«O tomba dov’è la tua vittoria?»
Il 4 novembre 1950 è stata cremata in Inghilterra la salma di George Bernard Shaw. Trentasette anni prima era stata cremata, sempre in Inghilterra, la salma di sua madre. In una corrispondenza indirizzata all’attrice Stella Campbell, Shaw ne ha descritto il rito. Riportiamo il testo integrale della lettera.
The Mitre, Oxford — 22 febbraio 1913
Che giornata! Debbo scriverlo a te, perché sei la sola che non abbia odiato la propria madre, e perfino che non odii i propri figli. Non posso ancora scoprire se sei una contadina italiana o una superdonna: ma comunque tua madre non era la Nemica. Com’è che un funerale aguzza sempre il senso del ridicolo e solleva lo spirito? Questo ha raggiunto perfettamente lo scopo. Nessun orrore funerario. Nessun accompagnatore in lutto, gemente e singhiozzante di dolore montato. Nessuno sapeva nulla salvo io, Barker e l’imprenditore.
Sono sceso in metropolitana fino a Golders Green con Barker, e ho proseguito a piedi fino al Crematorio, dove stava arrivando anche l’imprenditore col suo feretro. L’imprenditore m’ha avvicinato con l’aria d’un uomo disfatto dal dolore; e io, corazzato e lealmente d’ottimo umore, ho cercato di fargli notare che quella finzione professionale era assolutamente superflua. Ma egli non fingeva: aveva fatto ogni genere di lavoro per lei, durante anni e anni, ed era effettivamente e realmente disperato di perderla, non precisamente come cliente, ma come persona alla quale voleva bene. E la bara era coperta di panno viola, non nero.
Al passaggio «Terra alla terra, ceneri alle ceneri, polvere alla polvere» ho notato una piccola alterazione del testo per adattarlo al caso particolare. Una porta si è aperta nel muro e la bara violetta l’ha misteriosamente varcata ed è sparita mentr’essa si richiudeva. La gente crede che quella porta dia nel forno, ma non è così. Alla fine del rito funebre, sono andato dietro le scene e ho veduto la realtà. La gente ha paura di vederla; ma è meravigliosa. Vi ho trovato la bara violetta di fronte a un’altra porta, un vero e inequivocabile sportello di forno, che alzandosi ha scoperto una spoglia cameretta di cemento e mattoni. Niente calore. Niente rumore. Niente tiraggio ruggente. Niente fiamma. Aveva l’aspetto fresco, pulito, assolato.
Poi la bara viola s’è mossa di nuovo ed è entrata dentro, piedi avanti. Ed ecco! I piedi sono esplosi miracolosamente in un torrente di nastri di bella fiamma color granata, guizzanti e senza fumo come lingue pentecostali; e appena è stata tutta dentro, la bara è stata tutta una fiamma, e mia madre è diventata quel bellissimo fuoco. La porta è caduta; e ci hanno detto che se volevamo vedere tutto finito dovevamo tornare dopo un’ora e mezzo.
Quando siamo tornati abbiamo guardato attraverso un’apertura del pavimento nel piano sottostante. E abbiamo veduto una cucina spaziosa, con una grande lavata di cemento, e due cuochi affaccendati attorno a essa. Avevano delle piccole pinze in mano, e stavano abilmente cogliendo chiodi e schegge di manici della bara dal grazioso mucchietto di ceneri e di frammenti ossei della mamma. In quel momento Mamma stessa era china a guardare vicino a me e si dimenava in un convulso di risate. Poi l’hanno spazzata dentro un setaccio, e l’hanno scrollata fuori così che v’è stato un mucchio di polvere e un mucchio di schegge d’ossa calcificate. E Mamma m’ha detto in un orecchio: «Chissà quale di quei due mucchietti sono io?».
Quello spassoso episodio ha concluso la faccenda; non è rimasto che da far polvere di quelle schegge d’osso e sparpagliarle su un’aiuola. O tomba, dov’è la tua vittoria? Nel pomeriggio, sono venuto in automobile a Oxford, da dove scrivo questa lettera. E così buona notte, amica che capisce uno che le parla della mamma e che capisce altre cose.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1999, a firma di George Bernard Shaw.