Libri. Francesco Campione, «Dialoghi sulla morte»
La morte, come già aveva compreso Epicuro nell’antichità, è un evento non sperimentabile dall’uomo, poiché viene a mancare proprio il soggetto dell’esperienza di morte («Finché ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte noi non ci siamo più»): bisogna dedurne che la meditazione sulla morte è inutile, e non è propria dell’uomo saggio, come pensava Spinoza?
Non è certo questa l’opinione di Francesco Campione, né quella dei suoi numerosi interlocutori nei Dialoghi sulla morte, libro complesso e interdisciplinare, ricco di riferimenti culturali (Husserl, Heidegger e Sartre, Freud, Ernst Bloch, ma anche Epicuro e l’Illuminismo) e articolato in una serie di interviste, tutte di grande interesse.
Già nel primo dialogo con l’antropologo Louis-Vincent Thomas (che ha studiato le società africane arcaiche e ha rilevato in esse una maggior efficienza nel contenere l’angoscia di morte), compare un’analisi della nostra «società globale», che neutralizza il pensiero della morte con la delega alla medicina, riduce l’importanza del cerimoniale e tempesta gli individui con immagini di morte anonime e di massa, che creano una falsa familiarità con la morte e favoriscono lo sviluppo di un forte tabù della morte, «nozione oscena e incongrua in una società produttivistica e consumistica».
Pensieri analoghi formula lo storico Philippe Ariès, convinto che il sentimento della morte (che è sempre esistito) sia oggi meno addomesticabile, poiché, essendo il gruppo-famiglia in crisi, la morte viene respinta nella sfera del privato, lasciando l’individuo solo di fronte a essa. Ma se la società rimuove la morte e l’individuo cerca oggi di morire nel modo più silenzioso e meno appariscente possibile, chi lavora a contatto coi malati terminali sa quanto sia importante poter parlare della propria morte imminente per riuscire a «morire serenamente», come dimostrano lo studio ormai classico di Kübler-Ross sui morenti – più volte citato nel volume – e quello più recente di Marie de Hennezel, La mort intime.
Il problema della solitudine del morente è affrontato dallo stesso Campione nella «Postfazione»: benché egli ritenga, a differenza di Marie de Hennezel, che la consapevolezza della morte che sopraggiunge sia «molto meno legata di quanto si tende a credere alle atmosfere comunicative», egli concorda nel sottolineare la mancanza di preparazione della maggior parte dei medici di fronte al sentirsi morire del paziente, quale elemento rilevante del sentimento di solitudine. Il medico, ma anche il paziente, hanno esclusivamente una cultura del benessere fisico, un’educazione alla sua preservazione, ma nessuno strumento psicologico e culturale per far fronte alla perdita della salute. E non è un caso che la maggior parte delle persone, oggi, sperino non di morire consapevolmente, ma di morire nel sonno.
Come aiutare allora il morente a non sentirsi solo? Il sentimento della solitudine scompare, secondo Campione, quando è possibile dare un senso al proprio morire; e ciò accade se si riesce ad «assumersi la responsabilità per altri che il morire comporta». Le persone che riescono a operare questa assunzione di responsabilità sentono la morte come parte integrante della vita, proprio perché non sono chiuse in sé, ma aperte agli altri che restano.
Anche Henri Laborit, autore di L’elogio della fuga (Mondadori, Milano), ritiene che la morte apra una forma specificatamente umana di trascendenza, quella verso chi continua a vivere: la morte può essere vinta solo sul piano dell’eredità, non dei beni, non della tradizione culturale, ma della conoscenza.
Ma queste visioni complessivamente ottimistiche non sono utopiche? Campione si chiede, nel dialogo con Renzo Canestrari, se rientra nelle possibilità dell’uomo quella di accettare serenamente la propria morte oppure se, come pensava Freud, morire è inconsciamente inaccettabile e pertanto si arriva alla rassegnazione solo quando – ad esempio nei malati terminali – la vita appare solo come un’insopportabile sofferenza. Canestrari afferma di non poter fare alcuna affermazione antropologica generale. Ritiene che sul piano teorico si possa affermare che esiste un istinto di morte che viene «disinibito» dalla malattia e dalla sofferenza, e che sul piano empirico si possa – con cautela ma anche con la speranza di aiutare il malato a «morire bene» – portarlo alla consapevolezza dell’imminenza della propria morte. Tuttavia, in modo irriducibile alla teoria, resta che alcuni accettano di morire e altri no.
La difficoltà principale a una teoria generale, e anche a un’identificazione empatica con chi muore, è che la morte non fa parte dell’esperienza vissuta degli uomini (come ricorda Enzo Melandri). Tuttavia, l’uomo fa l’esperienza di molte «morti parziali» sia nella perdita di una persona cara (che è perdita di una parte essenziale del sé) sia nell’esperienza della depressione (vicina a quella del lutto). Inoltre, come fa notare Canestrari, un ruolo importante nell’accettazione della morte da parte dei malati gravi hanno le cosiddette «piccole morti», la prima delle quali, nelle malattie mortali, è lo choc della diagnosi: esse logorano, «limano» l’onnipotenza negatoria di fronte alla morte, e danno quindi origine a un’esperienza di conciliazione.
Nota redazionale. La pagina conteneva anche una segnalazione del volume «La terra e il fuoco. I riti funebri tra conservazione e distruzione», a cura di Manuela Tartari (Meltemi Editore, lire 30.000), promosso dal Centro Studi «Ariodante Fabretti» e disponibile presso il Tempio Crematorio al prezzo speciale di lire 25.000 riservato ai Soci.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1997, a firma di Marina Sozzi.