Liberi ma non più soli
Società

Liberi ma non più soli

1 Maggio 2006
3 min di lettura

In un illuminante libro intitolato «Voglia di comunità» il sociologo Zygmunt Bauman mette in evidenza come le società tradizionali siano caratterizzate da un fitto interscambio di legami e di condivisione, che comporta però anche un ferreo controllo sociale, mentre la società contemporanea lascia gli uomini e le donne isolati nella loro dimensione individuale, a fronte di un grado molto maggiore di libertà. Chiediamoci dunque cosa comporta essere individui liberi, ma soli, quando si è in lutto.

Molti studiosi, dalla metà del Novecento in poi, hanno denunciato la scomparsa di tradizioni capaci di supportare il dolore della perdita. Il sociologo inglese Geoffrey Gorer lamentava, già negli anni ’50, l’impossibilità di elaborare il lutto nei tempi richiesti dal dolore di ciascuno, poiché il mondo contemporaneo richiede di riprendersi presto e, in ultima istanza, di dimenticare. Il cordoglio è percepito come un sentimento imbarazzante, e il contesto sociale si aspetta che dopo un breve periodo l’individuo ritrovi il gusto della vita. La legge italiana prevede tre giorni di permesso per un lutto: è concesso piangere, purché il pianto duri poco.

Tale divieto delle lacrime ha radici nella storia occidentale: il cristianesimo ha cercato di soffocare l’uso pagano di ritualizzare il pianto mediante la lamentazione funebre, perché la fede in un’altra vita deve essere consolazione sufficiente. Ma è una risposta che non può appagare che i credenti. Già prima del cristianesimo, Platone nel «Fedone» racconta che Socrate in punto di morte allontana l’amico Apollodoro, che piange inconsolabile: lo psicologo Francesco Campione fa di Apollodoro il simbolo del diritto a piangere e a essere inconsolabili, e dà il suo nome al progetto di una rete nazionale di aiuto promosso dall’Associazione Rivivere.

La solitudine, il senso di colpa, la rabbia sono oggi socialmente inaccettabili, poiché i modelli di vita sono la forza vitale e il successo. Gli psicologi affermano che quasi la metà delle persone che hanno subito una perdita grave non riescono ad affrontare la prosecuzione della vita e cadono in depressione. Negli ultimi anni si cominciano a intravedere modelli e strategie di supporto al lutto, provenienti soprattutto dagli ambienti vicini alle esperienze della malattia terminale.

Enrico Cazzaniga, psicologo milanese, lavora alla costituzione di gruppi di «auto-mutuo-aiuto», fondati sullo scambio di esperienze tra individui, senza medicalizzare il lutto considerandolo una malattia. Con una prospettiva diversa ma la stessa finalità si muove l’Associazione Rivivere, diretta da Campione: una rete di aiuto psicosociale gratuito, con un progetto specifico (Niobe) dedicato a chi è colpito da una perdita traumatica per violenza o prematurità. Coloro che lavorano per costruire nell’Italia contemporanea istituzioni di aiuto alle persone in lutto hanno l’importante merito di non arrendersi allo status quo e di inventare nuove risposte.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2006, a firma di Marina Sozzi.

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