Quando la guerra produce il terrore
Gli antropologi hanno da sempre prestato particolare attenzione al tema della morte nei suoi risvolti sociali e culturali. Robert Hertz, nella sua opera «Sulla rappresentazione collettiva della morte» (1907), parlò di «scandalo della morte», sottolineando come questa sia un evento per sua natura sconvolgente, in grado di perturbare l’ordine e la coesione sociale. Per questa ragione gli uomini hanno elaborato rituali complessi allo scopo di regolare il delicato passaggio fra mondo dei vivi e mondo dei morti: tali rituali canalizzano e contengono le emozioni, prima fra tutte la paura che la morte possa minacciare l’esistenza stessa della società.
Negli ultimi decenni l’attenzione si è in parte spostata verso i problemi del conflitto e del cambiamento sociale. In questo articolo l’autore si sofferma sui cambiamenti della concezione della morte, delle pratiche di trattamento dei cadaveri e dei rituali funebri causati dalla guerra a partire dal caso della Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire, da nove anni al centro di un rovinoso conflitto iniziato nell’agosto del 1996. Secondo l’International Rescue Committee, nel solo quadriennio 1998-2002 nelle regioni orientali sarebbero morte circa 3.300.000 persone, per cause dirette e indirette del conflitto.
La profonda crisi sociale ed economica che travaglia il Congo da decenni non poteva che investire anche la morte e le sue rappresentazioni. La svalutazione della morte e dei rituali funebri appare, agli occhi di molti commentatori congolesi, come un segno evidente di degrado della propria cultura e società. Sulla stampa di Kinshasa appaiono di frequente articoli di denuncia dello stato di trascuratezza dei cimiteri; l’obitorio dell’ospedale centrale straborda di cadaveri abbandonati dalle famiglie che non possono pagare il prezzo di un funerale. Molti giovani hanno fatto della partecipazione a un funerale un vero e proprio mestiere, talvolta inscenando comportamenti dissacratori che rappresentano forme di protesta sociale.
Il processo di svalutazione della morte assume i suoi aspetti parossistici nell’Est del paese, dove imperversa la guerra. La morte e i cadaveri, spesso mutilati e abbandonati senza sepoltura, sono diventati le componenti principali delle politiche del terrore. Nel settembre del 2002 alcune milizie penetrarono nell’ospedale di Nyakunde, nell’Ituri, e massacrarono numerosi pazienti: i corpi vennero fatti a pezzi e lasciati nelle camere o gettati nelle latrine. Atti del genere rispondono a una logica del terrore che, per essere efficace, deve fare ricorso a un «eccesso di violenza», una violenza all’apparenza gratuita che produce un effetto profondamente traumatico in virtù della sua inesplicabilità.
Il corpo mutilato e abbandonato in un «luogo pubblico» afferma l’impossibilità di radicamento nel mondo, l’impossibilità stessa di esistere e di relazionarsi con una comunità. Le vittime del terrore sono duplici: coloro che lo subiscono direttamente e coloro che, assistendovi, perdono la capacità di pensare all’uomo come a un concetto fermo e condiviso. Il ricorso al terrore non è una peculiarità delle guerre africane: si peccherebbe di etnocentrismo nel sostenere che i conflitti africani siano più violenti delle guerre combattute dall’Occidente. Tuttavia la mutilazione dei corpi sembra esprimere un rapporto impossibile con la memoria, una rottura irrimediabile con il passato: fare scempio dei corpi significa anche mutilare una cultura, sradicarla e privarla di senso.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2006, a firma di Luca Jourdan.