Libri: Isabel Allende, «Paula»
Paula, storia della morte della figlia ventottenne dell’autrice, è il racconto di un attraversamento di passione nel mare tempestoso della malattia e della morte, e di un approdo nel porto della serenità. Il filo conduttore del libro è la metamorfosi interiore di Isabel: dal rifiuto, dalla ribellione di fronte alla malattia della figlia, all’accettazione, alla comprensione della necessità del morire, alla facoltà di comunicare con la figlia morente nella vita, di non respingerla e negarla.
Il percorso doloroso che ha portato Isabel al superamento della paura della morte ha commosso i lettori di tutto il mondo, che hanno scritto all’autrice lettere di solidarietà e di amicizia, una selezione delle quali è stata pubblicata nel volume Per Paula. Lettere dal mondo.
All’inizio del libro Paula è già in coma, e Isabel, a tratti colta dalla disperazione, si aggrappa alla speranza di una ripresa. Quando ascolta per la prima volta la verità ancora intollerabile che Paula potrebbe morire, le sembra che il suo mondo e la sua stessa identità si disintegrino. La presenza di Paula stravolge la quotidianità, generando in Isabel quella crisi profonda che le consentirà di avvicinarsi mentalmente, seppure spezzata dal dolore, all’evento ineluttabile della morte della figlia, fino al punto di invocarne l’avvento.
Le parole della figlia, scritte quando era ancora sana, sono piene di fiducia, fede e serenità: un desiderio di semplicità in cui esprime la volontà di essere cremata e che le sue ceneri siano sparse nella natura, preferendo rimanere nel cuore dei propri cari e tornare alla terra. Quando il momento si avvicina, intorno a Paula si riuniscono tutti coloro che le vogliono bene, e celebrano un rito di grande intensità, nato spontaneamente dall’amore: ascoltano la sua musica preferita, riempiono la stanza di fiori, accendono le candele e cantano con la chitarra le canzoni che amava. [La recensione cita alcuni passi del libro di Isabel Allende, qui non riprodotti perché coperti da diritto d’autore.]
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1998, a firma di Marina Sozzi.