Morire non è sparire
Tanatologia

Morire non è sparire

1 Settembre 1998
3 min di lettura

Ogni epoca e ogni cultura rappresentano attraverso le «cerimonie funebri» i loro modi peculiari di concepire la «buona morte» e il «lavoro del lutto», cioè i loro modi di aiutare i morenti a morire bene e i dolenti a «rivivere» dopo la morte di una persona cara.

La nostra epoca e la nostra cultura sono caratterizzate sempre più preponderantemente da una concezione della buona morte come morire in modo istantaneo e indolore alla fine di una lunga vita spesa bene; e da una concezione dell’elaborazione del lutto che fa consistere quest’ultima nel distrarsi per passare oltre, sostituendo al più presto possibile la perdita. Ne deriva inevitabilmente la grave crisi dei rituali funebri tradizionali.

Non tutti condividono questa impostazione culturale dominante. Emergono dall’osservazione tre grandi «tipi ideali». Chi immagina la propria morte come qualcosa di drammatico e insopportabile tende a concepire come buona una morte istantanea e indolore: per costoro il funerale riguarda soltanto i sopravvissuti. Chi immagina la propria morte come un annullamento totale di sé tende a concepire la buona morte come accompagnata dalla speranza di un’altra vita: per costoro il funerale è un rito di passaggio. Chi immagina la propria morte come un commiato definitivo dalla vita, in grado di confermare il senso della vita vissuta, tende a concepire la buona morte come un lasciar che gli altri lo seguano e si difendano in base a tale lascito.

Quando la morte non è più istantanea — grazie ai progressi della medicina, che cronicizzano il morire — per confermare la strategia verso la morte istantanea e indolore si ricorre a un intervento specifico, l’eutanasia. Quando si concepisce un unico passaggio possibile, la guarigione, alla preparazione del rituale di passaggio si sostituisce l’accanimento terapeutico. E quando non si riesce ad accettare la perdita di una persona cara, riemergono tecniche dalle quali ci si attende di poter parlare con i nostri morti, rendendo superfluo il rituale funerario come rituale di affidamento.

Non concordiamo con chi, come Baudrillard, prospetta una soluzione sciamanica alla crisi dei rituali funebri. I nuovi rituali funebri collettivi auspicabili sono quelli in grado di aiutare davvero chi li organizza per sé e chi li attua per i cari a tenere la morte nella vita, collegando i morti con i vivi e i vivi con i morti, in modo tale che chi progetta il proprio funerale e chi lo fa per il suo caro possano dirsi che sono anelli di una catena, che la vita e la morte degli uni riguarda anche gli altri. E quali rituali funerari se non quelli di affidamento sarebbero più adatti a questo scopo? Resta solo da capire quali sono le tendenze profonde della nostra cultura, per sapere quale distanza ci separa da un futuro caratterizzato da rituali funebri completamente diversi dal passato.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1998, a firma di Francesco Campione.

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