La misura del tempo. Roman Opałka, pittore clessidra tra rituale e attesa
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La misura del tempo. Roman Opałka, pittore clessidra tra rituale e attesa

12 Ottobre 2026 · di Redazione Confini Magazine
5 min di lettura

Cosa succede quando un artista invita il tempo a entrare nella sua opera?

Non parliamo della vita materiale dei medium scelti per arrivare al pubblico, anch’essi soggetti a trasformazione, deterioramento e a volte perdita, ma del tempo come soggetto di una ricerca artistica.

È una domanda che attraversa secoli di storia dell’arte e che ha ricevuto, ogni volta, risposte diverse: il tempo può essere contato, dilatato, ripetuto, fotografato, atteso, consumato, sottratto alla memoria o affidato a un corpo che invecchia. Può coincidere con la durata di un gesto, con la stratificazione di un’immagine, con ciò che rimane quando qualcosa o qualcuno non c’è più.

Ogni artista sceglie, consapevolmente o meno, una propria misura del tempo. E proprio nella distanza tra queste misure si apre uno spazio di riflessione che merita un riflettore acceso.

Roman Opałka, pittore clessidra

Prendiamo il caso di Roman Opałka, nato negli anni Trenta del Novecento da genitori polacchi, che intraprese un viaggio a partire dal 1965, con l’obiettivo di trasformare la propria vita in un’unità di misura.

In una celebre intervista rilasciata nel 2002 ad Agnieszka Zakrzewicz, raccontò che a trentaquattro anni ebbe un’illuminazione legata alla sua nostalgia del tempo, al desiderio già manifestato in precedenza di dipingerlo.

«Il mio lavoro era allora influenzato dalla teoria dell’Unismo di Strzemiński e dalla sua definizione del termine powidok (spettro della luce, fantasma visivo) che indica ciò che rimane dopo aver visto qualcosa che ci colpisce profondamente, una sorta di fantasma che rimane dentro di noi, diviene memoria inconsapevole che produce un cambiamento del linguaggio estetico. […] Sono arrivato alla semplice conclusione che per visualizzare e dipingere il tempo bastasse cambiare i punti con i numeri. Così il tempo avrà il suo inizio, il vettore, la direzione e l’opera acquisterà senso. Dipingendo tutta la vita lo scorrere del tempo infinito sono diventato “pittore clessidra”.»

In che modo, quindi, ha compiuto il suo progetto? Opałka iniziò a dipingere piccoli numeri da uno a infinito, partendo dall’angolo in alto a sinistra di una tela di 196 × 135 centimetri e procedendo in righe orizzontali, per finire nell’angolo in basso a destra. Ogni nuova tela, sempre delle stesse dimensioni, continuava la progressione e tutte le tele dipinte dall’artista condividono lo stesso titolo, 1965/1 – ∞. In totale si contano 233 tele e 5.607.249 numeri.

«Il tempo, così come lo viviamo e lo creiamo, incarna la nostra progressiva scomparsa; siamo allo stesso tempo vivi e di fronte alla morte: questo è il mistero di tutti gli esseri viventi. La consapevolezza di questa inevitabile scomparsa amplia le nostre esperienze senza sminuire la nostra gioia. C’è sempre l’idea onnipresente della natura, del suo flusso e riflusso di vita. Questa essenza della realtà può essere compresa universalmente; non è solo mia, ma può essere condivisa comunemente nel nostro unus mundus.»

Roman Opałka, Rencontre par la séparation, AFAA, Paris, 1987

Dal nero al bianco

Poche sono state le novità introdotte rispetto ai primi «Dettagli», come chiamava le tele di questo progetto: inizialmente Opałka dipinse numeri bianchi su uno sfondo nero ma, nel 1968, introdusse uno sfondo di colore grigio «perché non è un colore simbolico, né emotivo».

Contemporaneamente iniziò ad abbinare a ogni «Dettaglio» un autoritratto fotografico in bianco e nero con alcuni elementi fissi: l’espressione, la distanza dall’obiettivo, lo sfondo e la camicia, per rendere naturalmente evidenti le trasformazioni sul suo volto. Nel 1972 decise di aggiungere una piccola percentuale di bianco allo sfondo per creare, gradualmente, una dissolvenza; nello stesso anno iniziò a registrare la propria voce mentre pronunciava in polacco i numeri dipinti sulle tele.

La morte come coautrice

«Da anni dipingo le cifre, da uno in su, in continuo progresso. La mia opera è finita e non finita in ogni momento. La fine del mio lavoro non può essere definita e non dipende da me. La fine la stabilirà la morte o il degrado fisico della vecchiaia o della malattia che non mi permetterà più di dipingere. La morte, la malattia, la vecchiaia sono le coautrici della mia opera. Perciò è per me così importante la presenza davanti alla tela. Io dipingo in piedi. Questa è la mia condotta al lavoro, il mio atteggiamento verso l’arte e verso la vita.»

L’artista ha dedicato la sua intera vita alla realizzazione di quest’opera, prevedendo di arrivare a 7.777.777 e di raggiungere il bianco su bianco; la sua morte, sopravvenuta per malattia mentre era in vacanza a Chieti il 6 agosto 2011, ha interrotto la serie al numero 5.607.249 e determinato materialmente il limite del progetto.

«Tutto il mio lavoro è fatto solo per descrivere e contare l’inesorabile flusso del tempo, dal primo momento a un momento infinitamente futuro. Ciò che mi devasta è la nostra piccolezza: se esistiamo in un istante, il momento dopo potremmo non essere più nulla.»

Leggi anche: L’uomo che voleva misurare il tempo


Immagine: Roman Opałka fotografato da Lothar Wolleh, 2002, via Wikimedia Commons — CC BY-SA 3.0. Immagine ridimensionata per la pubblicazione.

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