienti, come quello escogitato dagli olandesi, che giudicano «colpevole» ma «non punibile» il medico che fa morire un malato terminale su sua richiesta? Non sarebbe più opportuno, e più coraggioso, affrontare la questione dell’eutanasia con un grande dibattito pubblico, che coinvolga, certo, sociologi, religiosi, intellettuali, ma in cui l’ultima parola spetti a coloro che alla fine si ritrovano soli davanti alla scelta, il malato e il medico (e l’infermiere)?
Fabio Chiavolini, Milano
Egregio Direttore, innanzitutto complimenti per la rivista, che ho imparato ad apprezzare fin dal suo esordio per la ricchezza di sfumature con cui tratta il tema della morte e per il prestigio delle firme. Oltre che per la grafica decisamente originale, dominata da un arcobaleno di colori che rifiorisce pagina dopo pagina, accompagnando il lettore desideroso di risposte non scontate alle domande di sempre. Fin qui l’apprezzamento per il lavoro svolto. Resta la curiosità di sapere attraverso quali altre angolature «Confini» saprà misurarsi con un tema così delicato e sentito, quali nuove «tracce» saranno individuate e approfondite in un impegno continuo per trattare della morte — e quindi anche della vita — senza inciampare nei falsi pudori e nella retorica a basso costo che troppo spesso si accompagnano all’argomento. Questa è la sfida, caro direttore: sfuggire al bivio che impone di non parlare del morire (la morte come tabù) o di parlarne comunque, non importa se in maniera superficiale e talora strumentale alle esigenze dei vivi (e qui suggerisco una riflessione sul come l’argomento viene talora «gestito» dai media). Ma devo riconoscere che «Confini» è già riuscito a sottrarsi con intelligenza da queste secche. Non mi resta quindi che augurare a lei e alla sua squadra buon lavoro.
Lettera firmata, Torino
Signor Direttore, sono uno studente di 15 anni e leggo «Confini» sin dal primo numero. Gli adulti, in genere, credono che i ragazzi non pensino alla morte. Beh, non è vero. Io, almeno, ci penso, anche se mi fa paura, anche se è un pensiero che cerco inutilmente di cancellare. Io ho sempre considerato la morte come la fine della vita, la fine di tutto. Forse è proprio per questo che è così spaventosa. Quando mi è capitata tra le mani per la prima volta la sua rivista, le confesso che ho avuto la tentazione di ignorarla. Poi la curiosità ha avuto il sopravvento e adesso sento il bisogno di ringraziare lei che la dirige. Perché «Confini» mi ha insegnato non solo che si può parlare di questo argomento in maniera serena, ma che pensare alla morte può anche aiutare a vivere meglio. Forse perché le cose che si conoscono fanno meno paura? Chissà? Io penso si debba imparare a vivere in modo diverso e magari così si riuscirà ad arrivare alla morte più preparati e più tranquilli. Perché in qualche prossimo articolo non parlate della paura della morte nei ragazzi?
Luigi Candi, Padova
Le lettere che qui pubblichiamo, tra le molte che i lettori ci hanno inviato, affrontano temi importanti e pongono domande alle quali è impossibile rispondere in poche righe. Lo faremo nei prossimi numeri attraverso articoli, inchieste e interviste. Grazie a tutti coloro che ci hanno scritto.
Nota redazionale (2026): la pagina ospitava la campagna SOCREM «Chi pensa sa scegliere», con i dati sulla diffusione della cremazione: Australia 46,9%, Canada 34,2%, Europa 30,7%, Stati Uniti 19,8%, Italia 2%. «Cremazione, la terra ai vivi» — SOCREM Torino, Ente Morale, Numero Verde 167-233771.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Redazione.