Mangio soltanto se mi ami
Società

Mangio soltanto se mi ami

1 Gennaio 1996 · di Redazione Confini Magazine
5 min di lettura

Di anoressia si muore, ma il vero obiettivo di chi rifiuta di alimentarsi non è togliersi la vita quanto piuttosto ridestare l’interesse, l’affetto e la comprensione delle persone che gli stanno accanto.

L’anoressia fa paura. Il sentimento che più comunemente viene suscitato dalla sofferenza soggettiva che porta questo nome anonimo, è, irrimediabilmente, quello della paura.

Non a torto. L’anoressia è la prima causa di morte tra patologie codificate dal DSM IV. C’è un rapporto stretto tra l’anoressia e la morte, un rapporto che viene esibito, mostrato, urlato dal corpo di chi ne soffre. È proprio il corpo il teatro dove si rappresenta nel modo più tragico il flirt tra l’anoressia e la morte; il corpo è ciò che prima di ogni altra cosa, agli occhi di ciascuno di noi, ci parla di chi lo abita, spingendoci a formulare giudizi sommari sulle persone, dedotti dal modo con cui si prendono cura del loro corpo.

E mai come ai nostri giorni, la società è tesa ad assegnare la misura ideale di ciò che costituisce la dignità dell’essere umano, all’esteriorità. Il corpo deve essere ben nutrito, curato, levigato, efficiente, vitale.

La persona anoressica stravolge questi parametri e il suo coraggio disperato non ha eguali: il suo corpo diviene al contrario impudicamente sofferente, arma per costringere l’altro a vedere, a inorridire, a pensare.

Il rifiuto del cibo e il comportamento che contraddistingue l’anoressia, scandendone il ritmo e i rituali, legando il rapporto con il cibo e il peso; attorno a questi temi sembra concentrarsi tutta l’attività di controllo rigoroso e di trasgressione dolorosa che sembiano riempire i giorni, le ore, la vita.

Il dimagrimento oltre misura, la scomparsa del ciclo mestruale nelle donne, che si elevano a martiri o eroine designate di questa malattia, l’ossessione che circonda ogni pratica alimentare, impongono certamente una riflessione che concerne il rapporto con la morte da parte di ognuna di queste persone. Perché almeno formalmente non ci possono essere dubbi: imporsi di non mangiare fino allo stremo delle forze, è stato interpretato diversamente, altrimenti che non all’interno di una logica che lega il soggetto, il cibo e la morte?

La mia esperienza e le persone che ho avuto modo di conoscere in questi anni mi hanno insegnato, un quid di cui vorrei provare a comunicare i contenuti. La pubblicazione di «Tutto il pane del mondo» nell’Ottobre del 1990 e la fondazione dell’ABA nell’Aprile del 1991, hanno contribuito a far emergere un dramma soffocato, quello di migliaia di donne la cui sofferenza non poteva essere detta, ma solamente rimestata nel silenzio, nascosta con ogni mezzo, rifiutata.

Da allora tante di loro hanno trovato, ed è il caso di dirlo, il coraggio di varcare le soglie di uno dei centri dell’Associazione. Il gesto non è dei più facili. Due enormi fatiche devono essere vinte per formulare una domanda di aiuto: abbattere la vergogna per poter dire la verità a qualcuno e vincere la resistenza che il sintomo oppone alla decisione di sbarazzarsene.

Non bisogna mai dimenticare che la malattia, spesso, è la cura più efficace che il sintomo ha escogitato per continuare a vivere, oltre all’essere morti per il soggetto; come non ascoltare, intendere, nell’espressione «sono anoressica», «sono bulimica», una vera e propria ridefinizione dell’identità di quella soggettività. Se il sintomo ha un valore così alto, è assolutamente sconsigliabile cercare di forzarne l’insistenza con la quale agisce nella vita di queste persone; il sintomo non è il nemico da sconfiggere, da sedare, da educare, da mettere a tacere. L’ABA non opera nella prospettiva medica o nella cecità dell’accanimento terapeutico; offre ascolto e privilegia il soggetto, non ha fretta di guarire nessuno.

Ho creduto essere questa una buona strada. Di anoressia si muore, ma non sono mai stata sicura, ed oggi più che mai, che l’obiettivo di chi si ammala sia la morte; tutte parlano di morire, la morte circola nei loro discorsi, alcune tentano di uccidersi, altre vi riescono.

Non ho mai creduto fosse il loro desiderio più profondo. Il corpo può morire, questo è il grande pericolo dell’anoressia, ma ciò che penso di questa gravissima malattia, dal punto di vista privilegiato di chi lavora per tentare di arginare la drammaticità, si allinea su un altro piano. L’obiettivo dell’anoressica è svegliare, scuotere l’altro all’amore.

Facendo questa affermazione intendo mettere in rilievo il carattere di messaggio che il sintomo anoressico esprime; chiudersi in una torre di cristallo per proteggersi da cosa? Il soggetto anoressico vuole bastarsi, non vuole più domandare; forse troppe volte la sua domanda non è stata capita. La domanda che formula non è dissimile da quella, essenziale, di ogni essere umano: la domanda d’amore.

Queste giovani donne non vogliono più rischiare, mettersi in gioco nella partita dell’amore; rischiosa e troppo scottante la loro delusione. All’altro non si chiedono le cure, i regali, il nutrimento, l’invadenza; si chiede di essere vissuti come soggetti d’amore, di non essere divorati da un’invadenza travolgente.

Per queste ragioni probabilmente si inizia lo sciopero della fame; l’unica strategia per urlare ad orecchie troppo dure: soffro!

Le guarigioni mostrano sempre, un tratto comune, la riapertura dei rapporti affettivi, il rilancio dell’impresa dell’amore e un riassestamento della logica familiare. Chi soffre d’anoressia non cerca la morte; nella cura si rivela il poter dire di sì ad un nuovo desiderio, un’altra chance offerta a se stessi nel cammino difficile, malcerto, della vita del cuore.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Fabiola De Clercq.

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