Se a finire è il matrimonio
Si può fare un parallelo tra la condizione della vedova e quella della divorziata. In fondo entrambe devono elaborare un lutto, la fine di una storia con un uomo.
Dialogo immaginario, ma nemmeno tanto, tra una vedova e una separata. Comunque, ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale. Separata: «Perché ti lamenti? A te almeno restano i ricordi di tuo marito intatti, di un rapporto vissuto bene fino all’ultimo respiro, il rimpianto di un amore. Il mio, invece, ha lasciato uno strascico di meschinità, rancori, persino odio. E quella sensazione strana di pensare ‘ma chi è mai questa persona che ho avuto accanto e amato per tanti anni e che ora sento estraneo, nemico?’». «Ma tu non immagini come sia terribile veder troncare brutalmente un amore da un qualcosa contro cui non puoi far nulla, che non ti lascia più nessuna speranza. In fondo, tu non l’hai perso per sempre, e i tuoi figli possono ancora contare su un padre. E se ancora lo ami, hai pur sempre qualche speranza di un riavvicinamento, che si riaccenda quello che vi aveva unito per molti anni». «Ma no, ma che dici? Ci sono ferite difficili da rimarginare. Quando qualcosa si è rotto, si è rotto per sempre: i cocci, per quanto ben riattaccati, restano».
In Italia, la separazione, il divorzio hanno solo venticinque anni, praticamente una generazione. Troppo poco, dicono diversi esperti, per entrare completamente nel Dna non solo della coppia italiana, ma nella mentalità, nelle consuetudini, nella cultura diffusa. Eppure, gli ultimi dati Istat (relativi al ’94) fotografano un calo dei matrimoni (-2,6%), una crescita delle separazioni (+6,7%) e dei divorzi (+15,3%). Tra l’altro, riferiscono gli esperti, tra cui la psicanalista e scrittrice Gianna Schelotto, sono soprattutto le donne a chiudere un rapporto, «solo perché reggono meno le ambiguità». Le stesse che rivelano però ancora una buona dose d’ingenuità o d’inguaribile ottimismo perché mostrano di credere ancora nell’amore, a differenza, pare, della maggioranza dei maschi.
Sono forse quelle che, a detta di molte agenzie matrimoniali, come ha riferito Massimo Gramellini in un’inchiesta su «La Stampa», possono rientrare in una ben precisa categoria: la «divorziata allegra». È sui quaranta, cinquant’anni. Ha un lavoro di responsabilità, ovviamente un matrimonio finito, spesso dei figli. Non cerca marito, comunque non subito. Non vuole essere mantenuta, ma divertita. Cerca un fidanzato capace di risvegliare desideri sopiti o frustrati, non certo un marito da accudire, ma un amico, un amante con cui riprovare passione, erotismo, magari anche un po’ di romanticismo. Ma è proprio così? Sì anche, ma non solo. Vedova bianca o vedova allegra? Chiediamo lumi a Gianna Schelotto, una lunga esperienza psicanalitica e una grande conoscenza del mondo e della psiche femminile.
Si può fare un parallelo tra la condizione di vedova e quella di separata?
«In fondo, entrambe devono elaborare un lutto, la fine di un amore, di una storia con un uomo, quindi, in quanto donne che restano senza un uomo, sono nella stessa situazione».
Ma la vedova può almeno contare sull’ottimismo della memoria.
«Dipende dal rapporto che aveva con il marito. Se provava sentimenti ostili nei suoi confronti, questi si trasformano in sensi di colpa. La separata, specie se ha subìto l’abbandono, la fine di un amore, prova in genere forti risentimenti, odio».
Come superare tutto questo?
«Non bisogna cadere nell’errore di fare di tutto per cercare di cancellare la persona che ha fatto soffrire, che magari fa ancora soffrire, negando anche ciò che di bello si è vissuto. Perché se si accentua l’ostilità, se si vive l’altro come nemico, è poi difficile sottrarsi alla sensazione di sconfitta. Una separazione troppo conflittuale favorisce la distruttività, la negatività. Diventa una guerra che si perde. Meglio invece guardarsi dentro, provare a mettersi anche in discussione, comunque nella prospettiva che si è chiuso un capitolo della propria vita, ma senza rinnegare ciò che vi è stato di positivo».
Di solito, una vedova trova un clima più favorevole intorno a sé, forse solo per compassione, o perché è uno status noto?
«Attenzione, solo se una vedova aderisce al modello tradizionale troverà attorno a sé solidarietà, ma se incomincia a mostrare voglia di vivere, magari di rifarsi una storia sentimentale, si ritroverà attorniata da critiche più o meno aperte, di certo sconterà questo suo atteggiamento attivo, che qualcuno definirebbe da «vedova allegra»».
Allora, che cosa consiglia in questi casi?
«Sarebbe arbitrario dare dei consigli. Non sarebbe serio da parte mia. Ogni caso, ogni situazione fa storia a sé; è un campo troppo delicato, non ci sono regole valide per chiunque. Le chiamerei «tappe» da seguire, errori da evitare: come, una volta separata, buttarsi in questa nuova libertà rincorrendo ogni nuova avventura, sentirsi a caccia sempre e con chiunque. Questo è pericolosissimo, perché le delusioni non sono sempre evitabili e il rischio è di sentirsi poi ancora più sola e sconfitta. La frenesia di far sentire a tutti ‘sono libera’, di andare a letto con il primo che capita, insomma buttarsi un po’ via per dimostrare a se stessi che si è pronti a una vita nuova all’insegna «posso tutto, voglio tutto, faccio tutto», come antidepressivo, in realtà tutto questo rischia di portare invece alla depressione più profonda».
Meglio quindi imparare a star sola, anche a costo di convivere con la solitudine?
«È importante mantenere sempre il rispetto di sé, quindi anche nella condizione di separata; è fondamentale che una separata si abitui a immaginarsi come persona sola che riflette sulla sua nuova realtà, evitando eccessi maniacali».
Ma non c’è il rischio di chiudersi troppo in se stessa, d’immalinconirsi, di lasciarsi vivere? E, comunque, d’impiegare troppo tempo per ritrovare serenità, voglia di vivere e di amare?
«Certo, è un processo lungo. Bisogna mettere in conto che ci vuole tempo, anche se poi questo varia con l’età, la propria storia personale, lavoro, amicizie, relazioni sociali, possibilità di distrazioni. E, ovviamente, dipende se la separata è stata lasciata o se è stata lei a dire addio al partner».
Dunque il dolore non è evitabile: nessuna magica ricetta per evitarlo o per farlo passare in fretta. E questo vale anche per le vedove?
«Dipende dal rapporto che aveva con il marito».
Signora Schelotto, è però innegabile che la separata deve convivere con dei problemi che forse le vedove non hanno. Non le pare?
«Beh, certo, ci sono ancora legami con i simboli del rapporto che si è rotto: la fede nuziale, gli anelli o i regali dell’ex marito a cui magari si è affezionati: «li metto, non li metto?». Le foto sparse per la casa che hanno fissato dei momenti felici con l’ex marito, magari con i figli, ricordi che forse si preferirebbe rinchiudere nei cassetti, dimenticarli per rimarginare più in fretta le ferite. E poi ci sono i luoghi dei giorni felici che si vorrebbe lasciare intatti nella memoria: evitarli, non evitarli?».
Insomma, complicazioni a non finire. Il dopo separazione sembra tutto così difficile. Più vedova bianca che vedova allegra, non le pare?
«Ma perché liberarsi dei simboli di una storia? Perché negare pezzi di vita importanti? Bisogna imparare invece a convivere con questi ricordi. Non ci si deve condannare all’isolamento. Si può stare meglio non certo evitando i luoghi, le cose del passato, ma arricchendoli di altri nuovi ricordi belli, positivi, aggiungendo pezzi di vissuto, rivisitandoli nella vita attuale. Altrimenti, si diventa un vigilato speciale».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Stefanella Campana.