Mi hai tradito con la morte
La scomparsa del partner scatena reazioni affettive contrastanti, dalla paura alla ribellione all’angoscia, fino al vissuto di infedeltà perché colui che muore ci abbandona.
La morte dell’essere amato è il tramonto di una prospettiva su noi stessi e sul mondo, perché è sempre attraverso la partecipazione e la relazione con un altro che scopriamo e sperimentiamo la nostra ricchezza e la nostra possibilità di essere. Se l’amore è l’unicità di un incontro in cui ci viene offerta la possibilità di rivivere l’esperienza di un abbandono fiducioso e di ritrovare quell’antico oggetto che avevamo perduto, la morte che giunge a strapparci colui che amiamo ci attesta l’inesorabile mancanza su cui si fonda ogni nostro desiderio, ci ricorda che non c’è possibilità di affrancarci da quel margine di vuoto che fa la nostra individuale solitudine e che si apre sul vuoto quando il partner scompare.
Il processo del lutto non sembra assumere caratteristiche dissimili nell’uomo e nella donna, tuttavia diverso è il linguaggio che lo narra, perché alla donna è consentita — perfino richiesta — l’espressione del lamento, del cordoglio fino alla sua ritualizzazione, in una identificazione profonda con il ruolo della «vedova», che, in molte comunità mediterranee, diventa addirittura uno status duraturo, una nuova identità sociale.
È la donna la custode provata delle emozioni, l’alchimista che le trasforma in linguaggio e che, come fa ogni madre con il suo neonato, accoglie e contiene l’esperienza emotiva dell’altro per rioffrirla elaborata, nominata, formata. La vedova che parla al morto del suo dolore e che parla del morto ai presenti (come accade tuttora nei nostri paesi del sud) rende pensabile e contenibile qualcosa di indicibile come l’esperienza della morte. A lei è delegata la funzione di trasformare l’esperienza della morte del compagno in un brano di storia vissuta, in un frammento di senso, seppure un senso inaudito, incomprensibile, inavvicinabile dalla coscienza addolorata.
La mediazione e la traduzione in termini culturali e rituali dell’esperienza del lutto non riduce, tuttavia, il dolore della perdita, tanto più grave quanto più forte e duraturo è stato il legame. La scomparsa del partner è infatti una lesione profonda dell’«essere in comune» che scatena reazioni affettive contrastanti, dalla paura alla ribellione, all’angoscia, da profondi sentimenti di impotenza fino al vissuto di tradimento perché colui che scompare ci abbandona, ci lascia soli e disperati, con il peso terribile e colpevole di sopravvivergli e di dover continuare ad abitare il mondo e a partecipare affettivamente all’esistenza.
Questo sentimento d’abbandono, che denuncia come la morte del compagno sia vissuta anche quale espressione di infedeltà, si ritrova esplicitato e riutilizzato, per esempio, nei lamenti funebri delle vedove di molte località dell’area mediterranea. Il defunto viene ora idealizzato attraverso il ricordo, ora rimproverato attraverso il lamento («perché mi hai lasciato, non ti trovavi bene qui?», afferma un canto funebre d’origine sarda). L’ambivalenza degli affetti, la commistione di rabbia, dolore, rimprovero, sconforto, il richiamo al passato vissuto insieme unito all’inesorabilità della perdita, rendono il lutto un processo difficile e delicato, pervaso da sensi di colpa, soprattutto quando l’ambivalenza presente viene negata o ritenuta illegittima: «Tu dormivi e tuttavia non osavo guardarti, ti lanciavo delle occhiate di sfuggita. Me ne stavo immobile, medici e infermiere andavano e venivano, facevano il loro lavoro e io mi auguravo la morte. Che arrivi presto come il fulmine o come un ladro. Era dunque questo l’amore? Essere disposta a tutto purché tu viva e un’ora più tardi augurarti la morte? Stavo supplicando che non ti svegliassero. Dov’era il bene e dove il male» (A. Philipe, 1963).
La morte in alcuni casi assume la portata di un’amputazione talmente grave da non consentire alcuna possibilità di riparazione e di trasformazione: si può soltanto seguire il destino del proprio compagno, morire o lasciarsi morire, come è nel caso delle coppie anziane molto unite.
Per chi sopravvive, il «lavoro del lutto», come lo ha definito Freud, è un processo lungo e doloroso che comporta una riorganizzazione dell’Io, attonito per la perdita di una fonte preziosa di identificazione, di amore, di proiezione e di investimento affettivo. È l’esperienza di un cambiamento radicale della nostra relazione con l’altro, dato che quello che noi potevamo essere, fare e amare con lui non sarà più possibile. Quello che noi siamo, infatti, lo siamo solo in quanto esseri in rapporto con l’altro, e niente più della morte ci rende più consapevoli dell’esperienza essenzialmente relazionale che è la nostra vita.
Nella relazione amorosa ogni partner proietta parti di sé, cioè, per essere più semplici, fa dell’altro il custode, il protettore, il ricettacolo di aspetti, emozioni, vissuti e immagini interne, positive o negative, consce e inconsce. Accade che l’uno deleghi all’altro funzioni e ruoli in cui è carente, favorendo così una divisione di «compiti» psichici per la quale ogni partner dipende dall’altro nella gestione di aspetti particolari della esistenza. La morte sconvolge questo equilibrio a due, e il lavoro del lutto comporta necessariamente la fatica di una riappropriazione di quelle parti di sé che erano state «consegnate». Come nella fiaba di Apuleio, Psiche, alla ricerca dell’amato perduto, viene sottoposta ad una serie di prove di inaudita difficoltà; così proprio nel momento della massima vulnerabilità, nella solitudine e nell’abbandono, è richiesto alla donna il coraggio di affrontare compiti che appaiono impossibili.
Ma c’è un aspetto particolare che costituisce forse una specificità femminile del lavoro del lutto, ed è l’esperienza del ritiro, della solitudine in cui la donna si ripiega, tutelata, almeno fino a un passato recente, dai membri della famiglia che si assumevano temporaneamente il carico del suo lavoro. Vestita di nero, la vedova della nostra tradizione culturale non partecipa alle cose sociali, si ritira dal mondo. Questo ritiro dalla realtà è necessario al bisogno di protezione nei confronti della perdita, per la ricomposizione di un’immagine di sé e di una nuova posizione all’interno dell’ordine sociale. Un’esperienza che può diventare — questo è il compito della nostra individuazione — l’occasione di una rielaborazione dell’identità personale, il tempo di una ridefinizione di sé a partire dalla fondamentale esperienza della mancanza; un tentativo di scrivere una modalità nuova di essere e di proporsi (per certi versi ancora tutta da scoprire e da inventare per noi donne) a partire proprio dal «vuoto», da questo spopolarsi di immagini e di ruoli codificati dall’uomo e appartenenti alla cultura tradizionalmente patriarcale che la donna ha dovuto assumere.
Mentre il sacrificio della vedova sulla pira del marito ci fa rabbrividire, perché dice che la scomparsa dell’uomo, del suo sguardo sulla donna, trascina con sé la sua stessa possibilità d’esistere (se non nel raggio di quello sguardo che le dona identità), vogliamo pensare all’esperienza del lutto come alla richiesta di una trasformazione profonda che impone a chi resta di riassumere in sé le parti consegnate all’altro, pur nel riconoscimento del suo essere e restare incompiuta e finita. Nel ritiro si può allora ricostruire questo «altro», ridarlo al mondo, per far sì che la sua opera continui. Penso, ad esempio, alle tante vedove che si assumono la responsabilità del lavoro del compagno, alle tante figure di donne che, come Clara Schumann, hanno fatto conoscere, apprezzare ed amare l’opera del marito scomparso, opera che diventa il simbolo vivente di una sopravvivenza, il filius che testimonia l’unione. Una celebrazione della vita, un’accettazione della vita pur nel suo inevitabile destino di morte: questo coraggio — o questo compito — è sempre appartenuto alla donna che, generando, ha dovuto accettare la limitazione della sua onnipotenza, perché un figlio è pur sempre destinato alla vita e alla sua fine.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Patrizia Lorenzi.