Natale si è reincarnato
Uno strano annuncio sul giornale. Una madre che non vuole arrendersi al destino. Una storia incredibile (ma vera) di Ferdinando Camon.
Ogni volta che penso a una madre che ha perduto il figlio, mi torna in mente la storia raccontatami da un mio studente. Storia che ho già messo in un libro. Di solito, mettere una storia in un libro serve per dimenticarla: è come un appunto nel computer, il tuo cervello non si sente più impegnato a conservarlo, ma quella storia, della madre che cerca reincarnazioni del figlio (come i tibetani col Dalai-Lama) mi resta sempre qui, in un angoletto della memoria.
La signora e suo marito avevano messo questo annuncio sul giornale: «A studente universitario, che si chiami Natale e sia nato il giorno di Natale e sia iscritto alla facoltà di legge di Ferrara, diamo appartamentino gratuito, con camera da letto, salottino, televisore, bagno, cucina e telefono. Mandare estratto dell’atto di nascita». Il mio studente aveva tutti i requisiti, fu convocato e si presentò.
Ecco il suo racconto, registrato:
I signori abitavano nel cuore di Ferrara. Mi ricevono a cena: «Venga, venga». Sono seduti su un divano. Da lontano il padrone di casa mi indica con la mano la poltrona libera accanto a sé. Entro. «Sono in ritardo, signore?». «Mi complimento, sono le otto esatte. Questa è l’ora in cui ceniamo, se lo ricordi. Ecco — spiegò poi alla signora — il ragazzo a cui cediamo l’appartamento. Anche lei si chiama Natale, vero?». «Sì signore, Natale». «E studia Legge, naturalmente. Si sieda». «Ha fatto l’esame di Diritto Privato?». «Già fatto, signore».
Io pensavo: ma cosa sono, avvocati in pensione, che cercano un erede per lo studio? No, lui aveva una passione per Legge, non da avvocato, ma da… da studente. Come se avesse appena finito gli esami.
Il cameriere aspettava ordini. «Prepari, prepari, Luigi. Chieda al signorino cosa preferisce». «Il signorino preferisce delle animelle in agrodolce, con zucchero e aceto e capperi tritati, o frittelle alla gelatina di frutta?». «Le prime, grazie». «Per intanto, come introduzione, delle tartine integrali al fegato, o al vezzena?». «Al fegato, grazie». «Al vezzena, per noi» completò la vecchia.
Dopo di che, sparì. Ero di nuovo in balìa del vecchio studente di Legge, che si preparava all’ultimo esame prima di morire. Lui mi fa, con improvviso interesse, come se gli si fosse risvegliato un sospetto: «Anche suo padre ha studiato legge?». «Anche mio padre». «Mi scusi, è ancora vivo?». «Ancora». «E cosa fa suo padre?». «Il notaio». Gli sguardi del dottore e della dottoressa s’incrociarono. «E lei vorrebbe continuare il lavoro di suo padre?». «Questo è il mio desiderio, dottore. Se ce la farò, s’intende». Il vecchio parve molto soddisfatto della risposta, perché alzò gli occhi verso la moglie, facendo cenno di sì, e la moglie approvò chinando la testa. Continuavo a non capire.
«Sicché, lei vuol laurearsi in Legge, e ha bisogno di una stanza». Ecco, ci stiamo arrivando. «Sì, è il mio problema». «È molto difficile trovare una stanza, vero?». «Più che difficile, è impossibile». Lui sorseggiava il suo succo, io la mia minerale. «Già. Io vedo quando esco a passeggiare per la città, di sera: troviamo tanti avvisi di studenti dappertutto: «Cerco cameretta per quattro anni», «Uniamoci in gruppo per trovare una camera», «Mancia di un milione a chi ci indica una camera», oppure, per raggirare il razzismo: «Studenti altoatesini cercano appartamento». Sono disposti a pagare in anticipo l’affitto per l’intero corso. Noi non vogliamo l’affitto», e guardò la moglie.
«E che cosa vogliono, dottore?». «Ma come, non ha letto il nostro annuncio?». «L’ho letto». «E dunque?». «È che… non mi sembra del tutto chiaro». «Ma è chiarissimo. Purché lei si chiami Natale, e sia nato il 25 dicembre, e si laurei in Legge, può alloggiare qui; c’è una camera a sua disposizione. Un appartamento. In cambio, cenerà con noi tutte le sere che potrà, alle otto. Naturalmente, se sarà libero. I giovani sono sempre così… occupati», e guardò la moglie; la signora sorrise: così occupati. «E poi — parlava solo a lei — hanno le loro amicizie, non hanno tempo per i vecchi».
Non sapevo più cosa dire. Un appartamento gratis nell’Italia di oggi! «Chiedo scusa, signori, non vorrei che restassero equivoci: non dovrò pagare altro, per la camera?». «La camera è sua, le spetta». Mi spetta. È mia. Un sospetto, tardivo: ma che sia mio padre? Ha incontrato mia madre, a suo tempo, in qualche albergo, e l’ha messa incinta?
La cena era finita, e non avevo capito nulla di nulla: anzi il mistero si era allargato. «Luigi, gli faccia vedere l’appartamento. E se ha bisogno, l’aiuti a levarsi le scarpe». L’appartamento non era lì dentro, si entrava da un’altra porta, quindi bisognava prima uscire nel pianerottolo. Questo mi piacque: un alloggio indipendente. Era minuscolo, ma carino. «Il signore non è il primo», mi diceva strada facendo Luigi. «Il primo di che cosa?». «Altri studenti son già venuti qui». «Altri… Natale?». «Certo, signore: sempre Natali». «Ma perché?».
«Questo è il suo armadio, signore. Ha due ante. L’anta di sinistra è per lei, le altre, la destra non deve aprirla. Desidera che le levi le scarpe?». «Faccio da me, grazie». «Bene, signore. Buonanotte». Aveva parlato dell’armadio, che per metà era mio. Aprii la porta di sinistra. Certo che bastava, era grande e vuoto, con una pila di cassetti, e pieno di grucce, tutte libere. Sulla faccia interna della porta, segnati col pennarello, tre o quattro nomi, uno sopra l’altro, in colonna. Tutti Natale. Richiusi.
Afferrai la maniglia di destra, e la tirai di colpo: illuminazione bruciante. Arretrai perché avevo paura che mi cadesse addosso. La prima cosa che mi colpì fu il cappello da studente, blu, della facoltà di Legge, lunghissimo, appuntito, come quello di un giullare del Medio Evo. Era così lungo, che sembrava pungente. Il berretto posava direttamente sul mantello, rosso scarlatto, ampio, diritto, lungo fino a terra. Il cappello pendeva sul davanti, dava l’impressione che la testa ci fosse sotto, incuneata e nascosta. Dall’orlo del mantello, ben visibili, spuntavano le scarpe, nere. Pareva che da un momento all’altro lo studente di Giurisprudenza dovesse alzare la testa ridendo e scendere dall’armadio, verso la vita. Richiusi.
Riaprii a sinistra, e lessi i nomi: Natale Frigerio, novembre 197.-febbraio 197.; Natalino Sichel, novembre 197.-giugno 198.; Natale Contin, novembre 198.-ottobre 198.. I miei predecessori, i Natali che in quella casa avevano studiato, mangiato e dormito fino alla laurea. Le precedenti reincarnazioni del figlio dei padroni: io ero dunque la quarta reincarnazione. Trassi di tasca il pennarello, e aggiunsi il mio nome e cognome, con la data d’arrivo. La data di partenza l’avrei segnata il giorno in cui mi fossi laureato.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Ferdinando Camon.